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Dossier | N. 53 articoliMappamondo

La promessa mancata di Trump

 Poco più di un anno fa, sotto un cielo grigio e di fronte a una folle esigua, Donald Trump ha prestato giuramento come presidente degli Stati Uniti. Nel suo discorso di insediamento, promise che, «Ogni decisione sul commercio, sulle tasse, sull’immigrazione, sugli affari esteri, verrà presa a vantaggio dei lavoratori americani e delle famiglie americane». E per «gli uomini e le donne dimenticati del nostro Paese» che «non saranno mai più abbandonati».

 Trump aveva condotto la sua campagna con la promessa di strappare gli accordi commerciali “ingiusti” e di dare un giro di vite all’immigrazione. E nelle prime settimane e nei primi mesi del suo mandato, ha abbandonato il Trans-Pacific Partnership (TPP). Ha annunciato il ritiro dell’America dall’accordo di Parigi sul clima. Ha bandito l’ingresso negli Stati Uniti per i musulmani provenienti da sette paesi. E ha aperto la strada alla deportazione di centinaia di migliaia di latino-americani che vivono negli Usa legalmente da oltre una generazione.

Mentre però Trump si appresta a preparare il suo secondo discorso alla conferenza “State of the Union”, è chiaro che molte altre grandi promesse siano sfuggite di mano. Il muro che aveva promesso di erigere sul confine con il Messico è allo stesso punto di un anno fa. L’Obamacare del 2010 (Affordable Care Act) non è stata abrogata. Le infrastrutture americane restano abbandonate e sottofinanziate. E invece di “prosciugare la palude” degli insider esistenti e degli interessi acquisiti che tanto plasmano la politica Usa, lui si fissa con gli alligatori più grandi.

Certo, i predecessori di Trump hanno avuto simili fallimenti. Barack Obama non è mai riuscito a chiudere la prigione militare americana di Guantánamo. George W. Bush non è riuscito a promulgare una riforma generale sull’immigrazione. E Bill Clinton non è riuscito a sistemare l’assistenza sanitaria. Ma almeno si sono attenuti allo spirito degli impegni presi.

Come documentato dai commentatori di Project Syndicate, lo stesso non può dirsi per Trump. Durante il suo primo anno di mandato, le politiche interne ed estere degli Stati Uniti si sono rivelate un tradimento completo per i lavoratori e le famiglie americane, compresi coloro che vivono in Michigan, Pennsylvania e Wisconsin cui lui stesso deve la presidenza. E con i tassi di consenso schizzati ai minimi storici, forse anche altri che votarono per lui nel 2016 si sentono in egual modo.

 Quasi 99%
Le politiche di Trump che incideranno in maniera più evidente sui lavoratori e sulle famiglie americane riguardano la sanità e le tasse. Dopo essersi unito ai repubblicani al Congresso la scorsa primavera-estate nel tentativo fallito di abrogare l’Obamacare, l’amministrazione Trump ha introdotto regolamenti per bypassare le principali clausole della normativa, come una nuova norma che consenta ad aziende e organizzazioni di associarsi per acquistare coperture più striminzite. Trump dichiara che i suoi ordini esecutivi sono finalizzati a puntellare i traballanti mercati assicurativi, ma molti osservatori si aspettano che le misure spingano al rialzo i premi per milioni di americani e introducano nuove disuguaglianze a livello assicurativo nel tempo.

 Il Tax Cuts and Jobs Act del 2017, firmato a dicembre, in modo simile rinvia il dolore. Nel breve termine, i lavoratori americani assisteranno a modesti sobbalzi negli stipendi. Ma entro il prossimo decennio, l’economista e premio Nobel Joseph E. Stiglitz fa notare che la legge «aumenterà le tasse su una maggioranza di americani che si trova nel mezzo (secondo, terzo e quarto quintile)», e aggiungerà almeno 10.000-15.000 miliardi di dollari al deficit entro il 2027, tutto per far sì che gli sgravi fiscali per le corporation possano restare permanenti.

 Questi termini, secondo Nouriel Roubini della New York University, non sono una coincidenza. Il piano fiscale è stato ideato tenendo bene a mente le elezioni di metà mandato al Congresso del 2018. Fino ad allora, spiega Roubini, Trump e i repubblicani «possono vantarsi di aver tagliato le tasse su gran parte delle famiglie». E dopo, «possono aspettarsi di vedere gli effetti dello stimolo economico del picco dei tagli fiscali nel 2019, poco prima delle prossime elezioni presidenziali – e molto prima che scada il disegno di legge».

