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Stefano Boeri: «Più archistreet e meno archistar»

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Stefano Boeri: «Più archistreet e meno archistar»

(foto Gianpaolo Finizio)
(foto Gianpaolo Finizio)

Stefano Boeri emerge da un tour de force di riunioni. È tarda sera ma lo studio, una palazzina di inizio secolo in zona Conservatorio, a Milano, è ancora pieno come fosse metà mattina. La stanza dell’architetto, “il pensatoio” lo chiamano ironicamente i suoi collaboratori, è un ottagono.

Il parquet è più che vissuto, le pareti sono ricoperte di librerie in cui spiccano le collezioni complete di Domus e Abitare, riviste che Boeri ha diretto. Libri e oggetti sono accatastati in un disordine quasi simmetrico. A destra della scrivania c’è una panca per gli esercizi posturali, a sinistra un vogatore ultramoderno che ha tutta l’aria di non essere mai stato usato. Una lampada Arco dei fratelli Castiglioni proietta una luce vivida sul tavolo. Sotto il fascio il modellino in scala di una Vespa P200E bianca, il vespone che nella realtà Boeri utilizza abitualmente e che ha ispirato il VespArch, un tour alla scoperta dei capolavori della città guidato da lui stesso.

Boeri veste di blu, pantaloni, camicia e giacca ma su nuance diverse, e ha gli occhiali appoggiati alla fronte. Versa una birra Ichnusa chiara antistress in due bicchieri. È reduce dal Mipim di Cannes, la fiera del mercato immobiliare più importante del mondo, dove è stato ospite d’onore. Al Mipim, assieme agli altri progettisti, ha ricevuto il premio per la migliore rigenerazione urbana con il masterplan del quartiere Milano Porta Nuova. Un riconoscimento che si aggiunge ai molti ottenuti in tutto il mondo dal Bosco Verticale, la coppia di grattacieli alle spalle della Stazione di Porta Garibaldi sulle cui facciate sono stati posati settecento alberi e 21mila piante, l’elemento più dirompente di Porta Nuova. «Il Bosco Verticale - dice – è lo snodo di una visione di architettura che coltiviamo da tempo, la forestazione urbana. Portare gli alberi nelle città andando anche oltre i parchi e i viali. Una modalità nuova, aggiuntiva e non sostitutiva, in cui pochi credevano».

Rileggere le critiche al progetto, ma anche le cronache dei giornali durante la costruzione dei grattacieli, è illuminante. Il Bosco Verticale veniva considerata un’idea eccentrica, ai limiti dell’irrealizzabile. C’era chi temeva la morìa subitanea degli alberi, chi l’invasione degli insetti nelle case, chi sottolineava gli alti costi di manutenzione. Boeri, con i due grattacieli oggi rigogliosi, non calca la mano. «Il dibattito è il bello del mio mestiere. Tutte queste preoccupazioni si sono poi rivelate infondate. Il Bosco è una casa che nasce per gli alberi e le piante e che incidentalmente ospita anche umani e volatili», dice l’architetto con un sorriso autoironico, completando la sua definizione in maniera fotografica: «Sono due ettari di bosco che si sviluppano in altezza su una superficie di 1.500 metri quadrati e ci aiutano ad abbattere le emissioni di CO2». Un paradosso costruttivo che rischia di far cambiare idea sui grattacieli anche a Celentano. «L’albero di trenta piani - continua - e Il Barone rampante di Calvino sono state tra le mie fonti d’ispirazione. Celentano si è spinto persino a dirmi che il Bosco è una speranza. Detto da lui…».

Il Bosco è diventato un format internazionale. A Parigi si chiamerà Forêt Blanche e avrà una struttura in legno. In Cina, a Nanchino, è già in costruzione e sarà il primo in Asia. A Utrecht, in Olanda, è in progettazione. A Eindhoven, sempre in Olanda, a settembre apriranno i cantieri del prototipo di Bosco in housing sociale: 1.300 euro al metro quadrato con 125 case di 55 metri. «Vuol dire – spiega Boeri – che non è solo un progetto esclusivo, da ricchi. Abbiamo trovato uno sviluppatore intelligente che ci ha creduto fortemente. Abbiamo disegnato case minimaliste ma molto belle, ideali per giovani coppie, e utilizzeremo strutture prefabbricate per abbattere i costi».

Il Bosco ha molte soluzioni innovative. Nelle strutture, nei servizi, ma niente è stato brevettato. «Non c’è ragione per farlo», dice Boeri. «Molti architetti, in tutto il mondo, stanno lavorando a progetti simili, ma con miglioramenti e adeguamenti alle esigenze specifiche dei luoghi e delle persone. È il senso dell’architettura».

