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Donazioni in ripresa dopo gli anni di crisi

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Donazioni in ripresa dopo gli anni di crisi

  • –Elio Silva

La ripresa che si è manifestata in Italia nella seconda parte dello scorso anno, sia in termini di valore della produzione che sul terreno della fiducia di imprese e consumatori, ha contagiato anche il settore non profit? E, più nello specifico, ha influito sulla propensione a donare dei privati cittadini, storicamente generosi verso gli enti senza scopi di lucro, ma reduci da una crisi lunga ben otto anni? È questa la domanda più ricorrente oggi tra le organizzazioni del terzo settore, una galassia composita ma di assoluto rilievo, che coinvolge almeno 5 milioni e 530mila volontari e 788mila dipendenti.

Queste domande che rimbalzano tra gli addetti ai lavori sono un “classico” di inizio anno, in quanto strettamente collegate alle valutazioni sull’andamento delle campagne di raccolta fondi autunnali e natalizie, stagione di punta per le entrate da donazioni. Quest’anno, però, il quesito si carica di altre, specifiche aspettative perché, dopo l’approvazione della riforma del terzo settore, il 2018 vedrà la messa a regime delle nuove disposizioni, compreso, tra l’altro, anche un più favorevole trattamento fiscale sulle erogazioni liberali.

Non solo: le risposte si possono e devono cercare su due piani diversi, non facilmente sovrapponibili. Il primo è quello puramente contabile-finanziario, che può assumere come misura i risultati delle campagne di fine anno. Il secondo è quello culturale e della cittadinanza attiva, dove i bilanci sono ben più complessi da tracciare, in quanto la donazione contiene in sé anche una scelta di responsabilità e va a premiare una parte di società civile che, in funzione di questa “sollecitazione”, viene chiamata e legittimata a produrre risultati di utilità comune.

Quali risposte si possono dare, dunque, sulla “ripresa” nel terzo settore? Sul fronte delle entrate da donatori privati, anche se ci vorranno ancora alcune settimane per poter contare su elaborazioni che garantiscano l’attendibilità dei numeri, si respira un clima di cauto ottimismo. Un segnale positivo, ad esempio, è arrivato a dicembre dal successo della maratona televisiva di Telethon, giunta alla 28a edizione, che ha superato i 31,6 milioni di raccolta. «Siamo soddisfatti e orgogliosi per la fiducia che gli italiani ci hanno confermato - osserva Francesca Pasinelli, direttore generale di fondazione Telethon -. Con la nostra campagna abbiamo chiesto a tutti di esser presenti e in tanti hanno deciso di rispondere con donazioni e azioni concrete, così che ci sentiamo ulteriormente impegnati a cercare cure e terapie per i bambini, gli adulti e le famiglie che vivono con malattie genetiche rare».

Fiducioso anche Rossano Bartoli, segretario generale della Lega del Filo d’Oro. «Dai primi riscontri che abbiamo fatto – osserva – il bilancio di fine anno ci dice che abbiamo tenuto bene e il segno più è assicurato. Abbiamo ottenuto risultati importanti anche nel campo dei lasciti, certamente più strutturale, ma questi sono frutti che derivano da un impegno che ci ha visti tra i precursori già da molti anni».

«Stiamo riscontrando qualche segnale di inversione di tendenza rispetto agli anni della crisi - conferma da parte sua Edoardo Patriarca, presidente dell’Istituto italiano della donazione -. Sono però indizi fragili, che richiedono di lavorare molto sulla promozione della cultura del dono perché, se il perimetro resta invariato, a fronte di bisogni crescenti e anche di una maggiore concorrenza all’interno dello stesso settore non profit, la ripresa non si potrà consolidare».

In effetti, le più recenti analisi statistiche avevano attestato che l’universo dei benefattori non cresce più come nella prima decade degli anni Duemila, anzi tende a ridursi. In particolare, un’indagine presentata nello scorso ottobre dall’istituto Gfk aveva stimato in 9,75 milioni di persone il numero dei donatori italiani, con una diminuzione di 6 milioni negli ultimi dodici anni, corrispondente in termini percentuali al calo dalla quota massima del 31% della popolazione, raggiunta nel 2005, all’attuale 19 per cento. Per il vicepresidente di Gfk, Paolo Anselmi, che aveva curato quella ricerca, la strada da seguire è la stessa indicata anche da Patriarca: «Bisogna dare maggiore forza alle motivazioni che stanno alla base della decisione di donare altrimenti può facilmente prevalere la centratura sui bisogni del singolo o del nucleo familiare, piuttosto che la preoccupazione per il futuro».

ext.elio.silva@ilsole24ore.com

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