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«Il mio secolo d’acciaio, di storia e di futuro»

a tavola con. Nicola Amenduni

«Il mio secolo d’acciaio, di storia e di futuro»

Nicola Amenduni, industriale, compie fra tre giorni cento anni. Al 5° piano della palazzina della Acciaierie Valbruna, esci dall’ascensore e lui è già lì ad accoglierti, sorridente e capace di trasformare la consolidata riservatezza e il proverbiale distacco per l’esposizione pubblica in una cortesia che si trasforma in empatia.

In Amenduni, ci sono gli elementi costitutivi dell’imprenditore italiano, un enigma fra il destino individuale e la vicenda corale, fra la durezza dello stile e la ricerca del contatto con gli altri, fra l’attitudine al rischio di impresa e l’ancoraggio alla famiglia.

Ha una giacca color cammello, una camicia bianca e una cravatta regimental perfettamente annodata. Muove rapidamente gli occhi e ogni tanto si accarezza le guance rasate con cura. Nel suo ufficio di Vicenza – fra le immagini dei suoi brevetti appese alle pareti e i prototipi dei componenti meccanici di sua invenzione riposti sulla scrivania – la conversazione procede spedita e compone una sorta di decalogo della cultura industriale italiana: la creazione dei posti di lavoro, la dedizione ossessiva alle cose da fare, la connessione fra le mani e il pensiero che rappresenta uno dei cuori del saper fare della nostra imprenditoria. Prima di tutto: «I soldi vanno e vengono. Guadagnare è bello. Ma la cosa più importante è creare il lavoro. Il lavoro è sacro e inviolabile». Quindi: «Quando avevo un problema, o lo risolvevo o diventavo matto». E ancora: «L’imprenditore italiano resta un artigiano. Ogni tanto, di fronte all’automazione totale, mi viene da dire: “Mettiamo un robot? E perché non mettiamo il cervello?”». Infine: «Ho sempre avuto una grande passione per la meccanica. Ho sviluppato alcuni brevetti. Osservavo e cercavo di capire perché funzionavano o non funzionavano le cose».

In lui, si rispecchia un secolo di vita italiana. Il nostro Sud e il nostro Nord. I nostri fallimenti e i nostri successi. Il dolore della guerra e la vitalità del benessere. Il passato. Ma, soprattutto, il presente e il futuro del Paese delle fabbriche. Le Acciaierie Valbruna di Vicenza: la siderurgia che, in una manifattura di trasformazione come quella italiana, rimane fondamentale. Ma, anche, la Nicola Amenduni & C. di Bari: le macchine per raccogliere le olive e per fare l’olio, la nostra cultura meccanica nella sua capacità di mettere in collegamento l’industria e l’agricoltura, il chiuso degli stabilimenti e la luce del Mediterraneo. «Mio padre Michele – racconta – fondò la sua azienda nel 1905, in Via Napoli a Bari. Io sono nato il 4 aprile del 1918. A 11 anni, mi innamorai dell’impresa: ricordo ancora il mio entusiasmo vedendo la fusione e la ghisa che colava. Quando avevo 15 anni, nel 1933, mio padre contrasse la malaria in un viaggio in Calabria. Io iniziai a essere sempre più presente in azienda. C’erano 12 torni, 3 cubilotti e un forno a induzione». Allora si chiamava Michele Amenduni & C. e, appunto, produceva macchine per l’olio e per il vino. Oggi – con la medesima specializzazione - è diventata la Amenduni Nicola Spa, ha lo stabilimento principale a Modugno, 49 addetti (22 all’estero) e un fatturato consolidato pari, nel 2017, a 32 milioni di euro. Il 75% dei ricavi è da export. La Spagna, dove in Andalusia a Jaén si trova una sede, vale il 22 per cento del giro d’affari.

Nel 1942, l’azienda viene occupata dagli americani, che la usano per produrre stampi per il ghiaccio delle truppe. «Io compravo a sei lire al chilo le scatolette scadute dell’esercito americano e le distribuivo gratis», dice ricordando la fame nera di allora.

