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La vera difesa se tornano i dazi

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La vera difesa se tornano i dazi

Abramo Lincoln aveva un’idea sbagliata, ma dura a morire, delle tariffe doganali. «Quando compriamo all’estero – disse – noi riceviamo i beni e gli stranieri ricevono il denaro, quando compriamo nel nostro Paese, otteniamo sia i beni sia il denaro». L’ignoranza di un elementare principio della teoria economica era scusabile nell’avvocato Lincoln. Come presidente, non faceva altro che aderire alla tradizione che fece degli Stati Uniti, dalla fine del Settecento al 1945, «la patria e il bastione della moderna politica protezionista» (Bairoch). Infine, il politico Lincoln, sapeva che i dazi doganali sono soprattutto strumenti per redistribuire il reddito all’interno del Paese che li applica: nel suo caso, a favore del nord manifatturiero, a spese del sud esportatore di materie prime. L’acciaio, che per tutta la prima metà del Novecento Washington difese con dazi molto elevati, torna oggi a simboleggiare un ritorno al protezionismo che gli Stati Uniti avevano abbandonato nel secondo dopoguerra, assumendo la guida di un ordine internazionale basato sulla cooperazione multilaterale. Il ritorno a un’antica tradizione statunitense fa soffiare venti di guerra commerciale, mentre la Casa Bianca – con licenziamenti e nuove nomine – esibisce una preoccupante cultura muscolare.

Hoover non era un falco del protezionismo, ma il crollo di Wall Street diede ai lobbisti dei tanti settori che volevano nuovi dazi una forza politica alla quale il presidente non poté resistere. Nel 1930, Hoover rifiutò di porre il veto alla tariffa Smoot-Hawley invocato da un manifesto firmato da 1.028 economisti.

La tariffa non solo rallentò la ripresa degli Stati Uniti, ma diede il via a una disastrosa guerra commerciale. Nel 1932, il Regno Unito – da quasi un secolo campione del libero scambio – alzò i dazi doganali e ridusse l’interscambio europeo chiudendosi in un rapporto preferenziale con il Commonwealth. Germania e Giappone si arroccarono nelle proprie aree di influenza economica, con dazi preferenziali, accordi di scambio bilaterali e rigorosi controlli dei movimenti di capitale. L’Italia, Paese trasformatore orientato all’esportazione, privo di una propria zona di influenza, fu tra i più danneggiati dalla guerra commerciale degli anni Trenta.

La consapevolezza che la guerra commerciale era stata una causa della catastrofe che consumò il mondo tra il 1939 e il 1945, era viva negli architetti che nel 1944 disegnarono il sistema detto di Bretton Woods. La stessa consapevolezza indusse gli Stati Uniti a improntare la propria politica estera, monetaria e commerciale a una visione lungimirante dell’“interesse nazionale”. I leader europei che firmarono il trattato di Roma sapevano che la legittimazione popolare dei propri governi si fondava anche sull’impegno a non ripetere gli errori degli anni Trenta.

Alla luce dell’esperienza, è quantomeno azzardato affermare, come fece Trump a Cnbc, che «le guerre commerciali sono belle e facili da vincere». Come tutte le guerre, anche quelle commerciali, sono facili solo da iniziare. Le conclusioni sono un azzardo che il mondo non può permettersi. Ma come può rispondere chi è aggredito? Anzitutto cercando, finché è ancora possibile, di evitare l’escalation dei toni e delle minacce dalle quali non è poi possibile tornare indietro. Con gli Stati Uniti, l’Unione europea deve negoziare con un eccesso di pazienza e prudenza perché in gioco c’è ben più dell’acciaio e dell’alluminio: c’è una partnership non facile, a volte tormentata, che ha garantito 70 anni di pacifica prosperità sulle due sponde dell’Atlantico. In questo negoziato, l’Unione europea avrà tante più probabilità di ottenere condizioni accettabili, evitando i rischi della guerra commerciale, se da un lato procederà unita e, d’altro lato, riuscirà a rafforzarsi facendo progressi nel completamento del mercato unico, non solo per le merci, e dell’unione bancaria. Con i suoi 510 milioni di abitanti e 20 trilioni di dollari di prodotto interno lordo (il primo al mondo), l’Europa unita può fare valere un peso tale da porla in grado di ottenere condizioni accettabili in qualunque negoziato commerciale, evitando a ogni costo il ripetersi degli anni Trenta. Se poi gli Stati Uniti fossero determinati a ripudiare unilateralmente quanto hanno costituito nel dopoguerra, l’Europa non dovrebbe seguirli sulla via delle barriere commerciali sempre più elevate. Dovrebbe invece rinnovare il proprio impegno per un’economia internazionale ragionevolmente aperta, multilaterale, cooperativa, riaffermando tangibilmente quest’impegno con la continuazione dei negoziati con gli altri grandi blocchi economici, a cominciare dalla Cina e dagli 11 membri rimasti nel Trans Pacific Partnership, sostenendo il Wto come luogo naturale per la soluzione delle controversie commerciali.

Il futuro governo italiano ha una sola via da seguire di fronte alla minaccia di una guerra commerciale: quella di rafforzare la propria posizione in Europa, per avere voce non solo nell’impostazione delle trattative con gli Stati Uniti, ma soprattutto nel negoziato interno per il rafforzamento del mercato unico e il completamento dell’unione bancaria. In una situazione pericolosa come quella che si delinea, perseguire il nostro interesse nazionale – il nostro legittimo Italy first – significa irrobustire, non diluire, il nostro impegno per l’integrazione europea. Oggi, ancora più di ieri, non c’è spazio per i velleitarismi di modeste politiche commerciali autonome. In un mare che potrebbe diventare più tempestoso, il nostro piccolo Paese si salva solo nella nave europea. Se vuole contribuire a indirizzarne la rotta deve evitare anche solo linguaggi che diano l’impressione che siamo poco interessati alla sua tenuta e alla direzione che prende. La grande differenza tra oggi e i tragici anni Trenta, quella che fa ragionevolmente sperare che essi non si ripetano, è data da ciò che allora non esisteva: la forza dell’Unione europea, e un’estesa rete di organizzazioni per la cooperazione internazionale.

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