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Ilva, la Taranto a Cinque stelle che sogna la decrescita felice

L’inchiesta

Ilva, la Taranto a Cinque stelle che sogna la decrescita felice

Taranto, il colpo d’occhio dal mare piccolo: pescherecci, il quartiere Tamburi e, sullo sfondo, le ciminiere dell’Ilva
Taranto, il colpo d’occhio dal mare piccolo: pescherecci, il quartiere Tamburi e, sullo sfondo, le ciminiere dell’Ilva

Ve la ricordate la storia? Se il ministero del Tesoro «si mettesse a riempire di biglietti di banca vecchie bottiglie, le sotterrasse a una profondità adatta in miniere di carbone abbandonate e queste fossero riempite poi fino alla superficie con i rifiuti della città e si lasciasse all’iniziativa privata di scavar fuori di nuovo i biglietti, non dovrebbe più esistere disoccupazione». Anzi: «il reddito reale e anche la ricchezza in capitale della collettività diverrebbero probabilmente assai maggiori».

Pensieri e parole di John Maynard Keynes, padre della macroeconomia e grande sostenitore dell’intervento statale. Qualcuno, nel profondo sud d’Italia, a quanto pare vuole metterne in pratica il principio, più o meno consapevolmente. Spingendolo agli estremi: le «buche» ci sono già, le ha fatte lo Stato negli anni del boom economico, hanno dato e danno lavoro a un territorio ma si portano dietro enormi problemi di sostenibilità ambientale. E allora impieghiamo chi in questi anni ci ha lavorato per tornare a scavarle, tirandone via i rifiuti, «bonificandole»: ci sarà lavoro per almeno altri 30 anni, statene certi.

Un sogno? Se lo è, a Taranto potrebbero averlo fatto in 45mila, quanti sono gli elettori che alle politiche dello scorso 4 marzo hanno scelto il Movimento 5 Stelle, consentendogli di imporsi come primo partito in città con il 47% dei consensi. Un partito che non ha mai fatto mistero di voler chiudere l’Ilva, impianto siderurgico che dal 2012 è stato al centro della più tormentata crisi industriale della recente storia d’Italia, tra sequestri, commissariamenti e gare pubbliche per individuare un nuovo azionariato. Sui piatti della bilancia, da un lato il peso sociale di una vertenza alla quale sono appese le sorti di quasi 11mila lavoratori più altri 3.500 di indotto, dall’altro l’impatto ambientale sul territorio, con tutte le conseguenze del caso per la salute dei cittadini. Con l’osservatorio regionale che censisce 21mila nuovi casi di tumore negli ultimi sei anni e un eccesso di patologie infantili del 30% rispetto alla media nazionale.

Una scritta inneggia alla lotta anti-Ilva sulle mura della chiesa di San Francesco De Geronimo

La rivolta dei Tamburi
«O l’acciaio o la vita: devi scegliere», ha scritto qualcuno sulle mura della chiesa di San Francesco De Geronimo, alle porte del quartiere Tamburi, quello immediatamente a ridosso dell’acciaieria, più soggetto ai venti che ne trascinano le polveri. Da qui, sei anni fa, è partita la famosa rivoluzione con l’Apecar, quel movimento Liberi e pensanti che vuole l’Ilva chiusa senza se e senza ma. Un vero e proprio laboratorio per l’M5S, prima ancora dell’affermazione alle politiche del 2013, quando un Paese distratto all’improvviso si accorse che sullo scacchiere politico nazionale c’erano anche i grillini. Nessuno si stupisce dell’esito dell’ultima tornata elettorale alle case parcheggio, alloggi temporanei sorti ai Tamburi negli anni Settanta per ospitare gli abitanti delle case pericolanti della Città Vecchia in attesa di una migliore sistemazione, ma ancora al loro posto perché nulla, in Italia, è così definitivo come ciò che è provvisorio. Nessuno si sorprende davanti alla Parrocchia di Gesù Divin Lavoratore, negli anni più volte restaurata con le donazioni dell’Ilva.

