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Non spegniamo i riflettori sulla repressione turca

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Non spegniamo i riflettori sulla repressione turca

Le notizie che arrivano dalla Turchia lasciano pochi dubbi su come lo stato di diritto sia gravemente degenerato in questo Paese: lo stato di emergenza, decretato dopo il fallito golpe contro Erdogan, dura ormai da 18 mesi, la garanzia dei diritti fondamentali è ridotta, la libertà di espressione, di fatto, criminalizzata.

Difficile pensare alla situazione turca senza provare un profondo senso di dolore, disagio e impotenza per tutte quelle persone che sono rimaste nel Paese e che vivono quotidianamente in un clima di sospetto e di arbitrio: vengono alla mente i nomi e i volti di colleghi che lavorano (o lavoravano) nelle università turche, di giornalisti, di attivisti, di cittadini; vengono alla mente le loro vite “normali” di un tempo e i loro timori di adesso.

Non possiamo, quindi, non reagire di fronte a quello che si configura come l’ennesimo abuso e il segnale di un ulteriore aggravamento della situazione che può minare la regolarità e la serenità di tanti processi contro giornalisti e accademici e liberi pensatori che sono in corso.

Ahmet Altan e Nazli Ilicak, giornalisti, Mehmet Altan, accademico, sono stati condannati all’ergastolo lo scorso 16 febbraio, ai sensi dell’articolo 309 del Codice penale turco, per aver tentato di rovesciare l’ ordine costituzionale del paese, nell’ ambito del complotto organizzato dalla rete di Fethullah Gülen.

L’esito del processo, sulla base di quello che si legge nei commenti di tutti gli osservatori internazionali, è del tutto ingiustificato. Il tribunale sembra addirittura aver ignorato una decisione della Corte costituzionale turca: la Corte aveva stabilito che la detenzione cautelare di Mehmet Altan, che si protraeva da più di un anno, avesse violato i diritti, costituzionalmente protetti, alla libertà e alla sicurezza personale e la libertà di espressione. Conseguentemente, la Corte aveva deciso per il rilascio immediato di Altan. Il tribunale inferiore non solo ha deciso di non applicare la decisione della Corte costituzionale ma addirittura di condannare Altan all’ergastolo. Il sistema giudiziario turco quindi sempre più sfugge al principio della supremazia della legge, della garanzia dei diritti e dei principi fondamentali per uno stato democratico.

Come sempre, per i Paesi democratici, appare complesso trovare soluzioni efficaci per invertire la spirale negativa in Turchia e, in genere, nei Paesi dove i diritti fondamentali sono violati. Difficile proporre soluzioni concrete ed efficaci per supportare i cittadini turchi che rischiano processi alle intenzioni e condanne spropositate per reati, probabilmente, mai commessi, in uno stato di emergenza che dura, senza plausibile giustificazione, da così tanto tempo da diventare normalità. Una rapida attivazione sui casi specifici da parte del sistema di giustizia della Corte europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo potrebbe però fare la differenza in alcuni casi concreti, quello dell’ergastolo agli Altan e a Ilicak è certamente un esempio eclatante. La risposta non può, tuttavia, essere legata soltanto alla soluzione dei singoli casi.

La risposta più importante è quella politica: la pressione dei governi dei Paesi dell’ Unione e la pressione da parte dell’ Unione e del Consiglio d’Europa è uno strumento fondamentale. I governi europei non devono cedere sul tema dei diritti e devono ribadire, adesso più che mai, che l’Europa è per la tutela dei diritti fondamentali ovunque nel mondo e che per interloquire con l’Europa occorre rispettare lo stato di diritto, i diritti fondamentali e certamente anche la libertà di espressione, pietra angolare della democrazia.

Come Centro per il pluralismo e la libertà dei media, presso l’Istituto Universitario europeo di Firenze, monitoriamo da anni i rischi per il pluralismo dei media nell’Unione europea e nei Paesi candidati. La Turchia è sotto osservazione da due anni e i risultati del monitoraggio sono - e come non potrebbero? - sempre più preoccupanti. L’Unione europea, i governi democratici, la pubblica opinione e la libera stampa tutti devono tenere accesi i riflettori su questo Paese: in Turchia è in gioco la credibilità dell’Europa e della democrazia. I giornalisti, gli accademici, gli intellettuali, alla fine il popolo turco, non devono essere lasciati soli.

Pier Luigi Parcu, Direttore, e Elda Brogi, Coordinatore Scientifico del Centre for Media Pluralism and Media Freedom, Robert Schuman Centre, European University Institute

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