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Il voto, la maledizione del vincitore (e quella degli elettori)

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Il voto, la maledizione del vincitore (e quella degli elettori)

È possibile immaginare una campagna elettorale come se fosse un’asta. In particolare un’asta ascendente all’inglese, come quelle che si utilizzano abitualmente per vendere opere d’arte importanti nelle grandi auction houses come Sotheby’s o Christie’s. Il meccanismo è noto: il banditore annuncia un prezzo base e i potenziali acquirenti si alternano in una sequenza di rilanci, di offerte crescenti, fino a quando nessuno sarà più disposto a rilanciare e l’ultimo ad averlo fatto si sarà aggiudicato il bene in vendita pagandolo il prezzo più alto tra quelli offerti.

Ecco, le campagne elettorali, soprattutto da un po’ di anni a questa parte, sono diventate molto simili a delle aste: una sequenza di annunci, contro-annunci, rilanci, fino all’ultimo, fino a quando rilanciare non è più possibile. Per questo per esempio sempre più spesso le elezioni si giocano nell’ultima settimana, quando a un rilancio dell’ultimo momento è difficile farne seguire un altro altrettanto allettante e almeno minimamente credibile. Il caso più famoso è forse il sorpasso di Berlusconi ai danni di Prodi nel 2006 dovuto proprio ad un “rilancio” di questo tipo che prometteva all’ultimissimo minuto, durante l’ultimo confronto televisivo, l’abolizione dell’Ici sulla prima casa.

Le offerte vincenti in queste ultime elezioni del 4 marzo sembrano essere stati il reddito di cittadinanza, per il M5S e la flat-tax per la coalizione di destra, che secondo varie analisi hanno spostato rispettivamente 600 mila e 2 milioni di indecisi verso le rispettive posizioni. Ecco, queste promesse non sono, chiaramente, cheap talk, parole in libertà, no, queste promesso sono l’equivalente del “prezzo” da pagare, in un’asta all’inglese, promessa da mantenere, impegni costosi da onorare.

E così come nel caso delle aste, anche nel caso delle elezioni politiche il rischio in agguato è sempre lo stesso, la cosiddetta “maledizione del vincitore”. Facciamo l’esempio del quadro in vendita. Tanti potenziali acquirenti offrono il loro prezzo, il prezzo sale, ma fino ad un certo punto; ecco quello è il momento in cui il prezzo offerto tenderà a convergere verso il valore “vero”, anche se sconosciuto, del quadro. Chi è disposto a superare quel valore per poter vincere l’asta, dovrà essere disposto a pagare quel bene un prezzo superiore al suo valore vero. Immaginate che all’asta ci siano i diritti di sfruttamento di un giacimento petrolifero o quelli per l’utilizzo delle frequenze radiotelevisive, oppure i tanto discussi diritti per la trasmissione delle partite del campionato di serie A; la “maledizione del vincitore” vi farà andare in perdita, molto o poco, ma sempre sotto.

Fuor di metafora, ecco il rischio che si presenta oggi ai due vincitori delle ultime elezioni politiche: se la destra dovesse riuscire a formare un governo verrebbe immediatamente messa davanti all’attuazione della flat-tax e all’abolizione della legge Fornero, due provvedimenti che costano complessivamente tra i 163 e i 208 miliardi di euro. Ci sarebbe anche l’aumento delle pensioni minime promesso da Berlusconi, ma per ora tralasciamo.

Da parte loro i 5S hanno giocato il tutto e per tutto sul reddito di cittadinanza che dovrebbe costare circa 17 miliardi; se aggiungiamo poi gli altri cavalli di battaglia, anche qui, il superamento della legge Fornero, investimenti in sanità, famiglia e smart nation, arriviamo a quota 108 miliardi. La lotta all’evasione e l’incremento del Pil, altre due promesse comuni, possono certo agevolare il sostenimento dei costi, ma sono variabili così incerte che iscriverle a bilancio non sarebbe serio.

Ecco dunque la “maledizione” che si profila all’orizzonte. E se per vincere queste elezioni, la prima volta per la Lega e per il M5S, si fosse promesso troppo, un prezzo eccessivamente sopra media, alla fine un progetto irrealizzabile? Ma soprattutto, e questo è lo scenario inedito, se questi progetti irrealizzabili, a causa della necessità di un’alleanza di governo proprio tra Lega e M5S non dovessero essere alternativi ma sommarsi tra loro? Chi pagherebbe il conto?

Certo, innanzitutto i cittadini, ma poi anche, soprattutto in tempi di open data e grande sensibilità reputazionale, anche i partiti e i loro sovraesposti leader, rischiano grosso. Salvini e Di Maio si giocano il tutto per tutto e chiunque conosca un po’ di matematica sa che trovare il massimo di una funzione soggetta a molti vincoli, in questo caso il giusto compromesso tra promesse “sopra la media”, vincoli di bilancio e consenso elettorale, è impresa non facile, anzi, spesso impossibile.

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