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Filantropia alleata del nuovo welfare

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Filantropia alleata del nuovo welfare

  • –Elio Silva

Da almeno dieci anni, con sempre maggiore convergenza via via che si dispiegavano gli effetti globali della crisi finanziaria segnata dal fallimento della Lehman Brothers nel 2008, i Paesi più sviluppati e le istituzioni internazionali hanno posto in agenda il passaggio dal «welfare state» alla «welfare society» come snodo fondamentale per assicurare risposte ai bisogni sociali emergenti in un contesto di risorse pubbliche stagnanti, quando non decisamente calanti.

La ragione di questa necessaria transizione è di comune evidenza empirica e non ha bisogno di particolari richiami a teorie economiche. I Governi e le autorità pubbliche hanno dovuto via via limitare le ambizioni di copertura universalistica dei bisogni sociali, arretrando a presidiare le fasce di volta in volta definite come più fragili o deboli. Contemporaneamente, però, queste fasce si sono dilatate per effetto della crisi, fino a risucchiare ampia parte della classe media, mentre grandi fenomeni strutturali, dalla curva demografica al fenomeno delle migrazioni, hanno messo ulteriormente alle corde le politiche sociali.

Il risultato di questa evoluzione è che oggi nessuno, quanto meno nel mondo occidentale, può più sostenere che le risposte ai bisogni sociali devono provenire dalla sola mano pubblica. Nell’Unione europea attualmente 170 miliardi di euro vengono destinati ogni anno ai tre settori chiave dell’educazione, della salute e del social housing, ma il recente “rapporto Prodi” pubblicato dall’Elti - associazione europea degli investitori istituzionali della quale per l’Italia fa parte la Cassa depositi e prestiti - ha evidenziato che solo per questi capitoli di spesa servirebbero altri 150 miliardi l’anno, ossia 1.500 miliardi entro i prossimi dieci anni.

Il tema, dunque, è implementare un sistema di welfare society dove tutti i soggetti che hanno a cuore il bene comune, siano essi pubblici o privati, possano concorrere a politiche di utilità sociale, ovviamente con obiettivi parametrati alla loro natura e capacità.

In questo contesto si parla molto di finanza a impatto sociale e di capitali “sostenibili” o “pazienti”. Si discute un po’ meno, invece, della filantropia privata, che pure rappresenta un asset importante se è vero che, nell’ambito europeo, muove 60 miliardi di euro all’anno in settori di interesse collettivo, dall’educazione alla salute, dalla ricerca scientifica all’ ambiente e all’inclusione sociale.

Uno spunto di riflessione al riguardo è giunto recentemente dalla pubblicazione di uno studio di Oonagh Breen, professore di diritto alla Ucd Sutherland School of Law di Dublino, commissionato da Dafne (Donors and Foundations Networks in Europe), associazione cui partecipano per l’Italia Acri e Assifero, nonchè da Efc (European Foundation Centre), cui aderiscono molte fondazioni del nostro Paese.

La ricerca, che già esplicita lo scopo nel titolo «Ampliare lo spazio per la filantropia a livello europeo», rileva che il contesto in cui i donatori istituzionali si trovano a operare è spesso reso complesso da fattori quali restrizioni alla raccolta internazionale di fondi, sistemi di tassazione non coerenti tra i singoli Paesi, fino all’applicazione scriteriata di misure pur necessarie quali le norme antiriciclaggio e antiterrorismo. Tutto ciò, secondo l’analisi, complica la vita e l’attività di oltre 140mila tra fondazioni ed enti donatori a livello europeo.

Per Massimo Lapucci, presidente di Efc e segretario generale della fondazione Crt, occorre un riconoscimento dei donatori strategici anche a livello di trattati europei, perché «oggi risulta molto complesso l’utilizzo di appropriati strumenti legali per consentire lo sviluppo della filantropia».

«Devono essere eliminate tutte le valutazioni arbitrarie e le regolamentazioni discriminatorie - gli fa eco Felix Oldenburg, presidente di Dafne e segretario generale dell’associazione delle fondazioni tedesche -. C’è un mercato unico per beni e servizi, ma le donazioni e l’impegno sociale troppo spesso si fermano a livello dei singoli Stati, a causa delle crescenti restrizioni».

Di fronte alla dimensione globale delle sfide che i bisogni sociali impongono, anche la filantropia, lasciata decisamente alle spalle l’eredità di una mera attività di beneficenza, chiede ora di giocare a pieno titolo la partita di una solidarietà coordinata e strategica.

ext.elio.silva@ilsole24ore.com