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Quando è l’aiuto di Stato a fare le politiche

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IL VULNUS

Quando è l’aiuto di Stato a fare le politiche

Quando in Italia si parla di aiuti di Stato il pensiero corre subito ad Alitalia, alle banche o all’Ilva. Sono i casi di cui più si è discusso con la Commissione europea a proposito della compatibilità dell’aiuto pubblico, concesso a queste aziende in difficoltà, con le regole della concorrenza nel mercato unico. In realtà la voce per la quale lo Stato italiano e le regioni spendono di più è ricerca, sviluppo e innovazione: quasi un miliardo e 100 milioni nel 2016, su un totale di 3,68 miliardi di aiuti pubblici (al netto di quelli concessi alle ferrovie).

Dalla classifica appena pubblicata dalla Dg Concorrenza e aiuti di Stato della Commissione si possono ricavare importanti indicazioni sull’evoluzione delle politiche economiche dal 2009 in avanti. Se, per esempio, nella serie storica appaiono in aumento più o meno costante gli aiuti in ricerca e sviluppo, non è così per gli aiuti per lo sviluppo regionale, crollati a 350 milioni di euro nel 2016, un terzo rispetto al 2009 e al 2010, inevitabilmente a spese del Mezzogiorno. Ancora più drastica è stata la riduzione degli aiuti alle piccole e medie imprese, scesi in otto anni da oltre un miliardo di euro a 280 milioni.

Nella mappa dei 28 Paesi membri, nel 2016 l’Italia è, dopo l’Irlanda, quello che ha concesso meno aiuti pubblici: lo 0,22% del Pil, in leggero calo rispetto al 2015. In cima a questa particolare classifica c’è la Germania che con 41 miliardi è all’1,31% sul Pil, seconda solo all’Ungheria (2,1% del Pil ma appena 2,4 miliardi in valore assoluto). Le spese perseguono obiettivi “orizzontali”, di interesse comune, che assorbono a livello dell’Unione il 94% degli aiuti di Stato nel 2016.

Ambiente, confronto Italia-Germania
Il caso più evidente è quello delle energie rinnovabili: la transizione del vecchio continente verso l’energia verde viene in gran parte finanziata da risorse pubbliche. Il 53% dei 102,8 miliardi complessivi spesi nel 2016 è andato a misure ambientali e per il risparmio energetico, circa 56 miliardi. Sono 15 gli Stati membri che hanno privilegiato il sostegno delle strategie nazionali di riduzione delle emissioni di Co2, con l’obiettivo di portare almeno al 27% la quota di consumi da fonti rinnovabili entro il 2030.

La Germania è di gran lunga il Paese che sta investendo di più in questa direzione, dopo la rinuncia al nucleare: in un anno ha speso quasi 35 miliardi, l’85% dell’intera quota di aiuti pubblici, ferrovie escluse. Si aggiungono ai 61 miliardi spesi nel biennio precedente per lo stesso obiettivo. L’Italia, nello stesso triennio non arriva a 750 milioni, il 20% del totale. «Le aziende spesso tendono a sottovalutare la politica europea sugli aiuti di Stato e gli effetti che ne possono derivare», spiega Elisabetta Righini, avvocato dello studio Latham & Watkins.

«Tra gli aiuti della Germania per l’ambiente, per esempio, molto probabilmente sono compresi i 20 miliardi di esenzione della tassa sulle energie rinnovabili di cui godono le imprese energivore. Questo si traduce in un vantaggio enorme per alcuni settori dell’industria tedesca. La siderurgia è solo uno di questi». Ma c’è anche un’altra considerazione da fare: «Da questi dati – spiega sempre Elisabetta Righini che è anche visiting professor e membro dell’advisory board del Centro di diritto europeo al King’s College di Londra – si deve dedurre che la Germania è stata in grado di utilizzare la spesa pubblica in modo strategico, inserendo gli aiuti di Stato in politiche di lungo periodo. È successo anche nel Regno Unito dove l’intero mercato elettrico è stato ammodernato grazie a un pacchetto di misure che comprendeva aiuti di Stato. In Italia, invece, sembra si tende ad agire sui casi singoli e spesso sulla spinta dell’emergenza».

La distanza con la Germania è ancora più ampia se si guarda all’ammontare complessivo degli aiuti pubblici, a dispetto di qualche luogo comune: solo nel 2016 Berlino ha concesso 41 miliardi di aiuti contro i 32 miliardi erogati in Italia tra il 2009 e il 2016. Il debito pubblico oltre il 130% del Pil non lascia molti spazi di manovra per finanziare politiche importanti e in alcuni casi epocali come quella energetica. Solo per pagare gli interessi sul debito nel 2016 l’Italia ha speso 66,5 miliardi, poco più di 40 la Germania. E senza i tassi negativi garantiti dalla Bce, il costo sarebbe stato molto più alto.

Il legame con i fondi strutturali
Rilevante è anche il legame tra aiuti di Stato e la politica di coesione dell’Unione europea che distribuisce (per ora) circa un terzo del bilancio comunitario (350 miliardi nel periodo 2014-2020). La Dg Concorrenza vigila affinché «il sostegno senza restrizioni all’industria domestica da parte degli Stati più ricchi non indebolisca l’efficacia dei fondi strutturali a sostegno delle regioni e degli Stati più poveri – afferma il documento pubblicato a gennaio – compromettendo l’eliminazione delle disparità e l’ulteriore integrazione del mercato unico».

Il controllo degli aiuti di Stato, in quest’ottica, «aiuta a rendere più efficaci i fondi strutturali, concentrandoli nelle aree più deboli». Tra il 2010 e il 2016 la correlazione tra ricchezza degli Stati membri e la spesa in aiuti pubblici si è dimezzata e dunque, è la conclusione, «la modernizzazione e la semplificazione delle regole non ha prodotto nessuna distorsione da “tasche bucate”».

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