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Se l’indignazione scade nell’ipocrisia

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campagna elettorale

Se l’indignazione scade nell’ipocrisia

(Ansa)
(Ansa)

Nell’epoca dei social media onnipresenti, l’indignazione permanente sembra essere il tratto distintivo della politica, che attecchisce particolarmente in un Paese che ha, a tutti i livelli, conoscenze e competenze inferiori rispetto al resto d’Europa. I tweet sui temi elettorali lo testimoniano e il poco rispetto per i dati alimenta il sospetto verso ogni tipo di expertise e sommerge di rumore le proposte serie fino a renderle inudibili.

Negli ultimi giorni Grasso ci ha rivelato addirittura che «l’indignazione è diffusa in tutto il Paese, le famiglie appartenenti alla classe media si sono impoverite, chi era povero ha visto peggiorare la propria situazione»; Di Maio se l’è presa con «il business» che «ha la meglio» sulla tutela della salute e dell’ambiente e con i baroni responsabili del degrado delle università; per Berlusconi, invece, praticamente tutti i mali di cui soffre l’Italia sono dovuti al fisco, cui promette di porre definitivo rimedio abolendo un sacco di imposte (su prima casa, prima auto, donazioni in vita e successioni); ma nessuno può competere con Salvini e il suo «Italiani alla fame, clandestini hotel» (che motiva lo sdegno di Renzi verso chi «parla di invasione e di razza bianca»). Comune è poi la critica verso l’Europa, «delle regole ottuse e della burocrazia pianificatrice» (Berlusconi), dove l’Italia è stata portata «ad un totale asservimento economico finanziario» (ilblogdellestelle), da cui si uscirà con «la revisione di trattati e vincoli europei, e l’interesse nazionale sempre prima di quello di Bruxelles» (Salvini). A Renzi che “ammette” che le «nostre battaglie in Ue non erano per l’interesse dell’Italia, ma perché ritenevamo fossero interesse dell’Europa» si risponde che «appunto questo è il problema» e che «avete sulla coscienza la rovina econ[omica] di un’infinità di famiglie e il suicidio di molti».

Cerchiamo di capire quanta indignazione è legittima. Il nostro Paese ha indubbiamente vissuto la più drammatica crisi della sua storia repubblicana e la recessione più profonda tra i G20. Nel terzo trimestre del 2017 il Pil era ancora inferiore del 5,8% rispetto al massimo registrato nel primo trimestre del 2008. Rispetto al trend di medio periodo, spicca la mancata crescita degli investimenti, che nel 2016 erano più bassi del 35,4% rispetto al valore previsto. Ma questo non significa che in Italia sia esplosa l’indigenza, né che si sia interrotto il miglioramento tendenziale della qualità della ricerca universitaria. La pressione fiscale (che resta elevata e squilibrata sui lavoratori dipendenti) non tartassa gli italiani più che in passato (Ocse). Secondo Yale, l’Italia fa di più per proteggere l’ambiente che Germania, Olanda e Giappone (Environmental Performance Index 2016), mentre l’Eurozona, dove si applicano le stesse regole (anche criticabili, con argomenti fondati) che in Italia, cresce ormai da tempo più che le altre aree del mondo occidentale.

Queste sono true news. Fortunatamente qualcuno, come Calenda e Bentivogli, su questo giornale, fa lo sforzo di discutere di economia (e non di voodoo economics) e avanzare proposte sensate. Non tutto è condivisibile (e bene ha fatto Debenedetti a mettere in guardia contro i rischi di un nuovo consociativismo che si presenta sotto le allettanti spoglie del colbertismo 4.0), ma è un primo passo. Imprescindibile quando si parla di politiche pubbliche resta comunque disporre di una diagnosi precisa – e di fronte allo strapotere dei Tech Titans enfatizzare troppo le opportunità della produzione “sartoriale” rimanda al salottino di Nonna Speranza più che alla distruzione creatrice di Schumpeter. Dato che le risorse a disposizione lungo il “sentiero stretto” sono limitate, bisogna anche dimostrare l’esistenza di fallimenti del mercato che giustifichino incentivi come quelli di Industria 4.0. Un litmus test che superano gli investimenti in attività innovative, ma difficilmente quelli in macchinari tradizionali. Stessa storia per il sostegno all’internazionalizzazione: è meglio aiutare chi già esporta a farlo ancora di più, oppure aumentare il numero di imprese esportatrici? E se vuole andare oltre la semplice lista della spesa, vanno previsti meccanismi di valutazione e impatto, magari sfruttando i progressi della behavioural economics. In ogni caso, il dibattito avviato su queste colonne mostra che non tutto è perduto.

Tornando all’indignazione, anche il successo di Odio gli indifferenti (che per definizione ne sono incapaci) ne è una manifestazione. Difficile però immaginare Gramsci su Facebook, dove trionfa il «piagnisteo da eterni innocenti», che libera le coscienze senza riconoscere le responsabilità. Contro questa ipocrisia che nel 1917 sollevava lo sdegno del pensatore sardo è fondamentale lottare se si vuole che l’Italia esca dalla stagione delle emergenze. Come scriveva sempre Gramsci, nel 1919, anche spazzare via i professionisti della poltroneria (e della ripetizione ventennale delle cialtronerie) è liberalismo.

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