Un senso, come traspare dalle parole e soprattutto dai progetti dell’architetto milanese, prima politico e poi estetico. Azzardiamo a dire che la politica nella vita di Boeri, negli anni Settanta militante del Movimento studentesco, non è stata solo la parentesi di 30 mesi tra la candidatura alle primarie per il sindaco di Milano - perse contro Giuliano Pisapia - e l’assessorato alla Cultura e all’Expo. La politica è una linea continua che attraversa e permea l’attività professionale di Boeri e mescola i geni e le esperienze del nonno paterno, Giovanni Battista, antifascista e senatore alla Consulta, con quelle della madre, Cini Boeri, architetto e designer di prima grandezza, allieva di Gio Ponti. «L’architettura – ragiona Boeri – anticipa il futuro degli spazi in cui si svolgerà la vita degli uomini. Immagina quello che sarà, la nuova società. È il legame tra le intenzioni e le azioni. La politica – Boeri si infervora – è il sistema di relazioni che creano le condizioni per poter agire, per fare ciò che l’architettura ha immaginato. Ma solo se abbiamo capacità d’ascolto. Riusciamo se sappiamo essere archistreet più che archistar, se raccogliamo i suggerimenti dal basso, dalla strada».

Politica e architettura come unico percorso. Due linee sovrapposte. «Quando ho fatto l’assessore a Milano ho commesso il grave errore di ragionare solo da architetto. Il lavoro sui progetti, uno per uno. Il Museo della Pietà Rondanini, Bookcity, la Mostra di Picasso, il Forum per Expo. Preso dalle cose da fare ho trascurato le relazioni, la politica, e alla fine mi sono ritrovato solo». Solo proprio su Expo, di cui lui stesso era stato tra i progettisti del Masterplan di Rho-Pero, il pesce con il cardo e il decumano, e su cui voleva un impegno assoluto della giunta e della città. «Ci sono state divergenze con il sindaco Pisapia e ho lasciato, ma è stata un’esperienza totalizzante. Perché la politica è totalizzante (un aggettivo in cui riecheggia il Movimento studentesco, ndr). Ho commesso un errore, ne ho tratto le conseguenze».

L’errore riemerge carsicamente nel racconto. «Dagli errori, se si fa tesoro e si riflette, si impara molto. Alla Maddalena è stato un fallimento perché non ho capito subito che non dovevamo rinunciare alla direzione dei lavori, che non potevano chiederci di finire in tempi così serrati per un evento, il G8, che poi, ironia della sorte, non si è tenuto in quelle strutture. Lì ho capito che bisogna avere il controllo di quello che si fa fino in fondo. Dovevo rinunciare prima, ma non ho avuto il coraggio di mettermi contro lo Stato».

Per il recente avviso di garanzia di Norcia, invece, Boeri non riesce a capacitarsi. Abuso d’ufficio per aver firmato il progetto del centro della Protezione civile costruito dopo il terremoto del 2016 e inaugurato a giugno 2017. Secondo i pubblici ministeri, la struttura non è mobile ed è stata costruita in un’area protetta, nel Parco dei Monti Sibillini. «Ero ad Amatrice – ricorda Boeri – ad inaugurare il Centro del gusto, costruito in un mese con le donazioni degli italiani. Mi chiama il sindaco di Norcia e mi chiede di fare qualcosa anche per loro. L’area l’ha scelta il Comune assieme alla Protezione civile, i permessi li hanno predisposti loro stessi. Abbiamo utilizzato le donazioni e il mio studio ha lavorato gratis. Quando è arrivato l’avviso mi sono fatto un esame di coscienza, ma veramente non capisco, magari c’è un errore formale. Non ci potevo credere, mi sono arrabbiato tantissimo ma spero sia solo un gigantesco equivoco. Sono tranquillo».

Nel pensatoio entra un collaboratore. Chiede un consiglio sul Masterplan di Tirana, TR030, forse il progetto più impegnativo su cui è attualmente impegnato lo studio. Ritorna l’architettura. L’idea della foresta urbana, la società aperta. Si vede una città verde di viali, parchi e palazzi. «Tirana - dice Boeri - è un pezzo di Italia oltre l’Adriatico. Il primo piano regolatore della città è stato fatto da Armando Brasini nel 1925. Poi, in un Paese musulmano, durante la dittatura si è stratificata l’architettura cinese e sovietica. Un caleidoscopio. Ora bisogna aprire la società civile di un Paese che corre».

Riemerge l’archistreet. «Il perno saranno 22 scuole pubbliche aperte ai quartieri e alle professioni 24 ore su 24 e sette giorni su sette. Noi ne progetteremo tre». La funzione sociale dell’architettura che in fondo, come la politica, è totalizzante.

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