 Ma sia Stiglitz che Roubini sono scettici sullo stratagemma dei Gop. Dopo tutto, Stiglitz scrive: «Gli elettori non sono facilmente manipolabili», e c’è molto nel pacchetto fiscale di Trump che i lavoratori dovrebbero guardare con scetticismo.

 Ad esempio, malgrado la promessa di Trump di “riportare” i posti di lavoro negli Usa, Roubini dimostra che le clausole della riforma fiscale «incentiveranno ancor di più le multinazionali statunitensi a investire, assumere e produrre all’estero». E, contrariamente alla promessa fatta da Trump durante la campagna che così recitava: «Nessuno perderà la copertura [assicurativa sanitaria]», la riforma fiscale abroga il singolo mandato dell’Obamacare, che «farà perdere l’assistenza sanitaria a 13 milioni di persone, e i premi assicurativi aumenteranno del 10%, nel prossimo decennio».

 Inoltre, come osserva Stiglitz, contrariamente all’esplicita promessa di Trump di «eliminare la deduzione del carried interest e di altre scappatoie speciali sugli interessi che sono andati così bene per gli investitori di Wall Street», gli espedienti restano intatti, e continueranno ad essere sfruttati dalle «società di private equity che distruggono posti di lavoro». La riforma fiscale non fa molto anche per i lavoratori i cui posti di lavoro sono stati eliminati o sostituiti. Come osservano l’economista dell’Università di Berkeley Laura Tyson e Lenny Mendonca di New America, la riforma «dà la priorità agli investimenti nel capitale fisico e finanziario rispetto a ciò di cui gli Usa hanno davvero bisogno: più investimenti nel capitale umano e formazione permanente per aiutare i lavoratori e le comunità ad affrontare gli effetti negativi dell’automazione e dell’intelligenza artificiale».

 Ma non è tutto. Tyson e Mendonca ci ricordano che la riforma farà anche lievitare i costi per gli americani che vivono negli stati a orientamento democratico come New York e California, imponendo un «limite generale sulle deduzioni sui mutui» e «mettendo un tetto alla deduzione federale per il reddito statale e locale e le imposte sulla proprietà». Gli effetti combinati di queste disposizioni, secondo Tyson e Mendonca, porteranno a un aumento dell’«aliquota fiscale margine su milioni di lavoratori negli ambienti e nei settori più produttivi del Paese». Invece di incoraggiare l’innovazione, la riforma fiscale di Trump non farà che soffocarla.

 Impossibilità economiche per i nostri nipoti
Nonostante i concreti e immediati effetti, il piano fiscale potrebbe anche celare implicazioni negative a lungo termine per la crescita economica e la prosperità degli Stati Uniti. Jeffrey Frankel di Harvard osserva che, mentre i precedenti sgravi fiscali repubblicani, come all’inizio degli anni Ottanta, arrivavano dopo contrazioni economiche, la nuova riforma approda su un’economia che è già quasi prossima alla piena occupazione. Ciò significa che potrebbe accelerare il tasso con cui la Federal Reserve americana aumenterà i tassi di interesse che, secondo Stiglitz, porteranno a un rallentamento degli “investimenti, e quindi della crescita” indipendentemente dall’«eventuale aumento dei consumi dei ricchissimi».

 Frankel lamenta anche il fatto che la riforma ridurrà il gettito del governo in un tempo in cui i baby boomer stanno «andando in pensione alla velocità di circa 10.000 persone al giorno, ciò significa che gli esborsi per Medicare e Social Security – rispettivamente destinati alla copertura sanitaria e al sistema pensionistico – aumenteranno rapidamente». Tali incrementi, secondo Roubini, rientrano direttamente nella strategia “affamare la bestia” tanto amata dai repubblicani al Congresso, laddove i leader di partito «utilizzeranno i deficit più elevati derivanti dagli sgravi fiscali per perorare gli sgravi» nei programmi sociali per «anziani, classe media e americani a basso reddito». Mentre però il portavoce della Casa dei Rappresentanti Paul Ryan ha già espresso il proprio desiderio di perseguire la riforma previdenziale nel 2018, il leader della maggioranza al Senato Mitch McConnell si rivela molto più restio.

