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Aiuti alle Pmi sui mercati globali

il dibattito

Aiuti alle Pmi sui mercati globali

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In una campagna elettorale confusa e pasticciata l’intervento congiunto di Carlo Calenda a Marco Bentivogli giunge come una ventata di aria fresca: «La parola d’ordine sembra essere “abolire”, scaricando i costi sulla “fiscalità generale” e alimentando l’equivoco che essa sia altro rispetto ai soldi dei cittadini. Questo equivoco è alla base di decenni di irresponsabilità finanziaria che hanno portato l’Italia vicino al default nel 2011. Noi pensiamo invece che la parola d’ordine debba essere “costruire” un futuro fondato su tre pilastri: competenze, impresa, lavoro».

L’agenda proposta è ricca e ambiziosa, anche per questo in vari punti soltanto abbozzata. Una ventata appunto. Richiama con forza le responsabilità di tutti (imprese, lavoratori, governo) e rivendica con orgoglio quanto fatto nell’ultima legislatura. Comunque la si veda, che si sia d’accordo o meno con il giudizio di Bentivogli e Calenda, ci si aspetterebbe che un bilancio consuntivo della politica economica degli ultimi cinque anni fosse oggi al centro del dibattito elettorale. Invece non lo è. Se quindi l’effetto del loro intervento fosse anche solo quello di riuscire a lanciare un dibattito serio e informato sul tema, non sarebbe un effetto secondario.

Uno degli aspetti soltanto abbozzati dell’agenda riguarda la politica commerciale e l’internazionalizzazione. Da una parte si sottolinea il ruolo centrale degli accordi di liberalizzazione degli scambi (come il più recente tra Unione Europea e Canada) come «strumento principale attraverso il quale favorire l’accesso delle Pmi ai mercati esteri». Dall’altra si evidenzia l’urgenza di inserire in tali accordi regole adatte «a garantire la natura equa del commercio internazionale e a mitigare gli effetti di una globalizzazione squilibrata», ispirate a «princìpi di sostenibilità ambientale e sociale». Inoltre, si invoca il varo di «un fondo equivalente al “Globalization Adjustment Fund” dedicato alla riconversione di lavoratori e aziende spiazzati da innovazione tecnologica e globalizzazione».

Analizziamo un punto alla volta. Primo, l’idea del fondo è sacrosanta. Si basa su un principio di solidarietà in virtù del quale in una società che vuole essere coesa chi trae vantaggio da una decisione comune è chiamato a compensare, almeno in parte, chi di tale decisione subisce il danno. Questo è possibile per definizione. Qualora il beneficio del “vincitore” non dovesse superare il danno dello “sconfitto”, già in partenza non avrebbe alcun senso prendere quella decisione.

Secondo, quello sull’introduzione di clausole di tutela ambientale e sociale negli accordi di libero scambio è un dibattito con una storia lunga e travagliata. I cittadini dei Paesi meno sviluppati sono meno sensibili di noi a questioni di protezione dell’ambiente e dei lavoratori. Ci fanno notare che il sottosviluppo comporta purtroppo altre priorità, le stesse che anche noi avevamo prima di industrializzarci. Ai loro occhi ogni proposta di salvaguardia ambientale e sociale rischia di sembrare protezionismo mascherato o un lusso che i più ricchi vogliono imporre ai più poveri.

Terzo, che gli accordi di libero scambio siano richiesti affinché le imprese possano accedere ai mercati esteri è una tautologia. Che siano lo strumento principale per favorire l’accesso delle Pmi è discutibile: il libero scambio è condizione necessaria ma non sufficiente. La ragione è che, con le dovute ma limitate eccezioni, le Pmi difficilmente riescono ad esportare (e ancor meno a fare investimenti diretti all’estero). Un accordo di libero scambio rimuove le barriere tariffarie (dazi sulle importazioni) e in parte anche quelle non tariffarie (leggi e regolamenti che avvantaggiano le imprese domestiche rispetto a quelle estere). Ma anche quando tutte queste barriere scompaiono, restano ostacoli materiali (costi di trasporto e distribuzione) e immateriali (asimmetrie informative, rischio) che solo imprese sufficientemente grandi sono in gradi di superare. Persino nel Mercato Unico le imprese che vendono in mercati diversi da quello del proprio Paese d’origine sono una frazione sorprendentemente bassa del totale delle imprese. La visione della Pmi che diventa esportatrice in virtù di un accordo di libero scambio è un sogno romantico.

In quest’ottica, la bozza di Calenda e Bentivogli andrebbe maggiormente sviluppata. Concretamente, le Pmi (e non solo le Pmi) potrebbero internazionalizzarsi trovando il loro posto nelle reti globali di produzione. La politica industriale potrebbe sostenere questo posizionamento, aiutando le Pmi a rimuovere gli ostacoli legati alle barriere informative e ai rischi associati alla produzione su commessa per clienti internazionali. Soprattutto potrebbe farlo sfruttando in maniera mirata le varie leve indicate nella bozza: Impresa 4.0, Lavoro 4.0, energia, concorrenza, banda larga, attrazione degli investimenti diretti esteri. Se «il numero limitato delle imprese pienamente integrate nelle catene globali del valore (20% circa del totale)» è indicata da Calenda e Bentivogli come la prima «fragilità peculiare del nostro tessuto produttivo», forse è proprio da lì che bisogna partire.

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