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Esame di maturità per il Terzo settore

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Esame di maturità per il Terzo settore

Quello che attende gli enti del Terzo settore nei prossimi mesi è una specie di esame di maturità, dal quale potranno uscire o compiendo un passo avanti, o facendo un passo indietro. In ogni caso una scelta si renderà inevitabile, perché si è creata una serie di condizioni inedite che rendono difficile il mantenimento dello status quo. A supporto di un’affermazione così radicale depongono argomentazioni d’ordine economico, finanziario, giuridico e normativo. Ma è soprattutto il mix delle combinazioni a far riflettere.

Sul piano statistico ed economico la recente indagine Istat rilasciata nell’ambito del censimento permanente delle organizzazioni non profit ha certificato che il Terzo settore gode ottima salute, con un saldo positivo del numero di Ets operativi pari all’11,6% dal 2011 al 2015. Il dato è significativo se si considera che fa riferimento agli anni di maggiore impatto della crisi globale. Si carica, poi, di ulteriore importanza se si osserva la capacità di questi soggetti di creare occupazione: il Terzo settore assorbe oggi oltre 5 milioni e mezzo di volontari e almeno 788mila dipendenti, con un fiorire di realtà innovative, impegnate nell’offrire risposte ai bisogni emergenti.

Il non profit, insomma, ha mostrato grande capacità di resilienza e, per le sue caratteristiche genetiche, si trova in pole position nella sfida del lavoro, che sarà la questione centrale dei prossimi anni sul fronte della crescita. Ma c’è anche un ulteriore vantaggio competitivo, forse meno evidenziato nel dibattito corrente, ma probabilmente ancor più decisivo. Il modello organizzativo degli Ets, partecipato e orizzontale (per non dire cooperativo nel caso dell’impresa sociale) si sta rivelando particolarmente adatto a intercettare i grandi cambiamenti dell’industria 4.0, basata sulla condivisione e l’intelligenza dei dati, la circolarità dei processi, l’utilizzo consapevole e sostenibile delle risorse.

Non a caso, sul versante delle imprese, molti gruppi globali stanno sperimentando inedite partnership con organizzazioni non profit e assorbono tematiche, ma anche modelli organizzativi e schemi di governance che fino a qualche anno fa erano patrimonio esclusivo dell’associazionismo e della cittadinanza attiva. In questo senso è legittimo immaginare che il Terzo settore possa avere davanti a sé una serie di opportunità maggiori, potenzialmente di portata storica.

Se, poi, l’analisi si sposta sul terreno giuridico, si può osservare che l’Italia, con la riforma del Terzo settore approvata lo scorso anno, dispone ora di uno strumentario tanto ricco quanto razionale per favorire lo sviluppo delle attività finalizzate al bene comune.

La settimana scorsa (si veda Il Sole 24 Ore del 24 gennaio) il ministro del Lavoro Giuliano Poletti e il sottosegretario Luigi Bobba hanno fatto il punto sull’attuazione della riforma, segnalando che sono in dirittura d’arrivo quattro dei principali provvedimenti d’attuazione dei decreti legislativi sul Codice unico, sul 5 per mille e sull'impresa sociale. A prescindere dal fatto che possano arrivare in porto anche gli interventi correttivi che gli enti (con ottime ragioni) stanno sollecitando, le carte sul tavolo appaiono comunque di per sé interessanti. Con il Codice il regime concessorio, per il quale bisognava sostanzialmente chiedere il permesso all’autorità pubblica anche per fare del bene, ha lasciato spazio al principio del riconoscimento, che comporta di informare e di essere trasparenti, ma non certo per concessione.

Di più: la riforma sottolinea e premia la funzione produttiva, non solo redistributiva degli Ets, così riconoscendo che anche il valore sociale, fin qui marginalizzato in quanto asset intangibile, rientra a pieno titolo nel valore della produzione. Come conseguenza diretta si apre il fronte della finanza sociale, con un bagaglio di nuovi strumenti, dai social bond al social lending fino ai titoli di solidarietà, in grado almeno sulla carta di accelerare la crescita delle attività a movente ideale o, comunque, di utilità sociale.

In definitiva, nel terzo settore ci sono tutte le condizioni per un sostanziale cambiamento. Come risponderanno le non profit? Accetteranno la sfida, anche a costo di pagare un prezzo per i nuovi obblighi e per le incertezze che inevitabilmente ne derivano? Oppure si rifugeranno nel “piccolo è bello” che rimane pur sempre un paradigma molto diffuso nel nostro Paese, limitandosi a lavorare per il bene comune in ambiti di prossimità? Entro un paio d’anni, anche grazie al sempre più ricco apparato statistico, avremo probabilmente una risposta dettagliata.

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