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Perché il reddito di cittadinanza non può sostituire il lavoro

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Perché il reddito di cittadinanza non può sostituire il lavoro

Si fa un gran parlare in queste settimane di “reddito di cittadinanza”. Due considerazioni al proposito: il reddito di cittadinanza come lo hanno proposto i 5Stelle in campagna elettorale, c'è già e si chiama REI; è stato introdotto nel Consiglio dei ministri del governo Gentiloni il 29 agosto 2017. Ma allora dove sta la novità della proposta di Grillo e soci? Io credo non tanto nel “come”, ma nel “perché”. La questione importante non attiene tanto, cioè, a come supportare il reddito di chi ora, e sono tanti, non ce la fa, perché ha perso il lavoro o non riesce a trovarne uno. Ciò che conta piuttosto è capire perché ci sono sempre meno lavori e come occorra attrezzarsi rispetto a un futuro in cui di lavoro ce ne sarà sempre meno. Dietro la proposta del reddito di cittadinanza, in altre parole, c’è molto di più, c’è una visione del rapporto tra reddito e lavoro, c’è una particolare visione del futuro e del posto che noi, uomini e donne, andremo a occupare nella società prossima ventura. Questa è la vera questione, il resto sono nominalismi.

Ma andiamo per ordine. La terminologia, innanzitutto; quella adottata crea già di per sé confusione. Il reddito di cittadinanza è, infatti, se propriamente inteso, un sostegno al reddito che deriva dal semplice fatto di essere cittadino di uno Stato; come dice mia figlia tredicenne – “ti pagano per essere nato”. E un reddito svincolato dal soddisfacimento di nessun criterio a parte l’essere cittadino italiano. La proposta elettorale dei 5Stelle, invece, è molto diversa. Prevede un sostegno fortemente condizionato: per ottenerlo bisogna superare un income test, avere cioè determinati requisiti rispetto al reddito, che dev’essere inferiore ad una certa soglia o del tutto assente; bisogna inoltre impegnarsi in percorsi di formazione o (ri)qualificazione attraverso agenzie di formazione e di accompagnamento; bisogna poi mettere a disposizione un certo numero di ore di lavoro gratuito per la collettività e, infine, bisogna accettare almeno una delle tre offerte di lavoro che i centri per l’impiego proporranno al beneficiario, durante i tre anni di godimento del reddito, pena l’esclusione dal programma e la perdita del beneficio stesso.

Ora, come si diceva, questo programma esiste già, si chiama REIS (reddito d’inclusione sociale); proposto originariamente dall’Alleanza contro la Povertà e poi implementato dal Governo Renzi nella misura del REI (Reddito di inclusione). La differenza con la proposta dei 5Stelle, sta solo nella quantità e non nella qualità: le risorse messe in campo per il 2018 dal governo Gentiloni, sono pari a poco più di 2 miliardi, mentre per allargare la platea dei beneficiari i 5Stelle ne promettono 17, una bella differenza certo, ma l’idea di fondo è, per quanto strano possa sembrare, la stessa dei governi PD.

E in questo senso la “nuova” proposta sconta tutti i problemi legati all’attuazione delle proposte precedenti. Ne accenno alcuni di seguito: innanzitutto non s’interviene sulle cause strutturali della povertà, che in definitiva riconducono alla mancanza di capitale umano, in particolare capitale umano non-cognitivo. Non si interviene neanche sulla principale soluzione del problema della disoccupazione, cioè la creazione di nuovi posti di lavoro. La condizionalità, poi, implica che si debbano accettare i lavori proposti dai centri per l’impiego, altrimenti si perde il diritto al reddito. Ma se lavori non ce ne sono che cosa si potrà offrire? E in base a quali criteri quel determinato lavoro sarà ritenuto “congruo” per me piuttosto che per te? Se oggi, poi, percepisco il reddito di cittadinanza e domani inizio a lavorare, perderò il beneficio. Questo significa che il mio nuovo reddito verrà tassato, e pesantemente, due volte; e che questa tassa occulta (la perdita del beneficio) andrà a disincentivare la ricerca effettiva di un lavoro. Che effetti avrebbe poi sull’efficienza del mercato del lavoro lasciare che le imprese domandino liberamente lavoro e contemporaneamente obbligare i lavoratori ad accettarlo per non perdere i benefici del sostegno al reddito? Si potrebbero elencare molte altre criticità della proposta dei 5Stelle, così come della misura attualmente in vigore.

