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I costi indiretti delle riforme

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I costi indiretti delle riforme

Le campagne elettorali, di solito, non godono di buona stampa. Quella in corso, però, qualche merito l’ha pur avuto: in tema Europa, i toni di chi proclamava o di voler uscire dall’euro o di volerne sfidare le regole, si sono attutiti; e in tema di promesse elettorali, è tutta una corsa a dimostrarne la sostenibilità. Se da un lato alcune idee - che l’uscita dall’euro sarebbe uno schianto, e che le riforme senza “coperture” sarebbero un’agonia – sembrano diventate opinioni acquisite, dall’altro ci sono equivoci che continuano a circolare nei discorsi pre-elettorali.

Uno di questi è di non considerare i costi indiretti delle riforme, cioè di quanto è necessario spendere per attuarle. A volte questi costi non sono facili da individuare e calcolare: se le burocrazie coinvolte dalla riforma sono più d’una - come sovente accade - se non si incomincia con riformare quelle, si dà luogo a sovrapposizioni ancor più costose. È il caso delle misure per il contrasto della povertà, un fenomeno che, per dimensione e diffusione, è uno scandalo in un Paese comparativamente “ricco” come il nostro. Merito quindi dei governi Renzi e Gentiloni aver varato il “Reddito di inclusione” le cui prime erogazioni dovrebbero iniziare a febbraio e che il Pd vorrebbe fosse poi esteso a tutti quanti sono sotto la soglia di povertà. Chi sono i poveri? Sono - recita la circolare Inps n. 172 del 22 novembre 2017 - coloro che tali risulteranno a una “valutazione multidimensionale del bisogno”, accertata da una “équipe multidisciplinare, composta da un operatore sociale identificato dal servizio sociale competente e da altri operatori, sempre afferenti alla rete dei servizi territoriali, a loro volta identificati dal servizio sociale a seconda dei bisogni del nucleo più rilevanti, emersi a seguito dell’analisi preliminare”.

Questo non succede invece con il “minimo vitale” proposto dall’Istituto Bruno Leoni: infatti esso va automaticamente a chi presenta una dichiarazione Irpef da cui risulti un reddito inferiore a una certa soglia. Il “minimo vitale” non è un intervento a sé, che debba essere effettutato dalla burocrazia che c’è: è invece la componente di un complessivo, ambizioso disegno, il “25 per tutti” (presentato e discusso sul Sole 24 Ore), nel quale la ridefinizione dei rapporti fiscali tra Stato e cittadini, e quindi dei compiti delle varie articolazioni dello Stato, è insieme mezzo e fine. Concretamente, mentre si istituisce il “minimo vitale” si fa anche piazza pulita di tutti gli strumenti esistenti, compresa l’Isee (Indicatore della situazione economica equivalente), e si recidono i legami spurii (ci sono trattamenti assistenziali su cui intervengono Mef e Interni): alla fine restano le due burocrazie, con compiti distinti, il Fisco che esige le imposte ed eroga i sussidi, e l’Inps che fa l’assicuratore, seppure sui generis, cioè eroga prestazioni che abbiano base contributiva, senza più compiti assistenziali. (Per completezza si precisa che anche il “reddito di dignità” del centrodestra non dovrebbe dar luogo a esagerati costi amministrativi).

Tutte le riforme hanno un costo amministrativo più o meno nascosto, tutte tranne una: l’eliminazione di funzioni esercitate o di servizi prestati dallo Stato. Quando lo Stato preleva e intermedia oltre il 50% di quanto il Paese produce, non si può dire che così si imbocca la strada dello Stato minimo: basterebbe che non diventasse “più massimo”. Come invece inesorabilmente succede. Più in generale, il criterio per valutare i programmi elettorali è quali riducono e quali invece ulteriormente ampliano l’impronta dello Stato.

Se nella campagna elettorale i toni più estremi del sovranismo sembrano essere rientrati, permane il desiderio di recuperare il controllo della sovranità ergendo steccati (magari golden) ai confini nazionali. Si dice di volere l’innovazione tecnologica, ma ci si dimentica dell’innovazione politica.

Riformare senza razionalizzare, creare giganti artificiali, assumere migliaia di dipendenti pubblici, praticare un sovranismo interno che renda meno aperti i confini nazionali: sono ancora molti gli equivoci che circolano nella campagna elettorale.

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