Ci spostiamo nella sala da pranzo della Valbruna. Amenduni prende un piatto di prosciutto crudo di Parma e ordina, come primo, della pasta fatta in casa. Io chiedo tortelli di magro al burro e salvia. Lui assaggia un bicchiere di vino rosso, mentre io bevo solo acqua minerale. La mente corre rapida a quella Italia, in cui Nicola Amenduni vuole fare il cinema. Fonda, nel 1943, la Meridional Film. Finanzia, nel 1944, “Caravaggio, il pittore maledetto”, con Amedeo Nazzari nei panni di Michelangelo Merisi. L’Italia sta rinascendo. Roma è eccitante e disinvolta, pericolosa e rapace. «Dopo la guerra Roma era tutta un fervore. E c’era tanta fame. Venivano a presentarti un progetto per un film e, poi, ti chiedevano i soldi per mangiare». La Dolce Vita deve ancora venire. Ma Roma è già un punto di incontro per provinciali con un sogno – quello che succede al pugliese Amenduni capiterà all’abruzzese Ennio Flaiano e al romagnolo Federico Fellini – e per le stelle del cinema nuove e vecchie, italiane e straniere: «Ricordo Orson Welles e Alida Valli alla Bottiglieria del Valle». Alla fine, però, Amenduni non ce la fa: «Ho prodotto una unica pellicola: “Il Viandante”. Ho perso duecento milioni di lire. Sono tornato a Bari con 48mila lire di debiti. Ricordo ancora la cifra esatta. E, da allora, non sono mai più entrato in un cinema». Con gentilezza, mi fa capire che – va bene parlare di Orson Welles e Alida Valli – ma fermiamoci un attimo, così lui può finire il suo piatto di prosciutto crudo.

La fine della guerra, l’avvento della democrazia e il Piano Marshall rendono l’Italia la terra delle promesse e delle infinite combinazioni. «A un certo punto, sviluppo ad Altavilla Vicentina la Vitas, una fabbrica di valvole per petrolio. Era un adattamento ad un altro settore della tecnologia di mia concezione che adoperavo nelle macchine per l’olio. Un giorno ho un appuntamento a San Donato con dei funzionari dell’Eni. Sono all’ingresso, in attesa. Vedo un uomo in impermeabile bianco. Mi si avvicina: “E tu che cosa fai qui?” Io gli rispondo: “Lei chi è? Che cosa vuole?”. E lui: “Ma davvero non mi riconosci?”. Era Enrico Mattei, che avevo ben conosciuto prima della guerra, quando lavorava alla marmeria Fiore di Bari e veniva spesso da me, alla Michele Amenduni & C., a farsi dare dei pezzi di ricambio, talvolta anche a credito».

Fra il desiderio negato per il cinema, il ripetuto incrociarsi con le vite di persone non comuni come Enrico Mattei e la persistenza della passione industriale, che lo mette in contatto con le ditte del Nord per la fornitura dell’acciaio con cui realizzare le sue macchine per l’olio, Amenduni arriva un giorno a Vicenza, dove si trova la Valbruna, di proprietà della famiglia Gresele. Ernesto e sua moglie Piera vanno, un anno a Pasqua, a Bari. Con loro, c’è anche la figlia Maria. «Li portai alla festa del Cristo morto. Una cosa bellissima. Una atmosfera da duemila anni fa. Il buio, le luci. Nei giorni successivi, li accompagnai a visitare Castel del Monte. Mentre i genitori visitavano il castello, chiesi a Maria: “Scusi, ma lei è fidanzata?”». Nasce una storia d’amore che porta, il 2 marzo del 1957, al matrimonio e alla nascita dei figli Michele, Ernesto, Massimo, Maurizio e della figlia Antonella, oggi tutti impegnati nelle attività imprenditoriali della famiglia. «Nei primi anni vivevamo a Bari. Poi mio suocero mi chiese un maggiore coinvolgimento a Vicenza. All’inizio non è stato facile. Ero il marito della figlia del proprietario. Ed ero meridionale. Ma ho conquistato il rispetto di tutti con la dedizione al lavoro, che qui in Veneto è una religione, e con la capacità tecnica, perché io ero veramente un maestro di fonderia».