 Di fatto, l’argomentazione a favore della riforma previdenziale – ossia che il debito pubblico Usa sia insostenibile e debba essere contenuto – è in contraddizione con l’affermazione centrale dietro la riforma fiscale Trump/repubblicana: generare abbastanza crescita da coprire la maggior parte dei costi. Come spiega Stephen S. Roach di Yale, si tratta della classica argomentazione sul fronte dell’offerta a cui l’America ora deve il suo debito gonfiato. Dopo i tagli alle tasse dell’era Reagan, osserva Roach, «i deficit del budget federale sono lievitati fino al 3,8% del Pil durante gli anni Ottanta, facendo passare il debito pubblico dal 25% del Pil nel 1980 al 41% del 1990»; inoltre, le partite correnti Usa sono «in deficit da allora (con l’eccezione di una temporanea tregua nei primi due trimestri del 1991 dovuta al finanziamento esterno della Guerra del Golfo)».

 Un aumento dei deficit, ci rammenta l’ex ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis, implica «maggiori provvedimenti fiscali a lungo termine» per i lavoratori americani. Ovviamente, i contribuenti potrebbero essere disposti ad accettare tutto questo se le clausole della riforma relative all’imposta sulle società si traducessero in un aumento dei salari su tutta la linea. Ma sarà così?

 Martin Feldstein di Harvard, secondo cui «i benefici economici derivanti dalle modifiche dell’imposta sulle società supereranno gli effetti negativi del debito maggiorato», è cautamente ottimista. Prima che passasse la riforma, aveva previsto che una riduzione dell’aliquota dell’imposta sulle società dal 35% al 20% (il provvedimento finale la riduce al 21%) avrebbe reso gli Usa nettamente più competitivi. E che, a sua volta, «attirerà il capitale nel settore corporate Usa», che si tradurrà in un incremento della “produttività e dei salari reali” possibilmente nell’ordine di «4.000 dollari per famiglia in dollari in base al valore odierno» entro il 2027.

 Ma come osserva Roach, le società Usa già «pagano un’aliquota d’imposta sulle società sorprendentemente bassa – appena 22% – se confrontata con l’esperienza del secondo dopoguerra». Gli Usa sono già terzi nella classifica annuale di competitività internazionale del World Economic Forum. E al 9% del reddito nazionale lordo, «l’attuale percentuale del Pil degli utili [sulle società] esentasse è ben al di sopra della media post-1980 pari al 7,6%».

 Inoltre, Tyson e Mendonca osservano «un’ampia unità di ricerca economica» che dimostra come, «al massimo il 20-25% dei benefici degli sgravi fiscali sulle società andrà al lavoro; il resto andrà agli azionisti, di cui un terzo stranieri». Ciò suggerisce un continuum della tendenza a lungo termine dei guadagni salariali che non vanno di pari passo con la crescita della produttività. Mentre gli utili societari aumentano, osserva Roach, «la percentuale del reddito nazionale che si aggiunge al lavoro è in calo». Non c’è ragione di aspettarsi che la normativa fiscale dei repubblicani modifichino questo aspetto.

 Il grande dibattito della crescita
Nel periodo precedente al via libera del provvedimento, Robert J. Barro di Harvard ha preso in esame tre clausole della riforma fiscale che a suo avviso indurranno sostanziali investimenti delle imprese, con una conseguente crescita di produzione e occupazione. Oltre ad abbassare l’aliquota d’imposta sulle società, la riforma consente altresì alle aziende l’ammortamento immediato del costo totale dei nuovi macchinari, invece che diluito nel tempo; e abbrevia da 39 a 25 anni il periodo di ammortamento delle strutture aziendali non residenziali. Secondo i calcoli di Barro, il nuovo regime fiscale punterà a «innalzare i rapporti capitale/lavoro nel lungo periodo del 25% per le strutture aziendali non residenziali e del 17% per i macchinari aziendali», ossia «un ampio incremento nel lungo termine del Pil reale pro capite – all’incirca del 7%».