«La gente è stanca, arrabbiata, sfiduciata», sottolinea Ignazio D’Andria, carismatico titolare del Mini Bar, dove ha avuto inizio la campagna di crowdfunding «Ie jesche pace pe te», sostenuta dal programma MediasetLe Iene, grazie alla quale sono stati raccolti 500mila euro che sono serviti ad aprire un reparto di oncologia pediatrica all’ospedale Santissima Annunziata. Qualcuno lo ha bonariamente nominato ad honorem papà di tutti i bambini di Taranto. «La situazione - prosegue Ignazio - ristagna. Prima del 2012 si respirava polvere, dopo si è cominciato a respirare polvere e incertezza. E l’incertezza ci mette l’uno contro l’altro».
Ti basta un caffè al suo bar per comprendere cosa intende. Ci incontri Aldo Battista, cassaintegrato Ilva con la passione per la grafica: tra le sue ultime creazioni, un montaggio che contrappone lo scorcio dell’acquedotto romano del Triglio, uno dei simboli della Taranto che fu, a un essere umano che si protegge dalle esalazioni con la maschera antigas. Lui nella linea dura degli M5S ci crede e non si lascia distrarre dalle dichiarazioni del candidato premier Luigi Di Maio che, alla vigilia delle elezioni, parlò piuttosto genericamente della nascita di un centro di ricerche e sperimentazione di tecnologie green all’interno dello stabilimento. «Va chiuso, - rimarca - la gente lo ha capito e, con il voto, lo ha chiesto espressamente alle istituzioni». E di cosa vivranno le 10.800 famiglie dei dipendenti dopo la chiusura? «La dismissione - continua Battista - creerà lavoro per altri 30 anni. La struttura dovrà essere smantellata, il territorio bonificato, poi ripopolato di quelle colture agricole che ne rappresentavano la vocazione naturale. Non sarà facile, perché il danno ambientale perpetrato in 50 anni di Ilva è stato enorme, ma bisogna cominciare. Questa può diventare la capitale d’Italia della decrescita felice».

Maschere antigas all’acquedotto romano, il soggetto del quadro di Aldo Battista

Il turismo negato e l’ambientalizzazione
Al Mini Bar ci incontri anche Angelo Fornari, ex imprenditore edile che oggi lavora da trasportatore, anche lui favorevole alla chiusura: «L’Ilva ha impedito al territorio di sviluppare alcune sue grandi potenzialità, come il mare e il turismo. Mancava l’intraprendenza imprenditoriale, perché spesso il posto di lavoro ti spettava quasi di diritto e lo accettavi per dovere. Ed era all’acciaieria».

La pensa diversamente Giampiero De Michele, abituale frequentatore del locale, titolare di una piccola azienda metalmeccanica dell’indotto Ilva: «Se altrove, all’estero, si fa, perché qui non può essere possibile? Esistono altri casi di città europee che hanno a ridosso acciaierie, ma non succede quello che succede a Taranto. Se si investe su una gestione sostenibile dello stabilimento, l’Ilva può continuare a produrre. E stavolta le risorse ci sono». Il riferimento è al piano da 5 miliardi messo sul tavolo dalla cordata Am Investco che riunisce Arcelor Mittal e gruppo Marcegaglia, vincitori della gara commissariale per il rilancio dello stabilimento. Parere dell’Antitrust europeo e ricorsi vari permettendo, un quarto dell’investimento servirà alla ormai famosa ambientalizzazione. «L’unica prospettiva di buonsenso - secondo Bruno Notarnicola, direttore del dipartimento ionico Sistemi giuridici ed economi del Mediterraneo dell’Università Aldo Moro - per chi ha realmente a cuore l’economia del territorio. Non si vive di solo turismo, tanto meno di decrescita felice».

Le colonne doriche simbolo di Taranto e, sullo sfondo, Palazzo di Città

Il giovane Montalbano nella capitale della «decrescita felice»
Vallo a dire a Michele Riondino, volto del giovane Montalbano nell’omonima fiction Rai, tarantino di quartiere Paolo VI, figlio di operaio Ilva, organizzatore del concerto del Primo Maggio di Taranto, vicino al Movimento liberi e pensanti e quindi strenuo sostenitore della chiusura a tutti i costi. «La parola ambientalizzazione non esiste neanche nella Treccani. L’esito delle elezioni – spiega l’attore - parla chiaro: se gli stessi operai cominciano a mettere in discussione l’Ilva, significa che i tempi sono maturi per una riconversione complessiva del territorio ma anche della cittadinanza. Questo argomento non è più tabù. E allora parliamone seriamente: dobbiamo scommettere con forza sulle bellezze del territorio, valorizzarle in chiave turistica attraverso eventi mirati. Il Primo maggio – continua Riondino – è uno di questi, d’estate poi ci sarà la seconda edizione del Cinzella Festival. Porteremo a Taranto il Medimex, la fiera della musica finora svoltasi a Bari. Bisogna lavorare per dare ancora maggiore visibilità al Museo archeologico che custodisce bellezze impareggiabili, valorizzare il teatro Tatà che già oggi fa cose degne di nota. Insomma: ci sono le premesse per voltare pagina rispetto a un passato fatto di acciaio, perché Taranto è in credito con la collettività e deve riprendersi tutto quello che le spetta».

