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L’ambizione del «popolo degli imprenditori»

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idee per la ripresa

L’ambizione del «popolo degli imprenditori»

Nelle Assise senza politici, ma tutte destinate alla politica, è stato chiaro come la vera protagonista sia stata la concretezza. Non il glamour da “salotti buoni” di cui non c’era traccia nella moltitudine di sedie allestite nell’hangar della Fiera di Verona, ma il buonsenso e la visione del “popolo degli imprenditori”, magari non tutti volti mediatici, ma certo tutti conoscitori del mondo, dove sono un vero brand umano, riconoscibile e stimato. Ed erano quei 7mila convenuti gli attori della giornata perché hanno suggellato, con calore ed entusiasmo, l’esito finale di un percorso di ascolto e di proposta partito ben prima per distillare le idee diventate poi l’ambizioso “business plan Italia” presentato dal presidente della Confindustria Vincenzo Boccia e ora affidato all’analisi dei politici.

Sono loro adesso i veri destinatari del forte messaggio identitario di Verona. Sembrava, in effetti, la giornata finale di un congresso di partito, quando i partiti c’erano davvero e sintetizzavano visioni del mondo condivise e non solo effimere leadership ad uso dei talk show. Quando le giuste coreografie emozionali e i simboli marcavano l’idea di appartenenza, l’orgoglio di essere una comunità di persone e di valori che pensa al bene del Paese oltre la siepe delle piccole patrie e dei piccoli interessi di bottega. Questo è stato, a Verona, il “popolo degli imprenditori”. Che ha deciso di portare il cuore e la testa di quell’idem sentire al di fuori dei cancelli delle fabbriche per farlo diventare cultura condivisa, capitale sociale per arricchire il Paese.

Se mai l’Europa fosse un partito, o una candidata, avrebbe ricevuto l’en plein dei consensi nel padiglione 11 della Fiera. Gli applausi più forti sono andati tutti alle parole dedicate al sentirsi e all’essere europeisti. Una platea di cittadini europei veri. Fatto che rende ancor più legittima l’idea di finanziare parte dello sviluppo con gli eurobond, strumento sempre meno utopico perché anche la Germania, grande nemico delle formule di condivisione del debito, fa i conti con la nuova eurovisione d’impronta socialdemocratica. E sono proprio Spd e Verdi nell’Europarlamento ad aver espresso favore verso alcune ipotesi di eurobond. Gli eurobond sono stati citati anche negli interventi delle sei affollate sessioni preparatorie, uno dei moltissimi spunti, pragmatici e frutto della vita vissuta sul campo, emersi durante la discussione.

E proprio quelle testimonianze hanno dato il segno e il senso della cifra partecipativa di quel “popolo”. Suggerimenti frutto di esperienza, poche lamentazioni, poca voglia di cadere nelle trappole “social” o nelle fake news. Un’idea di fondo che l’Italia è ripartita e bisogna correre per cogliere al meglio ogni nuova opportunità. Di tempi si è parlato molto; soprattutto di tempi di attuazione delle riforme che non possono restare solo i titoli delle leggi.

Si è parlato poco di flat tax, riforma percepita come tanto fascinosa e radicale quanto complessa e forse ancora troppo futuribile, ma si è parlato molto dello split payment e della sensazione che hanno le imprese di essere diventate un bancomat per anticipare cassa a un’amministrazione cui spetta ancora l’Oscar di peggior pagatore. In molti hanno spiegato cosa significherebbe un abbattimento definitivo del famigerato cuneo fiscale: risorse da liberare anche per i salari oltre che per lo sviluppo dell’azienda. Non uno scaricabarile su responsabilità e manchevolezze altrui, ma suggerimenti, progetti. Cose da fare. Magari di più e meglio. Come ad esempio compensazioni fiscali e sui contributi.

Emerge anche che non basta dire «riduciamo le leggi» per raggiungere l’obiettivo di una semplificazione efficiente: se l’operazione diventa solo uno scarico di adempimenti dall’amministrazione all’impresa, tramite ad esempio il silenzio assenso, ciò non basta a rendere automaticamente bancabili le iniziative. E se, alla fine, meno procedure significa solo meno fondi per la crescita, la deregulation porta alla più classica eterogenesi dei fini.

C’è chi propone l’istituzione di un Mister Index, una sorta di difensore civico rispetto agli effetti che certe classifiche internazionali hanno sull’immagine dell’Italia. Spesso sono metodologie contestabili e, ad esempio, lo spiega bene anche l’ultimo libro di Carlo Cottarelli «I sette peccati capitali dell’economia italiana» a proposito dei dati sulla corruzione.

C’è stata occasione anche di discutere il tema dell’inclusione degli immigrati e delle necessità di studiare forme di assistenza all’inserimento (dai corsi di lingua a quelli di educazione civica) per rendere ordinata la gestione di una domanda che comunque esiste. Alcuni hanno suggerito di «accorciare l’Italia» e favorire l’immigrazione interna da Sud a Nord. L’Italia del talento è un altro dei crucci del “popolo degli imprenditori” che punta sulla formazione e c’è chi si spinge fino a chiedere una graduazione degli incentivi legata all’intensità del corso di studi seguito. Talento, merito, innovazione. Naturalmente si è parlato molto anche di Industria 4.0 e della straordinaria opportunità da non sprecare magari limitandosi a usare solo una minima parte del potenziale che può esprimere.

In ogni sessione hanno parlato tra 80 e 100 imprenditori. Un mosaico di vita vera, di esperienze preziose da tradurre in suggestioni per una stagione di riformismo pragmatico se solo la politica lo vorrà fare proprio. Non una lamentazione, tantomeno una questua di prebende o mance. Un’idea di Paese moderna e competitiva. Certamente ambiziosa. Se Macron ci sfida e punta a diventare la seconda manifattura d’Europa (posto che ora ricopre l’Italia) perché non provare a diventare noi la prima? Non era una domanda retorica e quando Boccia l’ha proposta ai settemila colleghi. Sono stati in tanti a scambiarsi un’occhiata e dava l’idea della complicità tra chi ha il gusto della gara. Forse l’indicatore migliore che la crisi è davvero finita.

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