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Nei big data dell’Inps i segreti per non andare in pensione troppo tardi

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individui e statistiche

Nei big data dell’Inps i segreti per non andare in pensione troppo tardi

Istantanee dal passato - Operaie impegnate nella lavorazione  del tabacco  in una fabbrica del Monopolio di Roma negli anni 60. (Fototeca Gilardi)
Istantanee dal passato - Operaie impegnate nella lavorazione del tabacco in una fabbrica del Monopolio di Roma negli anni 60. (Fototeca Gilardi)

Un maxi-progetto di ricerca negli archivi storici dell’Inps per trovare le orgini degli squilibri economici e sociali che 156 anni di storia unitaria non sono riusciti a cancellare. È questo l’obiettivo annunciato da un gruppo di economisti, guidato da Giovanni Vecchi di Roma Tor Vergata, in occasione del 120° anniversario di fondazione dell’Istituto di previdenza. Uno «scavo» su milioni di documenti in perfetto stato di conservazione, micro-dati sui salari e i contributi di intere generazioni di lavoratori. Un vero e proprio «big data» che non ha eguali nel panorama europeo.

Quando la statistica era arte. Il grafico “a chiocciola” di inizio 900 visualizza, in base all'anno di nascita (dal 1822 al 1899) e al sesso, gli iscritti ai due ruoli della «Cassa nazionale di previdenza per invalidità e vecchiaia degli operai». La differenza tra i due ruoli d'inscrizione consisteva nel fatto che in un caso (la “Mutualità”) era prevista l'alienazione piena del capitale costitutivo della rendita. Nell'altro (i “Contributi riservati”) l'alienazione era, invece, parziale: nell'eventualità della premorienza dell'iscritto, in favore degli eredi era riservata la somma dei contributi versati senza i corrispondenti interessi.

La bella notizia dell’aumento della speranza di vita degli italiani, più che raddoppiata nell’ultimo secolo - 84,9 anni per le donne e 80,6 per gli uomini secondo Istat - è finita con il diventare, in questi mesi, uno dei temi più divisivi del confronto politico. Perché, se è vero che vivendo più a lungo bisogna andare in pensione più tardi, e anche vero che non tutti “vivono più a lungo” allo stesso modo. Così, fissati i cinque mesi di lavoro in più che si dovranno fare, dal 2019, per raggiungere la pensione di vecchiaia (a 67 anni), s’è deciso di dare vita a una commissione tecnico-scientifica per definire come declinare in futuro aumenti automatici dei requisiti in base alle diverse tipologie di impieghi.

Archivio Storico - Il Documentario

Una sorte non molto diversa è toccata anche all’ottima notizia che la ricchezza privata delle famiglie è più che raddoppiata rispetto ai livelli degli anni 80, nonostante la crescita meno solida dei redditi da lavoro. Nelle recenti cronache, infatti, il primato è stato rievocato per sottolineare come gli indicatori Ocse-Pisa ci inchiodino in fondo alle classifiche internazionali di alfabetizzazione economica e finanziaria. Un ritardo che si tenterà ora di colmare con un programma per una Strategia nazionale per l’educazione finanziaria, assicurativa e previdenziale appena approvato dal Parlamento.

IL MIRACOLO DEL BENESSERE E LE SUE CONTRADDIZIONI
Fonte: Giovanni Vecchi, Università di Roma “Tor Vergata”; Luigi Cannari e Giovanni D'Alessio, Banca d'Italia 2017

In effetti, quella ricchezza (quasi 9mila miliardi) è per due terzi concentrata in abitazioni di propietà (nel 2016 il 92% del patrimonio residenziale risultava posseduto dalle famiglie secondo Istat), un asset poco liquido e dunque inadatto per fronteggiare necessità improvvise.

Un altro esempio di significativo contrasto nella storia del nostro sviluppo economico: il Pil dell’Italia è cresciuto di ben 12 volte dall’Unità d’Italia a oggi. Ma la crescita non ha ridotto le differenze territoriali che ancora dividono Nord e Sud, come non succede in nessun altro paese dell’Eurozona: se in Campania il Pil è aumentato in un secolo e mezzo di 7 volte, in Emilia Romagna lo sviluppo è stato di 16 volte, più del doppio. Per cogliere che cosa sta dietro ai grandi mutamenti che hanno caratterizzato le diverse dimensioni dello sviluppo degli italiani ci vengono in soccorso, ormai da anni, le nuove tecniche d’indagine basate sui “microdati” elementari che riguardano gli individui e che vanno oltre i quadri macroeconomici e socio-demografici generali.

Un esempio fondamentale è l’«Indagine sui bilanci delle famiglie» che la Banca d’Italia porta avanti da oltre cinquant’anni, una delle più longeve al mondo. Approcci grazie ai quali oggi sappiamo qualche cosa di più dei meccanismi sottostanti l’evoluzione dei tassi di povertà, conosciamo meglio lo stato di salute della classe media e la vulnerabilità economica delle diverse fasce della popolazione. Questi risultati sono emersi in occasione dell’anniversario dei 150 anni dell’Unità, nel 2011, con la pubblicazione del libro di Giovanni Vecchi «In ricchezza e in povertà», un lavoro dell’economista dell’Università di Roma Tor Vergata cui è seguita una seconda importante pubblicazione scientifica «Measuring Wellbeing. A History of Italian Living Standards» appena proposta da Oxford University Press di New York.

Ora queste ricerche potranno compiere un significativo balzo in avanti grazie a un altro anniversario: i 120 anni dell’Inps e la decisione dei vertici dell’Istituto di mettere a disposizione dei ricercatori l’intero archivio storico. Protagonista di questo maxiprogetto di ricerca è lo stesso Vecchi che coordina un programma di ricerca internazionale sui bilanci delle famiglie denominato «Historical Household Budgets project» e che ha illustrato il piano nel corso di un seminario dedicato alla ricorrenza Inps offrendo le serie di dati di lungo periodo che abbiamo sopra ricordato. La potenza dei “micro-dati” sui redditi è llustrabile con innumerevoli esempi. Si può, così, scoprire che la speranza di vita alla nascita in una grande città del Nord può variare di diversi mesi se si passa da un quartiere dove i salari medi sono più elevati a una periferia dove la disoccupazione è sempre stata alta.

I dati Inps sui salari e i contributi versati da ogni singolo lavoratore nei decenni passati consentiranno di comprendere meglio - secondo Vecchi - i grandi problemi strutturali che il paese non ha saputo risolvere a distanza di 150 anni. Saranno quattro i filoni di ricerca: i divari territoriali e le condizioni di vita; la mobilità sociale e geografica; le disuguaglianze di genere; il gradiente di mortalità lungo la scala del reddito.

Le evidenze che emergeranno da questi “scavi” offriranno un contributo documentato e solido al dibattito politico dei prossimi anni: difendere e migliorare in senso equitativo i livelli di benessere che il nostro Paese ha raggiunto diventerà, grazie a lavori di ricerca come questo, un esercizio di policy un po’ più efficace e sicuramente un po’ meno confuso.

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