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Italia e Ue, il momento delle scelte strategiche

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L'Editoriale|dopo il voto

Italia e Ue, il momento delle scelte strategiche

Come spiegare il fatto che, domenica scorsa, più della metà dell’elettorato italiano, abbia dato il voto a due partiti (5 Stelle e Lega) che avevano un programma (dichiaratamente) sovranista? Quelle elezioni, forse per la prima volta, ci hanno consegnato un’Italia politicamente unificata intorno a uno stato d’animo sovranista, rappresentato al nord dal centro-destra a guida leghista e al sud dai 5 Stelle. Naturalmente, il voto ai due partiti è dovuto anche ad altre micro-ragioni, tuttavia esso esprime un comportamento elettorale diffusamente omogeneo. Si tratta di un voto che esprime la richiesta (da parte di elettorati diversi) di recuperare il controllo su cruciali politiche nazionali, come quella di bilancio e quella migratoria. Per magnitudine e diffusione, quel voto è stato un vero e proprio terremoto politico. Eppure, l’interpretazione predominante di ciò che è avvenuto continua a essere sconsolatamente idiosincratica. Al fondo, per la nostra cultura pubblica, ciò che spiega tutto è la variabile personale della leadership. I seggi erano appena chiusi che si è subito aperta la discussione su chi fa il governo con chi, su chi prende il posto di chi, su chi può allearsi con chi. Ma non è il caso, invece, di capire (prima) cosa è avvenuto per individuare (poi) una possibile via di uscita (se ce n’è)?

Il 4 marzo ha portato alla superficie politica una diffusa insicurezza economica (negli elettori del sud) e una altrettanto diffusa insicurezza territoriale (negli elettori del nord). Il sud ha pagato più di altre aree la crisi economica e si è sentito escluso dalla ripresa successiva. Il nord ha subìto più di altre aree l’immigrazione e l’ha percepita come una minaccia identitaria alla propria coesione sociale. Il fatto è che entrambe le insicurezze sono state generate da politiche (quella economica e quella migratoria) su cui l’Italia ha competenze e risorse limitate. Si tratta di politiche che vengono decise nel sistema europeo dell’interdipendenza (l’Eurozona nel primo caso, l’Unione europea o Ue nel secondo caso) e non nel sistema nazionale dell’indipendenza.

Infatti, a partire dal Trattato di Maastricht del 1992, la decisione su queste (e altre cruciali) politiche è stata trasferita a Bruxelles. Non poteva essere diversamente, visto che gli stati nazionali non avrebbero potuto affrontare da soli sfide superiori alle loro capacità di governo. Tuttavia, quel trasferimento ha rafforzato l’Europa intergovernativa, non già quella sovranazionale. A partire da quel Trattato, gli stati nazionali (come singoli) hanno rinunciato volontariamente al controllo di quelle politiche, ma hanno poi cercato di recuperarne il controllo (come collegialità) attraverso la governance intergovernativa.

Tuttavia, il sistema intergovernativo creato per gestire collegialmente quelle politiche ha finito per generare effetti non previsti (dai governi che l’avevano negoziato). Nelle condizioni di crisi con caratteri redistributivi (come quella finanziaria o migratoria), il sistema intergovernativo ha finito per creare gerarchie di potere tra i governi nazionali oppure per generare stalli decisionali. Così, nella politica finanziaria, le decisioni prese (stabilità invece che crescita) sono risultate congruenti con gli interessi dei Paesi predominanti oppure, nella politica migratoria, le decisioni che non sono state prese (controllo sovranazionale delle frontiere e dei flussi) hanno favorito i Paesi meno esposti ai processi migratori. In tutti i Paesi europei c’è stata una reazione sovranista per gli effetti della crisi finanziaria e dell’immigrazione. Tuttavia, quella reazione sovranista ha avuto dimensioni sostanzialmente diverse tra di essi. Ad esempio, le forze sovraniste hanno conquistato il 13% degli elettori in Germania (nelle elezioni del 24 settembre scorso) mentre hanno ottenuto più del 50% in Italia (nelle elezioni del 4 marzo scorso). Perché? Secondo qualcuno ciò è dovuto al fatto che gli italiani sono diventati più “anti-europeisti” dei tedeschi. Non è così. Secondo un recente policy brief di Eupinions, ben il 66% degli italiani continua a essere favorevole a una maggiore integrazione economica e politica. Ciò che occorre spiegare è perché quel 66% era superiore di ben 10 punti solamente due anni fa (collocandosi allo stesso livello della Germania di oggi, nella quale i favorevoli a una maggiore integrazione sono il 75%). Per spiegare queste variazioni e cambiamenti occorre capire la logica di funzionamento della governance intergovernativa. La gestione intergovernativa della politica economica consente ai Paesi forti (come la Germania) di esportare le proprie esigenze interne, mentre avviene il contrario per i Paesi deboli (come l’Italia). Oppure, nella politica migratoria, consente ai Paesi anti-solidaristici (come l’Ungheria) di bloccare politiche di solidarietà verso Paesi che ne hanno bisogno (come l’Italia). Contrariamente a ciò che è stato sostenuto da diversi politici europei oltre che da studiosi autorevoli (come, il pur ottimo, Dani Rodrik), l’interdipendenza europea (nelle politiche fiscali o migratorie) non ha portato a un ridimensionamento uniforme delle sovranità nazionali. Infatti, alcuni stati membri (come la Germania) hanno potuto combinare il sostegno alla sovranità europea con la preservazione della propria sovranità nazionale, mentre altri stati membri (come l’Italia) hanno dovuto rinunciare alla seconda per poter fare parte della prima. Se così è, allora non ci si può stupire che i cittadini italiani si sentano più insicuri dei cittadini tedeschi rispetto alla loro capacità di condizionare politiche cruciali per la loro sicurezza (economica o territoriale). Qui vanno ritrovate le basi strutturali del voto del 4 marzo, non già nell’idiosincrasia verso l’uno o l’altro leader.

C’è una cosa che all’Italia non manca: una chattering class che cresce esponenzialmente dopo ogni elezione. Se invece di chiacchierare cercassimo di capire, allora dovremmo prendere atto che il nostro malessere è il risultato dell’intreccio tra ritardi italiani e asimmetrie europee. Invece di pensare a come posizionarsi nel nuovo scenario post-elettorale, la classe dirigente di un grande Paese dovrebbe piuttosto individuare le domande strategiche a cui i leader politici (in ascesa o in discesa) sono tenuti a rispondere. È possibile (e come) sostenere l’integrazione europea senza svuotare il controllo nazionale di cruciali politiche pubbliche?

Insomma, invece di dividersi su chi governerà, o su chi si alleerà con chi, non sarebbe meglio discutere (e quindi dividersi) sugli obiettivi strategici (in Europa e in Italia) che il nuovo governo dovrebbe perseguire? Se l’Europa è problema e soluzione insieme, non sarebbe il caso di distinguere tra chi vede solo il problema e chi invece pensa anche alla soluzione?

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