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Dati e utenti al centro del progetto di Bruxelles

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L'Analisi|WEB TAX

Dati e utenti al centro del progetto di Bruxelles

La manipolazione dei dati di Facebook e la tassazione delle basi imponibili digitali confermano che oltre a molti vantaggi, esistono anche vari lati oscuri del web. Come scrisse all’inizio degli anni 60 un famoso cantautore, i tempi stanno forse cambiando nel giudizio sul web e qualcosa soffia nel vento.

La diffusione delle piattaforme digitali ha enormemente aumentato l’accesso alle informazioni, accresciuto enormemente l’offerta di beni e servizi per i consumatori, ridotto i costi di transazione e aumentato l’efficienza e la produttività, modificato nel profondo intere industrie e settori – editoria, cinema, istruzione, sanità, logistica, distribuzione beni e servizi e altri ancora.

L’uso dei dati personali disponibili in rete per finalità politiche e di condizionamento delle elezioni, i rischi che nella storia la democrazia diretta ha fatto emergere per quella rappresentativa, hanno reso evidente che il web, oltre a un fattore di propulsione economico e politico potentissimo, rischia anche di essere sul piano politico la tomba della democrazia. La questione della proprietà dei dati e soprattutto del loro possibile uso distorto va attentamente monitorata, ormai sul piano mondiale per varie ragioni, compresa la lotta al terrorismo.

Un’altra fonte importante di instabilità e di limitazione della sovranità democratica degli Stati deriva dal vincolo alla libertà di tassazione delle diverse basi imponibili che l’economia digitale pone agli stessi. Ai lavori del G20 di Buenos Aires (19-21 marzo), 5 ministri della Ue e 2 membri della Commissione Ue hanno presentato una dichiarazione politica molto forte in favore di una tassazione comune della web economy, per ragioni di efficienza, di limitazione delle distorsioni alla concorrenza e di equità della tassazione (fair share of tax). Sempre al G20, l’Ocse ha presentato il rapporto della Task Force on Digital Economy. L’analisi è molto approfondita sul piano tecnico ma non contiene proposte concrete, data la posizione molto critica degli Usa. Il rapporto infatti non associa alla critica insistita che viene svolta alle misure di breve termine – come la web tax italiana o le altre degli altri Paesi – un intento propositivo efficace sulle misure comuni di lungo termine che possono essere adottate sul piano internazionale. Sia chiaro, le soluzioni unilaterali o di breve periodo possono presentare incoerenze ed effetti distorsivi per il buon funzionamento dei mercati. Però, mentre ci si dilunga sui possibili difetti di queste soluzioni in termini di efficienza e di distorsioni alla concorrenza, nulla di fatto si dice sulla necessità di trovare una soluzione comune di lungo periodo proprio per le stesse ragioni di efficienza e di welfare.

Per questo una novità molto importante e un passo in avanti decisivo è la pubblicazione di due proposte di direttiva che la Commissione Ue ha pubblicato questo mercoledì. La prima è sulla tassazione societaria e stabilisce alcune regole per basarla sul concetto di presenza digitale significativa. La seconda propone invece l’introduzione di un’imposta sui servizi digitali (digital services tax) comune nella Ue. L’idea di fondo è che la tassazione dei profitti basata sulle vecchie regole definite in economie in parte chiuse sono ormai inadeguate in un mondo sostanzialmente digitale. Larga parte dei ricavi e dei profitti nel nuovo contesto digitale derivano chiaramente da dati forniti dai consumatori, che hanno cambiato la catena del valore e la produzione dello stesso. Le imprese digitali pagano un’aliquota effettiva decisamente più bassa di quella pagata dalla imprese tradizionali (9,5% e 23,2%). Le imposte sui profitti non catturano più i nuovi modelli di business digitale, le nuove forme di creazione del valore che originano dai dati e dall’uso degli utenti delle varie piattaforme. C’è perciò un disallineamento tra il luogo in cui si crea il valore – le basi imponibili – e quello in cui le imposte sono pagate. È necessario introdurre nella definizione delle basi imponibili e nella ripartizione del gettito tra Paesi un legame più stretto con i dati e i consumatori-utenti – ma stabilirne i criteri è complicato sul piano tecnico e politico. La prima proposta di direttiva definisce perciò alcuni criteri su cui basare la presenza digitale: superare una soglia di ricavi annui di 7 milioni di euro in un Paese membro; avere più di 100mila utenti o un numero di contratti superiore a 3mila unità. Quindi il valore di mercato degli user data conterà nella tassazione societaria e nella ripartizione del gettito tra gli Stati.

Ma la vera novità del progetto della Commissione è appunto la proposta di un’imposta sui servizi digitali che assomiglia molto alla web tax italiana e che pone al centro i dati e la partecipazione degli utenti. Essa dovrebbe tassare con un’aliquota del 3% i ricavi lordi, al netto dell’Iva, derivanti dalla fornitura di tre tipi di servizi digitali (solo B2B, escludendo B2C): a) pubblicità on line; b) vendita di dati degli utilizzatori delle piattaforme digitali, generati dall’attività degli utilizzatori medesimi; c) servizi di intermediazione forniti tramite le piattaforme multisided. La definizione di due soglie di fatturato – 750 milioni di ricavi sul piano mondiale e 50 milioni all’interno della Ue – servono infine a definire la scala adeguata delle imprese oggetto di tassazione e ad esentare le piccole (start up) aziende europee.

Molti obiettivi ambiziosi, ancora molti dettagli da definire – quello della riscossione, del pagamento dell'imposta e soprattutto la ripartizione del gettito tra stati – e ancora vari ostacoli da superare – ridurre le possibili forme di doppia imposizione e i problemi per il mercato unico. L’imposta sui ricavi non viola però i Trattati, né presenta discriminazioni rispetto alle norme Ue. Quindi, un passo in avanti decisivo, che lancia la sfida: essa pone al centro del progetto europeo l’efficienza nella tassazione delle basi imponibili e forme eque di prelievo tra Paesi.

Università Luiss

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