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Ecco perché il 4 marzo non è morta l’Italia globale

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l’editoriale

Ecco perché il 4 marzo non è morta l’Italia globale

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ll voto di domenica ha messo in evidenza varie fratture. Una è geografica e si manifesta nella persistente (ancorché declinante) popolarità del centro-sinistra nelle zone borghesi e più ricche delle grandi città del Nord e nel suo speculare affondamento nelle zone periferiche, del Nord ma ancor più del Sud. Mentre nelle prime la globalizzazione è percepita e vissuta come un’opportunità di arricchimento, economico e culturale, nelle seconde invece la sensazione è che l’apertura nelle sue differenti declinazioni (ai flussi commerciali, finanziari e migratori) sia all’origine di pauperizzazione, criminalità e crisi identitaria. Tra la piccola e media imprenditorialità del Nord, produttiva ancorché molto dipendente dal mercato interno e scarsamente proiettato su quello globale, ha sfondato la Lega, con la sua narrativa dell’autonomia, della flat tax e della protezione identitaria. Invece l’elettorato del Mezzogiorno, dove gli indici di disoccupazione e di povertà, anche assoluta, sono alle stelle, dopo aver costantemente preferito il centro-destra dal 2001 al 2013, questa volta ha sostenuto in maniera massiccia il Movimento 5 Stelle, che promette d’intervenire con politiche sociali di sostegno, tra cui la misura emblematica è il reddito di cittadinanza (e gli episodi pugliesi di ieri lo dimostrano).

Nell’interpretare questi risultati è offensivo pontificare (“chi vota per le forze anti-sistema è grezzo e ignorante”) e scadere nelle banalità (“hanno vinto il razzismo e l’assistenzialismo”, oppure “per capire la realtà bisogna stare in mezzo alla gente”). Chiaramente, chi crede che a problemi gravi che attanagliano tutto l’Occidente, come la crescita scarsa e senza lavoro, la mancanza di opportunità, le ineguaglianze, si possano dare in Italia risposte semplici e apparentemente indolori ha motivazioni forti.

E una è ovviamente la mancanza di fiducia nell’expertise dei tecnici e nella loro capacità di gestire la res publica.

Sarebbe però altrettanto ipocrita inseguire chi ha vinto domenica sul terreno delle emozioni e irresponsabile rinunciare a ricordare a chi si appresta a governare che gli esperti, storici ed economisti in particolare, hanno accumulato nel tempo un consenso sulle riforme e il loro impatto sulla crescita economica socialmente sostenibile.

L’Italia che cresce poco e manifesta il suo malessere alle urne soffre di mali endemici – deficit di competenze, infrastrutture scadenti e istituzioni fragili – che si sono sicuramente acuiti con l’integrazione dei mercati. Negli ultimi 25 anni, la possibilità di produrre nei Paesi a basso costo del lavoro pressoché tutto (e se non prodotti finiti, almeno moltissimi dei rispettivi componenti) ha compresso i salari dei lavoratori occidentali e la loro quota del Pil, generando invece benefici per chi (anche in Italia) possiede il più importante dei fattori produttivi della knowledge economy, che sono per l’appunto la conoscenza e le competenze.

Inoltre, l’iper-globalizzazione ha permesso a centinaia di milioni di individui di uscire dalla povertà: magra consolazione, indubbiamente, per chi da noi ha perso terreno, ma dimostrazione che l’integrazione non genera una corsa verso il basso delle condizioni lavorative e non è sorgente di tutti i problemi.

L’apertura può essere la soluzione anche per l’Italia (che per il momento ha, secondo la Bertelsmann Stiftung, un Globalization Index di molto inferiore agli altri grandi Paesi Ue), se accompagnata da politiche adeguate. Non vanno certo escluse politiche commerciali di tipo nuovo, esplicitamente attente ai diritti sociali, ma l’Europa non è certo l’incubo liberale descritto dai suoi detrattori: escludendo l’agricoltura (che è ancora più protetta), la tariffa media ponderata dell’Ue è la più alta del G7. Non servirebbero pertanto assolutamente nuovi dazi, che al contrario penalizzerebbero sia le imprese che esportano (ma che importano parti e componenti), sia i ceti medi (che consumano proporzionalmente più beni importati); né improbabili ritorsioni verso i Paesi dove la manodopera costa di meno, per motivi che nulla hanno a che vedere col social dumping. Per essere espliciti, la Slovacchia, firmataria della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, rispetta i diritti dei lavoratori ed è entrata nel radar screen di Embraco (e di tante altre aziende anche italiane) perché dal 2009 la crescita annua media della produttività oraria è stata del 2%, mentre in Italia è stata marginalmente sopra lo zero.

Per rispondere efficacemente al disagio dell’elettorato, molto meglio cercare di ristabilire la coesione sociale e offrire protezione ai soggetti a rischio con misure che proteggano i singoli lavoratori, piuttosto che i singoli posti di lavoro, con l’istruzione, la formazione, la riqualificazione, il sostegno alla mobilità e al reddito (possibilmente condizionato a determinati comportamenti, sul modello della celebre Bolsa familia di Lula) e politiche di sviluppo regionale e riconversione produttiva (realistiche, però, non tutte le città del nostro Sud possono ambire ad avere un Guggenheim come Bilbao...). Invece abolire il Jobs Act sarebbe un grave errore, tanto più se si toccasse contemporaneamente la riforma Fornero, riducendo quindi le risorse fiscali per politiche attive del lavoro.

In tempi incerti, ma che si auspica non siano eccessivamente lunghi, l’Italia avrà un governo con pieni poteri che rifletterà i nuovi equilibri politici. Servirà buon senso e onestà intellettuale affinché nella XVIII legislatura, che già si annuncia complicata, non si reinventi la ruota della politica economica, magari per farla ridiventare quadrata. I partiti anti-establishment veicolano energie innovatrici che possono contribuire al bene comune, ma è indispensabile che a Roma ci sia qualcuno con le idee chiare e che rifugge la tentazione di addossare a qualche spauracchio straniero le responsabilità dei nostri mali. Soprattutto perché, sotto l’impulso di Emmanuel Macron, l’Europa, che è e resterà il quadro di riferimento per promuovere la sovranità e gli interessi italiani nel mondo, si sta interrogando su come rispondere alle sfide dell’avvenire.

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