L’ultimo atto di questo processo di riappropriazione, secondo l’artista, dovrà essere «una battaglia con la Marina militare che, con l’Arsenale, occupa il 60% dell’affaccio sul mare della città». Sul capitolo Ilva, niente esitazioni: «Fino a qualche anno fa – racconta Riondino - ci insegnavano già da piccoli come si lavora l’acciaio, adesso dobbiamo creare un centro di eccellenza, il migliore d’Italia nelle grandi bonifiche».

La disfida del «preridotto»
È vero: qui tutti o quasi conoscono il ciclo dell’acciaio. Persino l’arcivescovo Filippo Santoro, in carica dal 2012, l’anno in cui la magistratura scoperchiò l’enorme calderone del gruppo Riva. La «fabbrica», da quando don Filippo ha in mano il pastorale, l’ha sempre difesa. Anche a costo di apparire impopolare agli occhi dei fedeli più oltranzisti. Anche se si trattava di sedersi al tavolo con sindacati, sottosegretari e ministri. «Il diritto alla salute – spiega monsignor Santoro – è sacrosanto, ma deve trovare un’armonizzazione con il diritto al lavoro, perché questo è un territorio con un tasso di disoccupazione altissimo», roba che sfiora il 20%, «molti giovani partono e non tornano più. Chiudere l’altoforno significherebbe rendere ancora più drammatica la crisi occupazionale di queste terre». Ma per continuare a tenerlo aperto monsignor Santoro, con insospettabili competenze siderurgiche, pose condizioni molto precise: «copertura dei parchi minerali, innovazione tecnologica, gestione degli esuberi» stimati in 4.200 unità. Su questi tre punti «delle prime risposte finora sono arrivate».

Il quarto punto messo sul tavolo dal prelato - la realizzazione di un ciclo completo a gas, la produzione di acciaio attraverso l’utilizzo del cosiddetto preridotto, un processo meno inquinante rispetto ai forni a carbon coke – è diventato cavallo di battaglia del governatore della Puglia Michele Emiliano, ma non ha incontrato i favori di Arcelor Mittal che giudica impraticabile questa strada. O meglio: altrove la pratica, non in Europa, dove sarebbe gravata da eccessivi costi di produzione e oggettive difficoltà tecniche. Da qui lo scontro molto netto con l’uscente ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, quasi una prosecuzione con altri mezzi della guerra interna al Pd. E il sindaco eletto un anno fa, Rinaldo Melucci, volteggia sospeso tra i due, «a uno fa cenni, all’altro ammicca», un po’ come la Tarentilla, la ragazza di Taranto immaginata dal poeta latino Nevio duemila e passa anni fa.

Salotti buoni a Cinque Stelle
Lo scenario è confuso. «E la confusione – commenta il presidente della territoriale di ConfindustriaVincenzo Cesareo, patron del gruppo metalmeccanico Comes, 530 dipendenti e 40 milioni di fatturato, per il 70% realizzato all’estero – ha contribuito a determinare questo risultato elettorale. Il Pd ha pagato le spaccature, l’M5S al contrario ha investito su candidature di spessore», proponendo alla Camera la popolare giornalista televisiva di Studio 100 Rosalba De Giorgi e al Senato lo stimato economista di Unisalento Mario Turco. Per la cronaca: nessuno dei due rilascia dichiarazioni perché manca il placet della struttura di comunicazione del partito che fa capo a Rocco Casalino, già semifinalista della prima storica edizione del Grande Fratello televisivo.

In riva ai due mari l’M5S, secondo il presidente di Confindustria, «comunque la si voglia mettere ha fatto breccia anche tra la classe dirigente cittadina, professionisti, imprenditori, nei salotti buoni dove la decrescita felice fa sempre più proseliti». Ma adesso che succederà? In caso di eventuale esecutivo con all’interno i Cinque Stelle, ci sarà la paventata chiusura dell’Ilva? «Ho i miei dubbi», replica Cesareo. «In quel caso l’Italia si esporrebbe a complessi contenziosi con Am Investco e penali salatissime. Nessuna forza di governo responsabile potrebbe assumersi questo rischio. E una volta al governo, in tutta probabilità, i grillini si responsabilizzerebbero».

