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Il «far west» della truffa digitale

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l’analisi

Il «far west» della truffa digitale

Reuters
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Vigilare sugli eccessi della finanza creativa non è mai stato facile. Ma vigilare sulle potenziali manipolazioni dell'era digitale nella finanza e negli investimenti rischia di diventare una missione impossibile. E qui non parliamo dei Bitcoin: al confronto con le paure sulle criptovalute, il rischio di manipolazione delle Borse attraverso i Social media è diventato un'emergenza.

La questione non è insomma di poco conto. Dagli Stati Uniti all’Europa e ben oltre la Grande Muraglia, tutte le istituzioni di vigilanza finanziaria delle grandi economie stanno scoprendo a proprie spese non solo l’inadeguatezza degli attuali strumenti di controllo sulla correttezza delle informazioni che attraverso i social media vengono veicolate sul mercato, ma soprattutto la facilità con cui la criminalità finanziaria riesce a passare attraverso le maglie larghe dei codici di autoregolamentazione adottati finora dai Social network per dimostrare alle autorità di essere in grado di garantire da soli ordine e legalità. Ecco alcuni esempi.

Martedì 23 aprile 2013 alle 13,07 l'account Twitter dell'Associated Press (AP), una delle più influenti agenzie di stampa americane, ha pubblicato un post su due esplosioni alla Casa Bianca: nell’attentato, era scritto nel Twit, il presidente Barack Obama era rimasto gravemente ferito. Non c’erano altre conferme, ma il post dell’AP è stato immediatamente rilanciato con decine di migliaia di retweet in tutto il mondo. Risultato: il Dow Jones è crollato di 147 punti in appena 3 minuti, la più grande e veloce contrazione in punti della sua storia. Poco dopo la conferma che il twit era il frutto di un hackeraggio dell’AP, il Dow Jones ha recuperato terreno, ma l'incidente ha cancellato $ 136 miliardi di dollari di capitalizzazione dalla più grande e vigilata Borsa del mondo. Mani ignote, si appurò poi, avevano postato quel twit sul Social media dopo aver «shortato» (termine tecnico per le vendite allo scooperto in cui si guadagna dal ribasso di un indice o azione) le scommesse su Wall Street. Le autorità di vigilanza, soprattutto quelle sui mercati finanziari, furono prese alla sprovvista da questo salto di qualità nelle strategie di manipolazione delle Borse attraverso i social network, ma non impiegarono troppo tempo per capire che si trattava solo di un antipasto: la miscela di algoritmi e manipolazioni era altamente infiammabile sui mercati finanziari, emotivamente fragili e sempre più interconnessi.

Il 10 maggio del 2010, infatti, la storia si ripete, anche se in forma rivisitata: da un minuto all’altro, e senza motivi apparenti, la Borsa americana crollò verticalmente nel suo primo «flash crash» generato da una serie di conversazioni artificiali generate da algoritmi sui social media. Più di recente, un'azienda chiamata Cynk Technology salì all’attenzione delle cronache finanziarie quando il suo titolo balzò in pochi giorni da 0,10 dollari a oltre 20 dollari, registrando un inspiegabile guadagno di oltre il 36.000% che ne portò la capitalizzazione a oltre 6 miliardi di dollari. Dopo le prime indagini, la Sec scoprì l’incredibile: la Cynk era poco più di una scatola vuota e dietro il balzo del suo titolo c’era un chiaro disegno manipolativo: anche in questo caso, l’uso manipolativo degli algoritmi aveva permesso a una banda di criminali di creare dibattiti artificiali sui grandi social media chiamando a partecipare ignare comunità di investitori sulla base di profilazioni acquistate attraverso una società di marketing. Nessuno ha addossato la responsabilità della truffa ai gestori dei social network, ma dopo questi e tanti altri casi simili, una realtà sconcertante si aperta davanti agli occhi delle autorità di vigilanza: l’abbondanza di contenuti digitali non verificabili ha non solo implicazioni dirette sui mercati finanziari reali, ma anche sulla stessa affidabilità degli algoritmi utilizzati da società specializzate nella business intelligence (come la Cambridge Analytics) per decifrare l’umore e l’orientamento degli investitori attraverso il monitoraggio delle loro conversazioni sui Social. Informazioni false portano a false conclusioni: e a farne le spese è inevitabilmente chi commissiona e si fida di quei rapporti.

Insomma, anche una brevissima rassegna dei casi di manipolazione dei mercati attraverso i social media è sufficiente per capire quanto elusive e sofisticate siano le tecniche di raggiro della buona fede degli investitori quando si entra nell’arena delle comunicazioni globali digitali. Con le leggi attuali a tutela dei risparmiatori, non solo è difficile perseguire penalmente chi dissemina informazioni false su aziende e titoli quotati - spesso si tratta di account aperti in giurisdizioni fantasma - ma è praticamente impossibile vigilare su flussi informativi che si diffondono sul web in tempo reale senza essere passati al vaglio delle autorità di controllo. Inutile dire che gli stessi algoritmi che secondo i social network dovrebbero individuare comunicazioni illecite o manipolative si sono rivelati del tutto inadeguati. A ciò si aggiunge un problema molto simile a quello sollevato dal caso Cambridge Analytics: nessuno sa esattamente non solo a chi vengono venduti dati, informazioni e profili di carattere finanziario degli utenti dei social network, ma neppure quale uso se ne faccia esattamente. Eppure, la sicurezza del risparmio delle famiglie dovrebbe essere sacra almeno quanto quella sugli orientamenti politici e ideologici.

Nell’era digitale, insomma, non si tratta più di stabilire come diffondere le informazioni nel modo più sicuro ed efficiente, ma di fissare dei pricipi di responsabilità oggettiva di chi gestisce il villaggio globale dell’informazione sul web. L’eccesso di regole è sempre un rischio per lo sviluppo dell’innovazione: la loro mancanza è il peggior rischio per chi crede di avviarsi al futuro e si ritrova invece proiettato nel far west.

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