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DOPO IL PIANO CALENDA-BENTIVOGLI

Addio contratti monolite, ora relazioni «adattive» più a misura d’impresa

Commentando l’articolo di Calenda e Bentivogli l’economista Enrico Moretti, cui dobbiamo una fondamentale analisi dei cambiamenti in corso nei mercati del lavoro, ha osservato su questo giornale che «i contratti di lavoro unici e monolitici generano bassa crescita occupazionale, specialmente nelle Regioni a bassa produttività». E ha quindi proposto «salari coerenti con le condizioni economiche territoriali o di stabilimento». Così si alimenterebbe «il circolo virtuoso della buona produttività».

Le sue affermazioni potrebbero sembrare scontate se non fossero rivolte a un Paese in cui le parti rappresentative di molti comparti continuano a difendere la prassi di un contratto nazionale “monolitico” perché pesante e invasivo. Intendiamoci. Nel settore del commercio, ove le unità produttive sono diffuse, ha ancora senso una estesa definizione contrattuale nazionale con possibilità di deroghe aziendali. Così come il recente contratto dei metalmeccanici ha confermato l’utilità di una cornice leggera ma impegnativa su principi e criteri che devono poi diventare effettivi nella dimensione aziendale mentre solo in quella nazionale si può sviluppare il secondo pilastro delle grandi prestazioni sociali.

Sono quindi le relazioni adattive di prossimità lo strumento con cui le parti possono condividere gli obiettivi aziendali, organizzare insieme vera formazione per migliorare continuamente abilità e competenze, aggiustare le tipologie contrattuali in relazione alle concrete circostanze produttive, definire le modalità di lavoro agile, garantire la migliore resa delle nuove tecnologie, distribuire i risultati attraverso incrementi retributivi o benefit flessibilmente tarati sui bisogni dei singoli lavoratori e dei loro nuclei familiari. In tutti i Paesi europei questa è la tendenza delle relazioni industriali.

L’Italia ha una legislazione di sostegno ai contratti di prossimità dal 2011, consolidata poi dall’articolo 51 del decreto 81 del 2015. E se si abbandonano i pregiudizi ideologici del passato, le stesse definizioni di “peius” e “melius” applicate agli accordi aziendali contenenti deroghe alle leggi e ai contratti nazionali devono riferirsi alla complessiva condizione soggettiva dei lavoratori piuttosto che al singolo istituto modificato.

Anche il salario contrattuale dovrà diventare derogabile con il vincolo a non scendere al di sotto di una soglia minima che potrebbe essere indicata dai contratti stessi o da una legge purché in una dimensione sensibilmente inferiore alle retribuzioni di fatto. Si pensi alle fasi di start up, specie in territori svantaggiati, o alla volontà di rimettere in gioco una parte del salario per collegarla ad obiettivi convenuti così da beneficiare di una tassazione più contenuta.

Nella prossima legislatura il governo dovrà sostenere con ben maggiore determinazione questa via negoziale riportando il livello di detassazione dei salari di prossimità quantomeno ai seimila euro disposti dal governo Berlusconi a partire dal 2008. Queste flessibilità negoziate possono ragionevolmente alzare tanto la produttività del lavoro quanto la massa salariale complessiva per non parlare degli investimenti e dell’occupazione.

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