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Se il figlio s’inventa i bulli, i genitori pagano

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la responsabilitÀ della famiglia

Se il figlio s’inventa i bulli, i genitori pagano

(Ansa)
(Ansa)

Inventarsi di essere vittima dei bulli può costare caro ai genitori del minore che ha mentito. Rischiano infatti di dover risarcire i danni a chi è stato ingiustamente accusato di bullismo.

È successo in Liguria: il Tribunale di Savona - con la sentenza 79 del 22 gennaio - ha condannato il padre e la madre di un ragazzo a pagare 7.800 euro a titolo di danno morale al minore che aveva accusato ingiustamente e la stessa cifra a sua madre, oltre a circa mille euro di danni patrimoniali.

La sentenza trae origine da una denuncia presentata da un ragazzino di 11 anni, tramite la madre, che aveva dichiarato di essere vittima di atti di bullismo - in particolare lesioni, richieste di denaro, minacce anche con armi - che sarebbero stati compiuti da tre minorenni nei bagni della scuola. Le indagini portarono all’individuazione dei tre autori, uno dei quali aveva compiuto 14 anni e poteva quindi essere imputabile. Il presunto autore in quell’occasione aveva dovuto nominare un avvocato ed era stato interrogato, essendo indagato per rapina, estorsione, lesioni e porto d’armi. Un capo di imputazione allarmante, se non fosse che dopo qualche giorno la presunta vittima ha ritrattato, dichiarando di essersi inventato ogni cosa.

Da qui il contrattacco dei genitori del ragazzo accusato che hanno deciso di citare in giudizio i genitori della falsa vittima, sostenendo che la loro vita era stata rovinata dalle accuse infondate.

Per il giudice non ci sono dubbi: la gravità della menzogna è tale da dimostrare, senza possibilità di prova contraria, la mancanza di educazione del figlio, colpevole di essersi inventato fatti così preoccupanti. A nulla rileva l’età del minore né il fatto che i genitori avessero chiesto di poter sentire, a propria difesa, dei testimoni. Il minore che mente inventandosi dei reati commette infatti calunnia e questo non lascia dubbi sulla culpa in educando dei genitori. La responsabilità non consiste tanto nel non aver impedito il verificarsi del fatto, ma nella condotta precedente, ovvero nella violazione del dovere di educare e istruire i figli che grava su ogni genitore in base all’articolo 147 del Codice civile. Questo obbligo - spiega il giudice - consiste nella «costante opera educativa, finalizzata a correggere comportamenti non corretti e a realizzare una personalità equilibrata», consapevole anche della responsabilità derivante dalle proprie bugie.

Per stabilire l’entità del danno il giudice ha nominato un consulente tecnico d’ufficio che ha quantificato in 100 giorni l’invalidità temporanea subita dalla madre e dal figlio, corrispondente ai giorni di ansia e paura trascorsi prima dell’archiviazione del caso. Si legge nella sentenza che la madre «ha vissuto in quanto genitrice di un piccolo delinquente il fallimento del proprio ruolo genitoriale» e per questo ha diritto in proprio a un risarcimento del danno non patrimoniale, liquidato in una somma superiore a quella stabilita dalle tabelle del tribunale di Milano, cioè in 120 euro al giorno.

A nulla vale poi l’eccezione dei genitori dell’accusatore che avevano puntato il dito contro le pagine Facebook della madre del presunto autore che non facevano trasparire alcuno stato d’ansia. Per il giudice Facebook «non può certo essere considerato un diario sempre attendibile della vita quotidiana, laddove conta apparire piuttosto che essere, tanto che il consulente tecnico d’ufficio ha accertato l’invalidità temporanea in capo alla madre».

Non è la prima volta che i tribunali accendono un faro sulla responsabilità genitoriale in caso di episodi di bullismo, ma la pronuncia mette in guardia sull’importanza di dire la verità, soprattutto quando una bugia può far avviare un processo penale a carico di altri. Vero è che non sempre negli episodi di bullismo la vittima ha una reale capacità di autodeterminazione e la paura può giocare un ruolo importante. Per i giudici però vale l’ultima parola del ragazzo che dichiara di aver mentito e così non lascia scampo ai genitori. È infatti un loro dovere educare i figli alla lealtà e accertarsi che stiano dicendo la verità, soprattutto in casi come quelli di bullismo in cui spesso le responsabilità sono sovrapposte e non facili da accertare nella loro reale portata. La norma di riferimento è l’articolo 2048 del Codice civile che pone in capo ai genitori la responsabilità civile per i fatti commessi dai figli minorenni, a meno che non provino di non aver impedito il fatto.

Sono già molti i casi in cui i giudici non hanno concesso ai genitori la prova contraria perché il fatto era ritenuto talmente grave da rendere inutile ogni tentativo di discolparsi. Era già successo ad Alessandria dove il Tribunale (sentenza 439 del 16 maggio 2016) aveva ritenuto responsabili i genitori del minore che non si era dissociato da un’azione di cyberbullismo, in cui più ragazzi stavano filmando per poi diffondere in rete video violenti e offensivi ai danni di un altro minore. Lo aveva già stabilito anche la Cassazione che aveva richiamato l’attenzione sul fatto che tutti coloro che prendono parte a un episodio di bullismo, sia che abbiano avuto un ruolo di primo piano o solo un ruolo secondario, sono solidalmente responsabili. Se si tratta di minorenni, del danno causato rispondono i genitori (sentenza 20192 del 25 settembre 2014).

Maggiori e più articolate sono quindi le responsabilità genitoriali che oggi includono anche la corretta informazione sull’uso dei dispositivi digitali. Dopo le recenti riforme in tema di cyberbullismo, l’educazione digitale diventa un’emergenza. Se da una parte si sono ampliati i poteri di azione dei minori che abbiano compiuto 14 anni, dall’altra i genitori si devono concentrare sull’importanza di educare i figli alla consapevolezza dei propri diritti e doveri, sapendo che una loro menzogna può portarli dritti in tribunale.

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