La cameriera gli porta, come al solito, due terrine di sugo: lui prima versa sulla pasta il sugo alla carne e, quindi, aggiunge il sugo al pomodoro. «Ero da poco arrivato qui alla Valbruna. Capii che, se volevamo sopravvivere e svilupparci, dovevamo puntare sull’acciaio inossidabile. Quel mercato era in mano alla Breda, che allora era una potenza assoluta, ma era lenta come un elefante. Noi iniziammo a muoverci con rapidità. La Breda consegnava in tre mesi. Noi in un mese. La Breda non esiste più».

L’acciaio inossidabile è ancora adesso la specializzazione della Acciaierie Valbruna, che nel 2017 ha fatturato 873 milioni di euro (il 76% all’estero) e che ha 2.410 dipendenti, 730 dei quali all’estero. Una impresa internazionalizzata, che ha in Italia due stabilimenti – oltre Vicenza, Bolzano – e sette magazzini e che ha una presenza capillare di magazzini e uffici in tutta Europa (con due impianti in Polonia) e negli Stati Uniti. Gli Stati Uniti valgono un quarto del giro d’affari e ospitano uno stabilimento a Fort Wayne, in Indiana. L’acciaio inossidabile della Valbruna è adoperato nella marina e nell’aviazione, nell’aerospazio e nel nucleare.

Dopo avere finito la sua pasta con doppio condimento, Amenduni sposta lo sguardo sul mio piatto e fissa, fra il paterno e il padronale, i cinque tortelli rimasti: «Non andavano bene?». Poi, dopo avere salutato dei clienti sudafricani che lo trattano con deferenza affettuosa, continua nel suo racconto ricordando gli altri signori dell’acciaio che non ci sono più – in particolare, Luigi Lucchini – e gli anni da presidente di Federacciai, dal 1996 al 2001.

Come dolce, prendiamo entrambi un delizioso pan di spagna con dentro una sottile lama di crema e uno strato più abbondante di mirtilli. Con il caffè ben zuccherato assaggia anche un biscotto alla cioccolata, estratto da un piatto ricolmo di pasticceria secca, portato dalla cameriera come amorevole abitudine. Nello scorrere della conversazione, il ricordo di un secolo di vita fa il paio con la riflessione sulla sua identità di imprenditore. «Io ho sempre creduto nell’innovazione, tanto da avere fatto personalmente dei brevetti. Anche se devo dire che la chiave di una impresa è rappresentata dal controllo di gestione. Con il controllo di gestione si capisce tutto. Apri gli occhi. Vedi dove guadagni e dove perdi».

Oltre alla mentalità del lungo periodo – fra tecnica e organizzazione – e oltre alla necessità della buona gestione, nella siderurgia come nell’intera manifattura è essenziale il tema dell’approvvigionamento delle materie prime. «Abbiamo diversificato investendo storicamente in Mediobanca e in Generali. Ma dentro all’azienda ho sempre diffidato della finanza e dei derivati. Preferisco coprirmi con una accurata gestione dei magazzini e delle scorte delle materie prime con cui produrre l’acciaio inossidabile. La copertura deve essere soprattutto industriale e solo in maniera residuale finanziaria».

Dopo il pranzo, Amenduni mi invita a visitare l’acciaieria. C’è nell’aria quel sentore di ferro che, da cento anni, rappresenta il vero odore dell’Italia delle fabbriche. Alla fine del giro, mi fa entrare in un magazzino alto trenta metri e profondo quattrocento metri, dove sono riposte le barre inox. Osservata dall’interno, questa struttura sembra una cattedrale medievale. «Adesso – dice – sto facendo un altro magazzino nuovo. Perché vale il vecchio detto: chi si ferma è perduto...». Buon compleanno Nicola. Buon compleanno Italia.

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