 Ma i colleghi di Harvard di Barro, Jason Furman e Lawrence H. Summers, ex consulenti economici senior per Obama, hanno criticato l’analisi di Barro per aver fatto «le ipotesi meno favorevoli sulla riforma attuale e le più favorevoli sulla politica futura» con il piano Trump/repubblicano. Avvalendosi del modello stesso di Barro, Furman e Summers calcolano che la riforma fiscale «produrrà un incremento del livello del Pil di lungo termine all’incirca dell’1%». Questa previsione è in linea con le valutazioni di molti altri economisti ed esperti di budget, compresa, la «Commissione congiunta sulla tassazione nominata dai repubblicani».

 Nel suo contributo al dibattito fiscale, Michael J. Boskin della Stanford University – che ha co-firmato una lettera aperta a novembre con Barro e sette altri economisti per promuovere il potenziale di crescita del pacchetto fiscale – suggerisce che Furman e Summers abbiano sottostimato gli effetti chiave del provvedimento. L’impatto degli investimenti in macchinari sulla crescita del Pil, sostiene, è «molto più ampio che nei modelli convenzionali utilizzati nella maggior parte degli studi, compresi quelli cui fanno affidamento gli esperti in materia di entrate pubbliche», a causa degli «effetti del learning by doing» associati alle nuove tecnologie.

 E ancora, le politiche fiscali non sono l’unico fattore a pesare sulle decisioni di investimento. Roach, dal suo canto, sospetta che i deboli investimenti delle imprese negli ultimi anni possano essere «dovuti meno alle onerose tasse e allo strangolamento normativo, e più a una carenza senza precedenti di domanda aggregata», essendo quest’ultima un fattore trainante importante per le spese di capitale. Resta da vedere quanto il pacchetto fiscale stimolerà la domanda. Molto dipenderà dalla possibilità o meno che quest’anno i repubblicani seguitino ad effettuare tagli sulla spesa. Se lo faranno, Barry Eichengreen dell’Università di Berkeley si aspetta che l’ascia cada sui programmi di cui beneficiano «i consumatori che vivono alla giornata, e che ridurranno le proprie spese dollaro dopo dollaro, erodendo la domanda aggregata».

 Prima l’America, poi i lavoratori
Dotare i lavoratori di un maggiore potere contrattuale potrebbe contribuire a incentivare i salari, e quindi la domanda. Eppure, come osserva Roubini, «le politiche di deregolamentazione [di Trump] sono palesemente contrarie alle esigenze di lavoratori e sindacati». L’amministrazione Trump ha proposto tagli netti alla Occupational Safety and Health Administration, che vigila sulla sicurezza sul posto di lavoro. E si è schierato con le grandi aziende contro i lavoratori nelle vertenze giudiziarie pendenti, inclusa la causa di fronte alla Corte Suprema che potrebbe decidere se i dipendenti possano essere costretti a firmare accordi di arbitrato che vietino loro di unirsi in class-action contro i datori di lavoro.

 In modo analogo, Christopher Smart di Carnegie Endowment for International Peace sostiene che la decisione di Trump di abbandonare il TPP non farà che complicare le cose ai lavoratori americani che dovranno competere con la manodopera a basso costo all’estero. Con il TPP, spiega Smart, «Paesi diversi come Perù, Vietnam e Messico avrebbero firmato le leggi sul lavoro inserendo i diritti dei lavoratori per formare sindacati indipendenti e partecipare a contrattazioni collettive», così innalzando il costo del lavoro rispetto ai lavoratori americani. Ovviamente, se intervenisse favorevolmente una nuova iniziativa guidata dal Giappone per resuscitare il TPP, i restanti 11 Paesi dell’area del Pacifico potrebbero ancora accettare standard di lavoro più rigorosi e uniformi. Ma con gli Usa che restano al di fuori del blocco commerciale proposto, avrà meno leva finanziaria per affrontare le violazioni di altri Paesi.

 Altrove sul fronte commerciale, Bill Emmott, ex direttore dell’Economist, osserva che, «Trump ha spesso espresso disappunto sulle inique pratiche commerciali di altri Paesi, esattamente come ha fatto durante la campagna elettorale del 2016; ma ha fatto poco per trasformare le parole in fatti». Dopo aver promesso di etichettare la Cina manipolatrice valutaria, ad esempio, Trump si è (saggiamente) astenuto dal finire che ciò che aveva iniziato. Eppure, Emmott si aspetta che quest’anno Trump dia un’accelerata alle sue politiche protezionistiche, ora che gli sgravi fiscali sono alle spalle.

