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Il «volto dell’arme» e il peso delle parole

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L'Editoriale|falchi & colombe

Il «volto dell’arme» e il peso delle parole

Il successo della politica monetaria è sempre di più un mix di fatti e parole. Ieri le parole della Banca centrale europea (Bce) hanno inviato un messaggio forte e chiaro: la politica monetaria non cambia, anche perché l’incertezza macroeconomica è aumentata a causa di un eccesso di parole fuori posto, cioè quelle provenienti dall’esecutivo del presidente Usa Donald Trump riguardo l’andamento del dollaro.

Ascoltando il presidente della Bce Mario Draghi non poteva non venire in mente quello che il Governatore Paolo Baffi diceva in maniera profetica nel maggio del 1979: «Le azioni delle banche centrali sono uscite dal silenzio, forse per non più ritornarvi; se quel silenzio è stato in passato percepito come garanzia d’indipendenza, oggi l’indipendenza si realizza nel rendere conto esplicito della propria azione in modo e tempi che non ne compromettano l’efficacia». L’attualità di questa famosa frase, a quaranta anni di distanza, impressiona; dobbiamo solo togliere il “forse”, perché oggi la comunicazione della banca centrale è senza dubbio uno strumento indispensabile per disegnare una politica monetaria efficace.

Non basta: il ruolo delle parole nella politica monetaria si è ulteriormente accresciuto durante e dopo la Grande crisi finanziaria. Le banche centrali – Bce inclusa - di fronte ai rischi di catastrofe finanziaria prima e di recessione e deflazione dopo, hanno dovuto esplorare tutti i sentieri in termini di azioni: tassi zero e negativi, acquisti sui mercati finanziari di titoli diversi per emittenti, durata e rischio. Allo stesso tempo, i banchieri centrali hanno dovuto dotarsi in modo sistematico e profondo dell’arma delle politiche di annunzio.

E veniamo a ieri: i mercati non attendevano da Draghi dei fatti, ma piuttosto delle parole. Tutti sapevano infatti che la Bce aveva già annunziato il suo percorso di normalizzazione della politica monetaria per il 2018: una graduale riduzione della politica di acquisto dei titoli sul mercato, a cui seguirà il ritorno dei tassi in territorio positivo, con modalità e tempistica calibrate sull’evoluzione dei dati macroeconomici.

Ma nelle scorse settimane il migliorare delle condizioni nell’area euro aveva fatto crescere il partito dei falchi, ovvero degli impazienti, ansiosi di vedere almeno annunziata una accelerazione del processo di normalizzazione. L’impazienza ha prodotto una serie di reazioni: da una lettura a senso unico dei verbali della Bce, ad una interpretazione – sempre a senso unico – delle dichiarazione dei membri del consiglio Bce, al rinfocolarsi strumentale dei dubbi sulla conformità delle operazioni di acquisto dei titoli sul mercato da parte della Bce rispetto alla lettera di trattati e norme dell’Unione.

Il partito dei falchi sarà rimasto molto deluso dalle parole che Draghi ha pronunziato. La Bce per ora non cambia lo status quo: né con i fatti, né con le parole. Lo status quo della politica monetaria di solito non si cambia per almeno due ragioni, che attualmente ricorrono entrambe nel caso della Bce.

La prima ragione è l’incertezza macroeconomica, che oggi nello scenario internazionale è alimentata da un nuovo fattore: l’inatteso perdurare del deprezzamento del dollaro. Draghi ha allora ricordato due fatti: tutti i Paesi industrializzati hanno promesso di non utilizzare il tasso di cambio come obiettivo della politica monetaria; l’andamento del tasso di cambio di una valuta dipende dal combinato disposto di fattori oggettivi e di aspettative. A loro volta, le aspettative possono essere condizionate dalle politiche di annunzio.

Ed allora uno più uno fa due: abbiamo incertezza sull’andamento dell’euro perché non sappiamo quanto del suo rafforzamento dipenda dalla ripresa economica (sarebbe comunque una buona notizia), e quando invece sia il frutto di aspettative alimentate da una politica degli annunzi scorretta, messa in atto da chi nei fatti applaude al deprezzamento del dollaro, anche se formalmente non potrebbe farlo. Il riferimento al presidente Trump ed ai suoi funzionari non è mai stato esplicito, ma non poteva essere più evidente.

Ma se c’è incertezza, i fatti e le parole sulla politica monetaria europea non potevano che rimanere le stesse: rimarrà espansiva. È un effetto che dipende anche dai meccanismi che influenzano la governance delle istituzioni, a cui non sfuggono i consigli delle banche centrali. Raggiunto il consenso su uno status quo, che nel caso della Bce è quello della graduale normalizzazione, ogni suo cambiamento – che in questo caso è anche solo la definizione, o l’esplicitazione, della sua implementazione – richiede novità sostanziali, durature, e condivise.

In caso contrario, la maggioranza del consiglio Bce mostrerebbe una forte propensione all’azzardo. Ma i banchieri centrali tendono ad essere prudenti, e finora Francoforte non ha fatto eccezione. Falchi e colombe – anche solo in termini di preferenze per il modus della normalizzazione – hanno mantenuto l’equilibrio. Almeno finora.

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