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L’epica perduta della partecipazione

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VERSO IL VOTO

L’epica perduta della partecipazione

(Ansa)
(Ansa)

Sarà perché vengo da una generazione che ha creduto e crede nella cultura come epifania di una militanza civile e morale - un’idea, questa, che rende qualsiasi gesto intellettuale, come un articolo pensato per un giornale o una lezione universitaria o un libro, qualcosa di forte ricaduta etica; sarà perché vedo nelle operazioni che riguardano la scrittura di un romanzo o di un saggio il germe di una identità, sta di fatto che, quando si avvicina il periodo delle elezioni, cresce in me una sorta di sentire epico, come se nell’entrare dentro una cabina elettorale si varcasse la porta di un domani ancora tutto da disegnare, ma a cui comunque appartengo per genealogia di idee.

Non si tratta di una semplice adesione a uno schieramento, piuttosto quel manifestare l’orgoglio di una conquista a cui altri prima di me hanno lavorato e di cui poi io stesso sono diventato parte inalienabile. Qualcosa del genere è accaduto nell’immediato secondo dopoguerra, al tempo delle prime consultazioni, quando in tutti esisteva la consapevolezza di compiere un gesto che veniva richiesto non tanto dalle circostanze di un quotidiano squallido e incolore, quanto dal condividere il profilo di un destino alto e irripetibile. I contadini, gli operai, le donne, quando si trattò di esprimere un parere, parteciparono al voto con la consapevolezza delle azioni ponderate, si sentirono co-autori di una sacralizzazione e questa sacralizzazione si rifletteva nei volti e nelle voci di una classe politica che sapeva di compiere, magari anche con il più umile degli incarichi, qualcosa di forte memorabilità. Gli intellettuali e i politici che contribuirono a realizzare l’unità nazionale, nel 1861, avevano dalla loro la certezza di raggiungere un risultato che i libri di Storia avrebbero raccontato. E così è stato per la Costituente, nel 1946.

Così forse per i piccoli passi che portarono alla unificazione monetaria dell’Europa. Saranno stati commessi anche degli errori per arrivare a questi traguardi, ma di sicuro gli attori di quei momenti non hanno mancato l’appuntamento con la dimensione di una memoria che non poteva non essere patrimonio di tutti. Sul perché poi abbiamo verificato l’incapacità di rendere condiviso qualcosa che poteva e doveva diventare elemento di collante (anziché rimanere terreno di dispute controverse) è una questione tutt’altro che risolta.

Siamo un popolo nato da un fratricidio e non da un parricidio, abbiamo nel nostro sangue il cattivo seme di due gemelli che, per affermarsi, non hanno avuto un genitore da eliminare e dunque hanno tentato di escludersi e di delegittimarsi vicendevolmente, ingaggiando un duello sul piano orizzontale e non verticale, un confronto fra pari e non contro una gerarchia.

Questo tuttavia è un discorso collaterale al tema di una politica o di un’economia o di una cultura che continuano a rimanere il terreno di operazioni troppo legate all’icona del tempo breve, al desiderio ossessivo di fare cronaca (più che fare Storia) che è spesso la banalizzazione del presente e che mal si raccorda con la dimensione profonda di una nazione incapace di raccontarsi mai come in questo momento, incapace di raccontare soprattutto quanto c’è da restituire in forma di narrazione epica.

Lo vediamo un po’ ovunque, con l’approssimarsi del 4 marzo, nelle parole di una classe politica che manca di progettualità e di programmi e che per questo forse, perché carente di visione, si affida alle favole infelici e volgari che promettono clamorose agevolazioni, improbabili sconti su tasse e tributi, e coglie qualsiasi occasione per procurarsi consenso, come dimostrano i recenti fatti di Macerata. Tutto ciò probabilmente avviene perché siamo un Paese che ha smesso di accarezzare la corda dell’epica per inseguire il traguardo della quotidianità, ha abdicato a quella vocazione che permetteva di elevare a gesto simbolico qualsiasi azione della sfera comune. Ma ciò presuppone un secondo livello di errore. Se la narrazione della nostra epoca ha smesso di restituire ai suoi stessi attori il senso di una profondità e di un convincimento morale è perché il racconto della stagione in cui viviamo non trova il sostrato culturale adatto per elevare a simboli le azioni che compiamo, le parole che pronunciamo. Dunque ricadiamo nell’effetto stagnante di un presente che si autoriproduce nei colori appannati, manchiamo l’appuntamento con i conflitti interiori di un io nazione che stenta a trovare il vocabolario con cui consegnarsi alla posterità e spesso insegue le orme che ha lasciato dietro di sé per riproporle come segni del nuovo.

Perdere l’attitudine di trasferire tutto in chiave epica non equivale tanto a smarrire il passo cadenzato del tempo, piuttosto a restringere la capacità di visione, ad azzerare l’idea di vivere il futuro in proiezione progettuale, ignorando che il più delle volte a dare risorsa agli uomini non è la Storia ma il sogno della Storia, l’utilizzo della memoria come lievito e utopia della Storia. Questo ci permetterebbe di non finire nei lacci di ciò che è e getterebbe un ponte verso l’altrove che dovrebbe essere. L’Iliade sarebbe rimasta la vicenda di una donna sottratta al marito dal suo amante, eppure quel triangolo è diventato un tassello della nostra identità di uomini. C’è dell’altro al di là della cronaca. E questo altro ha la forza di Martin Luther King che nel 1963 fece un sogno da epopea e da quel sogno, senza che egli ne fosse al corrente, scaturì il volto del presidente Obama.

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