Commenti

La battaglia campale del bilancio europeo

  • Abbonati
  • Accedi
l’editoriale

La battaglia campale del bilancio europeo

(Ap)
(Ap)

Non doveva decidere niente ma limitarsi ad aprire le discussioni su connotati istituzionali e finanze della nuova Europa il vertice, il primo del 2018, che ieri ha riunito a Bruxelles i 27 capi di Governo dell’Unione. «Abbiamo bisogno di una nuova partenza. Il dibattito sul bilancio pluriennale 2021-27 consente di riesaminare l’intera equazione finanziaria Ue» ha dichiarato Angela Merkel, il cancelliere tedesco.

In un summit che per tutta la giornata ha visto il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, impegnato a rimangiarsi la gaffe sui rischi, nel dopo-elezioni, di paralisi politica in Italia e di conseguenti attacchi dei mercati, il premier Paolo Gentiloni ha preferito andare al sodo delle trattative europee: «Per noi è centrale il finanziamento delle politiche migratorie senza cancellare quelle tradizionali. Ed è importante l’impulso della leadership condivisa di Italia, Francia e Germania in questa fase di transizione europea».

Il riesame del bilancio Ue è cominciato e subito è stata burrasca Est-Ovest e Nord-Sud. A riprova che anche senza la Gran Bretagna, per anni l’alibi dietro il quale si mimetizzavano gli irriducibili del risparmio forzoso, la battaglia per l’aumento delle risorse comuni sarà ancora una volta durissima. Come sempre, infatti, si dovrà decidere all’unanimità.

Ci vollero ben 29 mesi prima di partorire, nel 2013, l’ultimo quadro finanziario pluriennale che scadrà nel 2020 e, per la prima volta nella storia comunitaria, ne decretò il taglio in termini reali: 1000 miliardi in 7 anni, poco meno dell’1% del Pil Ue. Rispetto ad allora l’Europa, il mondo e le sfide da affrontare sono irriconoscibili, radicalmente nuove. E anche costose.

Ci sono populismi, euroscetticismi e spinte centrifughe alla Brexit da fermare, inquietudini da insicurezze socio-economiche da quietare e ondate migratorie senza fine da gestire. Ci sono da contenere derive autoritarie e scarso rispetto dei valori europei in alcuni Governi dell’Est, dalla Polonia, all’Ungheria alla Romania. E c’è l’«America First» di Donald Trump che impone all’Europa nuovi oneri e responsabilità nelle politiche di sicurezza e difesa, un nuovo ruolo globale più incisivo e consapevole. Germania esclusa, il vecchio mood dei 27 però non pare molto incline a cambiare.

Due le linee del grande scontro annunciato: quella tra Est e Ovest che vede il primo mobilitato contro l’obiettivo del secondo di legare l’erogazione dei fondi Ue di coesione a una serie di condizioni: dall’accoglienza dei rifugiati in nome del principio della solidarietà condivisa, al rispetto di principi fondamentali Ue come l’indipendenza della magistratura e la libertà di espressione, fino al pieno rispetto delle regole di governance europea, patto di stabilità etc.

Germania, Francia e Italia sono intenzionate a usare la leva della condizionalità degli aiuti Ue, di cui i paesi dell’Est sono i grandi beneficiari, per convertirli alla logica della mutua solidarietà e/o spingerli a fare retromarcia in fatto di involuzioni democratiche. Ovviamente Polonia e Ungheria sono scatenate contro ma non sono sole sul fronte orientale. A Ovest le posizioni non sono univoche. «Se leghiamo l’erogazione dei fondi alla questione migratoria potremmo avere un effetto boomerang perché a essere colpiti alla fine sarebbero i cittadini e non i Governi» ha avvertito ieri Xavier Bettel, il premier lussemburghese. «La solidarietà va oltre l’accoglienza dei rifugiati» ha detto il cancelliere austriaco Sebastian Kurz. «Il nostro obiettivo deve essere fermare gli immigrati alla frontiera esterna dell’Unione e non continuare a parlare di distribuzione». Macron ha insistito anche «sulla lotta prioritaria al dumping sociale e fiscale», condivisa da Gentiloni.

Ma se tra Est e Ovest le tensioni promettono di salire alle stelle prima di placarsi in qualche forma di compromesso necessario per superare lo scoglio finale dell’approvazione unanime delle nuove regole del bilancio Ue, lo scontro Nord-Sud si annuncia non meno violento e lacerante.

In gioco il quantum del futuro impegno finanziario 2021-27, la cernita delle priorità politiche vecchie e nuove e la copertura del buco provocato da Brexit:10-12 miliardi all’anno. Se la Germania è disposta ad aumentare il suo contributo, Francia e Italia per ora temporeggiano. Peggio. Olanda, Austria, Danimarca e Svezia hanno già detto che non intendono aumentare i propri esborsi. Finlandia, Belgio e Lussemburgo sarebbero grosso modo in sintonia. Secondo la Commissione Ue, che farà le sue proposte il 2 maggio, il nuovo quadro finanziario andrebbe invece aumentato dall’1% attuale all’1,1-1,2% del Pil e l’ammanco britannico coperto per una metà con tagli di spese e per l’altra con aumento delle risorse. Comunque la si giri e ammesso che davvero alla fine si riesca ad aumentare il tetto, la coperta sarà stretta visto che accanto alle priorità tradizionali, politica agricola e fondi di coesione che attualmente assorbono il 70% del bilancio Ue, bisognerà trovare fondi per le nuove politiche di migrazione, sicurezza e difesa. Senza ignorare un forte sostegno alle politiche di ricerca, innovazione e competitività. Risparmi e modernizzazione efficientista potranno liberare parte delle risorse. Ma ce ne vorranno di nuove. Oggi l’80% del bilancio è alimentato da contributi nazionali. Difficile andare molto oltre. Per questo si ipotizza il varo di una tassa europea su ambiente, energia o transazioni finanziarie. Opzione però estremamente difficile da percorrere a 27. In Europa quest’anno si discuterà molto di nuova Europa da costruire ma tra i Governo come tra i cittadini le spinte introspettive nazionali prevalgono su quelle europeistiche. Nei fatti anche se non a parole. L’europarlamento ha bocciato le liste transnazionali: nel 2019 sarà dunque rieletto su 27 logiche e dibattiti tutti nazionali. Ieri il vertice ha avocato a sé la scelta del prossimo presidente della Commissione. Retromarcia, dunque, sullo Spitzenkandidaten che ha eletto Juncker nel 2014. In questa Europa, più dei Governi che dei popoli, difficile per ora intravedere un vero e poderoso scatto di qualità integrativa. Inevitabilmente il nuovo bilancio comune non potrà che esserne il fedele specchio. Deludente.

© Riproduzione riservata