Una delegazione di operai davanti al palazzo della direzione

Tra bolscevichi e menscevichi
Quanti sono, in ogni caso, gli operai dell’Ilva che hanno votato M5S? «Le stime», risponde Valerio D’Alò, giovane e dinamico dipendente dell’acciaieria che è diventato segretario generale di Fim Cisl per Taranto e Brindisi, «fanno riferimento a un 70% della popolazione aziendale. Ma è un voto di protesta contro una politica che ha comunicato malissimo, una scelta “di pancia”, una croce su una scheda che non teneva certo conto della posizione pentastellata sull’Ilva. Perché pochissimi, all’interno di questo 70%, vogliono la chiusura. E lo dimostra un dato: al nuovo, ennesimo rinvio del tavolo governativo sulla crisi aziendale, siamo stati inondati di mail e telefonate di lavoratori che chiedevano chiarimenti. La domanda era sempre la stessa: “E adesso quando ci convocano?”. Ma io la girerei: adesso che, con le elezioni, sono venuti meno tutti i punti di riferimento politici che avevamo a Roma, da Calenda a Claudio De Vincenti, chi ci deve convocare?» Mettiamola così: anche la rivoluzione dell’Ilva ha i suoi bolscevichi (fabbrica chiusa) e i suoi menscevichi (fabbrica aperta ma ambientalizzata), «i primi sono minoritari – secondo Pietro Pallini, responsabile Uilm per lo stabilimento – ma urlano più forte e fanno più rumore. I secondi sono la maggioranza, vorrebbero fare meno cassa integrazione (la cigs fino al 2023 riguarda una media di 2mila addetti al mese, ndr) e lavorare di più».

Quando De Cataldo andava al liceo
Fuori dalle mura della fabbrica, poi, ci sono gli intellettuali. Molti frequentano la Libreria Dickens di quartiere Italia Montegranaro, aperta nel 1990 da Tonino De Giorgi, compagno sin dai tempi del Liceo Archita del romanziere Giancarlo De Cataldo, l’autore del bestseller Romanzo Criminale che a Taranto è nato e cresciuto, prima di costruire con i suoi libri un pezzo imprescindibile dell’immaginario collettivo della Roma contemporanea.

Tonino ha trascorsi nel Movimento lavoratori per il socialismo, da anni non fa più politica attiva, a meno che non si voglia considerare politica l’organizzazione di eventi culturali e dibattiti. «Da queste parti più che altrove – commenta – sono saltati gli schemi. Prima c’erano i partiti operai e i campioni delle preferenze, sindaci come il comunista Giuseppe Cannata o Giancarlo Cito, figure che rispondevano a due anime molto diverse della città, ma all’interno di schemi che conoscevamo e, tutto sommato, comprendevamo».

Dal sogno di Choderlos de Laclos al keynesismo «alle cime di rapa»
Il caso Ilva ha contribuito a fare «implodere questo sistema e, nel vuoto che si è creato, si sono infilati i Cinque Stelle che dicono di voler chiudere l’Ilva. Ma siamo all’enunciazione di titoli, mancano progetti concreti». Come quelli che aveva Choderlos de Laclos, libertino francese autore delle Relazioni pericolose che, per conto dell’esercito napoleonico, fu di stanza a Taranto e ci morì nel 1803. «Voleva cambiare il volto della città ma non fece in tempo», racconta De Giorgi, proprio lui che diceva che «il tempo porta sempre la verità. Peccato che non la porti sempre in tempo».

Murales sulle case abbandonate della Città Vecchia

Ma il neo keynesismo grillino, Taranto che si impone come capitale d’Italia delle bonifiche, punto di riferimento della «decrescita felice» non possono diventare un progetto concreto? Chiedilo a Giuseppe Maranò, storico operaio Ilva del laminatoio a freddo, e ti risponderà: «Le bonifiche si fanno con le competenze. Qui non ci sono e per crearle servirebbero molto tempo e molti soldi». Come dire: più che neo keynesismo, il sogno di impiegare gli operai Ilva per smontare l’Ilva, secondo questo vecchio dipendente che all’Ilva di stagioni ne ha viste tante, è «keynesismo alle cime di rapa».

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