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Quel che Sturzo insegnò alla Thatcher

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Quel che Sturzo insegnò alla Thatcher

Il possibile confronto tra Luigi Sturzo e Margaret Thatcher potrebbe sembrare bizzarro, eppure rappresenta uno degli esempi più interessanti di come le idee non abbiano confini. A torto o a ragione, l’esperienza del thatcherismo viene spesso identificata con il materialismo e la mancanza di valori. In realtà, almeno per quello che riguarda le intenzioni e la volontà di Thatcher, le cose non stavano così. Ella era convinta che il ripristino di una vera economia di mercato fosse uno strumento adatto a perseguire il vero fine, quello di cambiare l’“anima” della nazione, promuovendo non solo lo spirito di impresa, ma anche l’assunzione individuale di responsabilità. La sua ambizione era che con l’eliminazione del “nanny state” e il rafforzamento della proprietà e dell’iniziativa economica individuale, vi fosse un ritorno di quelli che lei chiamava i “valori vittoriani”: lavoro duro, assunzione di rischi e responsabilità a livello individuale, risparmio, prendersi cura di se stessi e della propria famiglia, aiutare i membri della propria comunità quando possibile.

In lei vi era una sincera preoccupazione per il decadere dei valori religiosi nella società, e un notevole disappunto per la Chiesa anglicana, considerata inadeguata rispetto al compito di rafforzare i valori religiosi e morali nella società. Il suo approccio alla religione era ecumenico, e per molti versi pragmatico. Figlia di un metodista, che ebbe enorme influenza sulla sua visione della religione e della politica, seguì il marito nella Chiesa anglicana, ma espresse costantemente ammirazione per la religione ebraica, in particolare per gli insegnamenti del rabbino Immanuel Jacobovits (che fece nominare Lord nel 1987), e attenzione per quella cattolica, indicando una forte vicinanza agli insegnamenti del teologo e filosofo Michael Novak, alfiere dell’idea del capitalismo come sistema morale che incoraggia la virtù, che nel 1992 insignì del premio Anthony Fisher.

Queste poche informazioni renderanno forse meno sorprendente l’utilità che può avere il guardare all’insegnamento di Sturzo per comprendere meglio il progetto thatcheriano nella sua complessità. Per quanto, da ciò che sappiamo, la Thatcher non conoscesse direttamente il pensiero del sacerdote siciliano, ne aveva indirettamente assaporato l’essenza grazie alla figura di Alfred Sherman, il quale diede un fondamentale contributo, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, nel delineare quelle che sarebbero state le linee guida del thatcherismo. Sherman era un lettore e ammiratore di Sturzo - il quale aveva trascorso ben 16 anni a Londra come esule antifascista (1924-1940) - e considerava il suo pensiero assai rilevante per la situazione britannica di quegli anni.

Oltre a essere stato il co-fondatore e il primo direttore del Centre for Policy Studies, Sherman scrisse alcuni dei discorsi più importanti della Thatcher e di Keith Joseph, uno dei più stretti collaboratori della Iron Lady, e per certi versi suo vero padre politico; si consideri che Joseph e Sherman non erano cattolici, ma entrambi di religione ebraica. Nel libro “Paradoxes of Power. Reflections on the Thatcher Interlude”, Sherman afferma che molte delle sue idee, le quali confluiranno appunto nei discorsi e nel progetto politico di Joseph e della Thatcher, erano maturate in lui dopo aver riletto l’opera di Sturzo: “Moralise Public Life”, una raccolta di saggi dello studioso italiano, oggi presenti in diversi volumi dell’Opera Omnia e, in particolare, nel volume “Politica di questi anni 1946-1948”.

In breve, l’opera di Sturzo gli parve “compensare” una certa “utopia liberale”, secondo la quale sarebbe sufficiente rimuovere tutti le restrizioni che ostacolano i processi di mercato per assistere al trionfo della società libera. L’argomento che Sherman mutua dall’opera di Sturzo, e invero dalla tradizione dell’economia sociale di mercato di Wilhelm Röpke, è invece che, in primis, l’economia di mercato è una condizione necessaria, ma non ancora sufficiente e, in secondo luogo, che affinché il mercato possa dare il meglio di sé sono necessari alcuni prerequisiti morali.

Crediamo che la considerazione dell’argomento sturziano e la possibilità che esso abbia potuto, sebbene indirettamente, influenzare la prospettiva liberale di una delle correnti più significative del liberalismo del Novecento, abbia il merito di intaccare, quanto meno sul fronte teorico, uno dei luoghi comuni più logori della letteratura politica ed economica: l’appello all’avidità e all’egoismo come molle per lo sviluppo economico e la realizzazione di una società libera. In tale prospettiva, appellarsi all’avidità e all’egoismo non significa affatto collocarsi nella tradizione del liberalismo thatcheriano, anzi, semmai, significa prenderne le distanze e avventurarsi in tradizioni e prassi che con la storia di tale liberalismo hanno poco o nulla a che fare.

Antonio Masala – Istituto Bruno Leoni
Flavio Felice – Università del Molise

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