 A dicembre, la Casa Bianca ha presentato in anteprima l’agenda con il rilascio della National Security Strategy, che pone un’enfasi senza precedenti sull’economia. Nell’opinione di Feldstein,  la NSS di Trump include alcune «iniziative encomiabili» perché «trattano il commercio estero» – comprese le iniziative tese a reprimere il furto di proprietà intellettuale. Il problema, secondo Feldstein, è che la NSS individua «le politiche inique perseguite dalla Cina e da altri Paesi, senza una distinzione tra quelle che danneggiano gli interessi americani e quelle che, per quanto ‘inique’, di fatto aiutano gli americani».

 Il timore ora è che Trump assuma un approccio più ampio e voglia o eliminare le politiche cinesi che vanno bene per i consumatori americani – come esportare i beni in eccesso a prezzi stracciati – o innescare una guerra commerciale su vasta scala. Se si verificasse quest’ultima ipotesi, Kaushik Basu della Cornell University avverte, nessun Paese «soffrirà più degli Usa stessi».

 Le scelte intraprese da Trump nel primo anno sul fronte dell’immigrazione sono altrettanto variegate. Dopo diversi tentativi, è riuscito a implementare un divieto di ingresso focalizzato sui musulmani, che ha avuto il via libera anche dalla magistratura (ora vieta l’ingresso anche ai viaggiatori provenienti dalla Corea del Nord e dal Venezuela). Eppure non è chiaro cosa abbiano fatto le sue politiche sull’immigrazione per i lavoratori americani, anche per coloro che credono che gli immigrati rubino i posti di lavoro agli americani e contribuiscano meno all’economia rispetto a quanto consumano in termini di servizio pubblico. Dopo tutto, osserva Roubini, «il ‘bando dei musulmani’ non incide sulla fornitura di manodopera negli Usa»; né «il piano dell’amministrazione favorisce i lavoratori qualificati rispetto a quelli non qualificati». Di fatto, come avverte Kenneth Rogoff di Harvard, le misure che «riducono nettamente l’immigrazione» avrebbero «significativi effetti negativi sulla crescita», e quindi su posti di lavoro e salari.

 Nazionalismo per gli stolti
Nel suo discorso inaugurale, Trump ha promesso anche di «rinforzare le vecchie alleanze e formarne di nuove» e di «cercare amicizie e benevolenza con le nazioni del mondo», sempre mettendo «prima l’America». La politica estera non ha un effetto ovvio su lavoratori e famiglie Usa come gli sgravi fiscali. Ma se un incompetente o un’amministrazione pericolosa dovessero compromettere la posizione del dollaro Usa come principale valuta di riserva del mondo, questa perdita dello status avrebbe molte più conseguenze di qualsiasi normativa domestica.

 La grandezza del dollaro nei mercati finanziari globali, spiega Benjamin J. Cohen dell’Università di Santa Barbara, è ciò che consente all’America di «andare avanti a spendere quanto le serve per sostenere i tanti impegni per la sicurezza nel mondo, e per finanziare i deficit commerciali e di budget». Se altri Paesi improvvisamente non fossero più interessati al dollaro, gli Usa potrebbero andare incontro a una fuga di capitali; come minimo, il governo dovrebbe pagare di più per onorare il debito esistente, e ciò implica un peso più ampio sui contribuenti.

 Come invece accade, il dollaro ha registrato scarse performance durante il primo anno di Trump, perdendo quasi il 10% del suo valore quando ci sarebbe aspettato che si rivalutasse con il rafforzamento dell’economia Usa, l’ampliamento della differenza tra tassi di interesse con altre economie avanzate, e la promessa dei tagli delle imposte societarie. Lo scorso agosto, Cohen osserva che dopo il tweet di Trump che minaccia il dittatore della Corea del Nord Kim Jong-un con “fire and fury” (fuoco e furia) – e anche prima del suo rifiuto di ricertificare l’accordo sul nucleare dell’Iran – gli investitori stavano «cercando paradisi sicuri alternativi in altri mercati, dalla Svizzera al Giappone».

 In modo analogo, Eichengreen avvertì in ottobre che se l’amministrazione di Trump continua a screditare l’America agli occhi dei suoi alleati, potrebbe provocare una crisi del dollaro. Eichengreen si immagina uno scenario in cui la Corea del Sud e il Giappone – che «si pensa detengano circa l’80% delle loro riserve internazionali in dollari» – sono costretti a trovare un nuovo rifugio finanziario. Un fallimento da parte di Trump nel gestire la crisi nucleare nordcoreana, ad esempio, potrebbe dare alla Cina la possibilità di inserirsi. «E dove la Cina guida geopoliticamente», scrive Eichengreen, «la sua valuta, il renminbi, potrebbe seguire».

