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Pubblica amministrazione, un mercato contro l’in house

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nodo crescita

Pubblica amministrazione, un mercato contro l’in house

Lasciata alle spalle la prima e unica legge annuale per la concorrenza, resta la sensazione di aver perso più di una buona occasione. Il pensiero va anche e forse soprattutto ai servizi pubblici locali, la grande incompiuta delle deregulation italiane. Nei ragionamenti fatti al ministero dello Sviluppo economico, quando ancora sembrava esserci una finestra utile per varare in questa legislatura un secondo provvedimento, era affiorata una riforma organica, in grado anche di colmare il vuoto lasciato dal decreto legislativo preparato in attuazione della riforma Madia della Pubblica amministrazione ma poi accantonato dal governo all’indomani della sentenza della Corte costituzionale del novembre 2016.

Nulla di fatto invece. Resta così il nodo dell’”in house”, scandagliato ora in profondità da un paper dell’Istituto Bruno Leoni. “Mercato fatti avanti” potrebbe essere lo slogan della proposta del think tank per dare una scossa al settore. Una piccola correzione regolamentare, è la tesi, può offrire più trasparenza, ridurre la litigiosità davanti ai Tar e togliere qualche alibi di troppo alle amministrazioni più recalcitranti al mercato.

Lo studio va oltre la cronistoria di quello che è stato ribattezzato “capitalismo municipale” e lancia l’idea di prevedere una procedura competitiva aperta “esplorativa”, prima di poter affidare servizi in house, cioè con un affidamento a società controllate dagli enti pubblici. Per comprendere la portata della proposta, bisogna fare qualche passo indietro.I referendum abrogativi del 2011 - ricorda il paper firmato da Giacomo Lev Mannheimer - hanno cancellato la norma che consentiva di ricorrere all’in house solo in situazioni del tutto eccezionali, che non permettessero un efficace ricorso al mercato. In sostanza, in base al successivo decreto 179/2012, da ipotesi straordinaria e derogatoria l’in house sembrerebbe aver cambiato volto fino a essere considerato un modo di gestione ordinario, come confermato dalla giurisprudenza amministrativa.

Che cosa è cambiato concretamente? Lo studio Ibl sottolinea che prima dei referendum, per ricorrere all’in house, gli enti pubblici dovevano saggiare l’esistenza di caratteristiche del territorio che non permettessero un utile ricorso al mercato, sottoponendo questa conclusione al vaglio dell’Antitrust. L’obbligo di effettuare una simile valutazione è rimasto in piedi ma è venuto meno - dettaglio rilevante - quello di richiedere il parere preventivo dell’Autorità per la concorrenza. Secondo Ibl il risultato - in assenza di controlli ex ante ed ex post - è che «le relazioni che dovrebbero giustificare l’affidamento a società in house... mostrano spesso numerose e importanti lacune rispetto a quanto previsto dalla legge».

Di qui la proposta, ricalcata sull’avviso esplorativo per manifestazione d’interesse previsto dal nuovo Codice degli appalti. «Gli enti affidanti - è il suggerimento - dovrebbero pubblicare un avviso per ciascuna attività di servizio pubblico, invitando gli operatori economici interessati e in possesso dei requisiti necessari a presentare manifestazioni di interesse per la sua gestione». Il vantaggio è mettere nero su bianco, rendere più trasparente e più utile al mercato di riferimento un obbligo di fatto già esistente. Di fatto, alle analisi teoriche previste dall’attuale normativa - sovente «lacunose», «barocche» - si sostituirebbe un vero avviso al mercato. Ricevuta almeno una manifestazione d’interesse, l’amministrazione sarebbe obbligata a motivare la scelta di non avviare una procedura competitiva.

Tra i benefici indiretti - ad avviso dell’Istituto Bruno Leoni - ci sarebbe quello di limitare complessi ricorsi che rischiano di intasare i Tar, peraltro con un profilo di evidente debolezza delle aziende ricorrenti in assenza di relazioni degli enti compiute ed esaustive. E, soprattutto, si consentirebbe alle stazioni appaltanti di conoscere il mercato di riferimento, le tariffe praticate, le soluzioni tecniche disponibili, l’effettiva esistenza di più operatori economici potenzialmente interessati alla produzione. “Mercato fatti avanti”.

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