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«Sbaglio apposta, perché così è la vita»

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A TU PER TU - DANTE FERRETTI

«Sbaglio apposta, perché così è la vita»

«Non lo so, che arte faccio? Non saprei. Quello che ripeto sempre è che nei miei film faccio sempre molti sbagli. Cioè commetto molti errori apposta, perché se in una ricostruzione è tutto perfetto, sembra un set cinematografico, non è la vita. Mentre se ci guardiamo intorno, se andiamo in giro, i luoghi, le case, la nostra vita è disseminata di errori, nulla è perfetto. Ecco perché sbaglio volutamente, perché solo in questo modo quello che creo è credibile».

Entrare nello studio di Dante Ferretti a Cinecittà è come essere testimoni di un piccolo prodigio: il prodigio dell’arte che salva se stessa in ogni condizione e nonostante tutto. Accade quando la creatività, per prodursi, ha bisogno solo di un tratto, di un foglio, di una matita.

La sua opera è l’emblema della artigianalità che diventa eccellenza.

Dall’ingresso principale di Cinecittà fino alla porta dello studio dello scenografo tre volte premio Oscar si percorre un viale che un tempo ha visto l’età d’oro del cinema italiano e oggi non è che il transito per le macchine delle produzioni televisive: fiction, fiction, fiction. Segno del tempo che passa e che impone i gusti della modernità.

Il prodigio diventa inchino oltre la porta di vetro e alluminio, a destra i bozzetti, in alto fotografie e quadri. Al centro il tavolo da disegno al centro, in fondo nella stanza a fianco, foto, decine di foto e una parte dei premi (oltre ai tre Oscar, sette nomination, cinque David di Donatello, tredici Nastri d’Argento). Colpisce immaginare come in questi pochi, tutto sommato, metri quadrati si costruisca la capacità di far sognare. Nel tempo della digitalizzazione estrema qui si respira odor di colori: l’idea che diventa forma attraversi le mani e il corpo. Niente, o quasi niente, effetti speciali.

Dante Ferretti è appena rientrato dagli Stati Uniti, da Miami, dove ha una casa: è negli Usa che ormai si svolge prevalentemente il suo lavoro. Sulla scrivania il copione del prossimo film di Martin Scorsese.

Allungo lo sguardo, Ferretti copre la copertina con una mano. Non si può? No, non si può, mi dice, con gentilezza.

Da Bellocchio, Zampa, Petri, Citti, Cavani, Ferreri, Comencini, Scola, Zeffirelli, solo per citare alcuni tra italiani, ma anche Gilliam, Burton, De Palma, tra gli americani, Ferretti ha lavorato con tutti. Ma sono tre i nomi che hanno segnato la sua filmografia: Fellini, Pasolini e Scorsese.

«Con Fellini, con cui ho fatto cinque film – dice – siamo stati legati da una vera amicizia. Spesso trascorrevamo insieme anche il tempo libero, come quando andavamo al mare a Fregene a mangiare il pesce con Giulietta (Masina, ndr), con mia moglie e i miei figli. Quando lavoravamo insieme venivamo spesso insieme a Cinecittà con la sua macchina, abitavamo vicini, lui in via Margutta io invece in via Del Babbuino. Allora passava a prendermi e tutte le mattine mi chiedeva “Dantino, che ti sei sognato?”. Le prime volte rispondevo la verità e cioè niente, che non avevo sognato niente, poi ho capito che dovevo inventarmi qualcosa».

Domando: ma davvero si è inventato i sogni che raccontava a Fellini? Sorride: «Venivamo entrambi dalla provincia, io sono nato a Macerata, così abbiamo conosciuto più o meno lo stesso mondo. Ad esempio, il mio ricordo di quando da bambino accompagnavo mia madre dalla sarta e mi abbassavo per guardarle le gambe, mi pare che sia finito nella Città delle donne. Fellini sapeva che mi inventavo tutto, ma si divertiva ugualmente, gli interessava capire fin dove mi spingevo con la fantasia». Scopriamo così che le visioni di Mastroianni erano invece i sogni di Dante Ferretti. Empatia che si plasma sulla confidenza. Carattere diretto quello di Ferretti, da subito. «Ero appena rientrato dalla Cappadocia dove avevo fatto Medea con Pasolini, quando qui a Cinecittà incontro Fellini che mi fa: “Dantino, so che hai fatto Medea con Pasolini. Guarda che il prossimo film lo devi fare con me”. Gli risposi di richiamarmi dopo dieci anni. Sì gli dissi: “Ma perché vuole rovinarmi la carriera che sono agli inizi, ritroviamoci tra dieci anni quando avrò più esperienza”. Avrei dovuto fare il film con Danilo Donati che si occupava anche dei costumi. Allora feci questo ragionamento: se fosse andato tutto bene il merito sarebbe stato suo, in caso contrario, se le cose fossero andate male, la colpa sarebbe stata mia. No grazie, meglio aspettare».