 Se ciò sembra illogico, tenete a mente che la Corea del Nord ora ha bypassato gli Usa nelle trattative con la Corea del Sud, con la benedizione della Cina. Nel frattempo, osserva Christopher R. Hill, capo negoziatore Usa con la Corea del Nord durante la presidenza di George W. Bush, Trump ha sempre fatto chiaramente sapere che «non ha idea di cosa fare» quando si tratta del regime di Kim. Di fatto, un anno fa nello stesso mese, Trump rispondeva alla minaccia di Kim di testare un nuovo missile balistico tweetando, «It won’t happen!» (Non accadrà). Da allora, la Corea del Nord ha condotto otto test missilistici – dimostrando, tra le altre cose, che il regime ora ha la capacità di colpire il territorio Usa – e quello che sembra essere stato il suo primo test di una bomba a idrogeno.

 Mentre il 2017 volgeva al termine, l’amministrazione Trump continuava a screditarsi con l’approccio al Medio Oriente. La decisione unilaterale di Trump all’inizio di dicembre di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele, osserva Jeffrey D. Sachs della Columbia, è stata immediatamente e «fortemente rifiutata» dalla maggior parte degli Stati membri Onu, compresi molti alleati Usa. Secondo il giornalista palestinese Daoud Kuttab, la decisione sfida anche i desideri di molti americani, e sembrava avesse l’obiettivo di soddisfare «la piccola base di cristiano-evangelici sionisti Usa», nonché i donatori repubblicani di spicco come il magnate dei casinò Sheldon Adelson.

 Come avrebbe potuto prevedere chiunque conoscesse il Medio Oriente, la politica di Gerusalemme di Trump si è già rivelata controproducente. Secondo Shlomo Ben-Ami, ex ministro degli Esteri israeliano, «le potenze anti-americane» come gli Hezbollah, l’Iran, la Russia e la Turchia non hanno perso tempo nel prendere «la decisione divisiva di Trump come un’opportunità per valorizzare la loro influenza regionale, a scapito degli Usa e dei suoi alleati».

 Allo stesso tempo, Trump ha provocato una maggiore derisione internazionale insistendo sul fatto che la sua decisione su Gerusalemme – per cui non ha ricevuto nulla in cambio da Israele – lascia ancora la porta aperta a una soluzione di due stati al conflitto israelo-palestinese. Di fatto, avverte l’ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer, «il riconoscimento di Gerusalemme da parte dell’America come capitale di Israele potrebbe significare la fine di una soluzione a due stati una volta per tutte». Come minimo, sostiene Richard N. Haass, presidente del Council on Foreign Relations, Trump ha perso l’occasione creata da un costante riavvicinamento tra Israele e le potenze arabe sunnite che condividono l’interesse nel contrastare l’Iran.

 Prima della decisione di Trump, l’Arabia Saudita avrebbe potuto essere disposta a sostenere o persino aiutare a guidare un intervento per porre fine al conflitto israelo-palestinese, che avrebbe solidificato l’opposizione anti-iraniana della regione. Ma ora, osserva Haass, i sauditi saranno «riluttanti a essere associati a un piano che molti considereranno un tradimento». Alla fine è «probabile che si rivelino un partner molto meno diplomatico di quanto sperassero alla Casa Bianca». In altre parole, l’imprudenza di Trump potrebbe lasciare gli Usa in disparte e umiliati ancora una volta.

 Così come per le scelte nazionali di Trump, è difficile prevedere come alienare gli alleati, intensificare le tensioni nucleari con la Corea del Nord, fomentare il sentimento anti-americano nel mondo e minacciare la posizione internazionale del dollaro possa fare qualcosa per «avvantaggiare i lavoratori americani e le famiglie americane». Ed è ancora più probabile, lamenta Ian Buruma della New York Review of Books, che la presidenza Trump «dia ancora il peggio» ai suoi sostenitori, per non parlare della maggioranza degli americani che non hanno mai sostenuto il suo programma.

 

Copyright: Project Syndicate, 2018.
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