Ma la questione vera, però, ripeto, è un’altra, e non attiene tanto all’efficacia del provvedimento in sé, quanto all’orizzonte culturale in cui si situa; alla visione di fondo espressa chiaramente da Grillo circa una certa idea di futuro, un nuovo nesso lavoro-reddito. «Il mondo come lo conosciamo – scrive Grillo in un recente post - sta scomparendo. Scuola, lavoro e reddito hanno perso il loro vecchio legame. Siamo ancora convinti di avere un posto di lavoro, si fa qualsiasi cosa per un lavoro, qualsiasi. È il reddito che ci fa rimanere parte della società, non il lavoro». È il reddito che conta, non il lavoro. Questa tesi Grillo la riprende da Dominique Méda, sociologa francese autrice di vari volumi tra cui Società senza lavoro. Per una nuova filosofia dell’occupazione (Feltrinelli, 1997) consigliere di Benoît Hamon, candidato socialista alle presidenziali francesi del 2017. «Il lavoro serve a produrre merci e servizi per soddisfare i bisogni dell’uomo - scrive in un altro post Grillo - Siamo condizionati dall’idea che ’tutti devono guadagnarsi da vivere’, tutti devono essere impegnati in una sorta di fatica perché devono giustificare il loro diritto di esistere. Siamo davanti ad una nuova era, il lavoro retribuito, e cioè legato alla produzione di qualcosa, non è più necessario (…) È il reddito che inserisce un cittadino all’interno della società. Una società evoluta è quella che permette agli individui di svilupparsi in modo libero, generando al tempo stesso il proprio sviluppo. Per fare ciò si deve garantire a tutti lo stesso livello di partenza: un reddito, per diritto di nascita».

Ecco questo è il punto vero. Il “reddito di cittadinanza” così come ora lo propongono i 5Stelle, cioè un REI potenziato, è in realtà l’apripista, in una visione di medio periodo, al vero reddito di cittadinanza, un reddito, cioè, garantito e universale che ogni cittadino riceve per il solo fatto di essere nato, svincolato da ogni considerazione di povertà o ricchezza, occupazione o disoccupazione, progetto di riqualificazione o altro. E questo reddito, lo stesso reddito, lo percepirebbe Berlusconi, così come l’utente della mensa del povero, Montezemolo così come il garzone del negozietto sotto casa, in egual misura.

Si può discutere sulle virtù di una simile misura, che io, per esempio, ritengo migliore di un reddito condizionale, ma la questione vera è un’altra. Perché se la visione di fondo dei 5Stelle è quella coerente con un reddito universale la loro proposta politica si limitata a una copia carbone del REI, un provvedimento del PD? Come prenderebbero gli elettori la proposta di un vero reddito universale?
Un’ultima considerazione. Davvero ci aspetta un mondo senza lavoro? Davvero, come scrive Grillo, non è il lavoro ma il reddito che inserisce un cittadino all’interno della società? Si dovrebbe quindi essere tanto più cittadini quanto maggiore è il proprio reddito? Davvero Il lavoro serve solo a produrre merci e servizi per soddisfare i bisogni dell’uomo? Davvero l’idea che tutti ’tutti devono guadagnarsi da vivere’, serve solo a giustificare il nostro diritto di esistere?
Io no credo, non lo credo proprio. Penso che il lavoro abbia un valore in sé, come il gioco di un bambino o l’attività di un artista; non si misura in base alla sua ricompensa, ma in base al suo valore intrinseco. E il lavoro non serve a “giustificare” il nostro diritto di esistere, perché questo non va giustificato da nessuno e a nessuno. Il lavoro è manifestazione della nostra naturale scintilla creativa, dell’eccedenza della nostra azione nel mondo, della nostra capacità trasformativa e generativa. Il lavoro e ogni lavoro non equivale al suo reddito.

Le ricerche sull’economia della felicità lo dimostrano su basi quantitativamente. Il lavoro è per gli altri tanto quanto per noi stessi, crea legami e valore condiviso. È il valore che noi generiamo e che possiamo condividere a farci uomini e donne in relazione, non il suo corrispettivo monetario. In questo senso la visione del futuro preconizzato da Grillo non è altro che una distopia legata a una visione radicalmente capitalistica. Al contrario sono convinto, con Simone Weil, che «L’iniziativa e la responsabilità, il senso di essere utile e persino indispensabile, sono bisogni vitali dell’anima (...) Una completa privazione di questo si ha nell’esempio del disoccupato, anche quando è sovvenzionato, sì da consentirgli di mangiare, vestirsi e pagare l’affitto». Il lavoro negato, dunque nega un bisogno dell’anima. Perché il lavoro, non dice solo e tanto “cosa” facciamo, ma anche e più sostanzialmente “chi” siamo.

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