E con Pasolini? «Con lui avevo un bellissimo rapporto, abbiamo sempre lavorato bene insieme, ma non posso dire che tra di noi fosse nata un’amicizia, una grande intesa professionale questo sì. Gli ho pure fatto due case, una a Sabaudia, vicina a quello che ho curato per Moravia, l’altra a Viterbo. Eravamo lì a girare Il Vangelo secondo Matteo e lui aveva comprato una vecchia torre con due mura che erano ruderi. Ho realizzato una casa di vetro in modo da non dare fastidio ai ruderi, da non rovinare la rovina».

Il ricordo degli anni con Pasolini è la narrazione degli anni di gioventù, di come una fascinazione si è trasformata in una passione. «Avevo sei o sette anni quando ho incontrato il cinema. Mi portavano i miei genitori la domenica. Allora mi piacevano certi filmacci in costume tipo Ercole al centro della Terra o Ercole alla conquista di Atlantide, oppure colossal americani come Ben-Hur. E lì è nato il mio amore per il cinema. Avevo tredici anni e forse non avevo ancora chiaro cosa avrei voluto fare, ma sapevo che avrei fatto il cinema. Poi ho scoperto la scenografia». Così comincia a studiare arte con tale slancio da essere sul set già a diciassette anni.

Cresce l’interesse per il cinema di qualità e con esso lo sguardo attento di un produttore che dice «questo è bravo»: quindi il salto dalle produzione commerciali al cinema dei grandi maestri. «Facevo – spiega – l’aiuto di Luigi Schiaccianoce. Allora, in quegli anni, succedeva che uno scenografo lavorasse su più film in parallelo. Ad esempio il Satyricon l’ho finito io. Lui veniva una o due volte alla settimana sul set, poi andava, io concludevo il lavoro. E così è accaduto con l’Edipo Re: arriviamo in Marocco, andiamo subito in albergo e al ristorante, e a quel punto Schiaccianoci mi dice: «Caro Dante, ho 54 anni e queste cose non le posso più fare. Io adesso finisco di mangiare prendo l’aereo e torno a Roma. Vuol dire che io farò gli interni lì, intanto lei manda avanti le cose qua». Il film fu fatto tutto in Marocco e girammo a Roma solo due settimane. Pasolini quando lo seppe si arrabbiò moltissimo. Due anni dopo, era il 1969, mi chiamò per Medea.

Ma è con Scorsese che la carriera di Ferretti si sposta quasi a tempo pieno dall’altra parte dell’oceano, con il regista americano infatti conquista la sua terza nomination – per L’età dell’innocenza – e poi di nomination in nomination, due Oscar per The Aviator nel 2005 e per Hugo Cabret nel 2012. «È vero – dice – tranne che per i lavori teatrali o per i progetti di altro tipo, il mio lavoro nel cinema ormai si svolge per lo più in America, e dire che a me piacerebbe stare di più a Roma, questa è la mia città, qui c’è il mio studio». Con qualche eccezione importante come quella volta che convinse Scorsese a girare Gangs of New York a Cinecittà.

«Tutta colpa o merito del ristorante qui davanti. Scherzo naturalmente. Eravamo al Festival di Venezia per vedere un documentario sul cinema italiano e discutevamo su dove girare Gangs of New York. Abbiamo escluso l’America, perché girare a New York non sarebbe stato possibile, non c’era più nulla della vecchia città, mentre si parlava come di destinazioni possibili del Canada e dell’Est Europa. Ed è a questo punto che avanzo l’ipotesi Cinecittà, che peraltro Scorsese conosceva già visto che ci eravamo conosciuti proprio qui, sul set della Città delle donne di Fellini. Allora lo convinco a fare una deviazione prima del suo rientro in America previsto per l’indomani, era un sabato. Ho così chiamato gli studi chiedendo di farci trovare tutto aperto. Poi il ristorante, ho prenotato raccomandandomi per un tavolo tranquillo. Dopo pranzo, complice il cibo buona e le chiacchiere, quando siamo tutti rilassati lo porto a fare un giro dei teatri. Rimane colpito al punto che mi dice: “Ok, facciamolo qui”».

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