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«La crescita? Non è solo quantità»

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«La crescita? Non è solo quantità»

Dandy. Barnaba Fornasetti, continuatore della ditta creata dal padre (Foto di Arianna Sanesi)
Dandy. Barnaba Fornasetti, continuatore della ditta creata dal padre (Foto di Arianna Sanesi)

«Chi arriva per primo prende posto per l’altro». L’appuntamento, con Barnaba Fornasetti, non può che essere alla Latteria di Arturo (e Maria) Maggi, in via San Marco a Milano.

Un’istituzione gastronomica: pochi tavoli, nessuna possibilità di prenotazione, frequentato da una clientela internazionale di “regulars” che si tramanda il “segreto” del posto e del cibo sopraffino col passaparola e ti ammette nella cerchia solo dopo un attento esame. Parliamo di uno dei migliori ristoranti in città, sotto le mentite spoglie di una latteria (altro che stelle e comparsate tv) di una volta: come, del resto, è di una volta il menù (il massimo della cucina casalinga, tutta espressa, con ingredienti di primissima scelta, e fatta come dio comanda, con cottura in pentole d’argento che, secondo la sapienza alchemica di Arturo, eliminano le acidità), il servizio, la confidenza che Arturo e Maria ti danno solo dopo anni di frequentazione. Per Maria, nonostante Barnaba venga quasi tutti i giorni a pranzo dagli anni 70, è sempre “Fornasetti”, per cognome, ad identificare non solo la persona, ma, probabilmente, tutto un mondo.

È vero: pochi, come Barnaba Fornasetti, impersonano con estrema precisione e leggerezza il loro brand. In qualche modo lo incarnano. Difficile dire se siamo di fronte a un designer, a un artista, a un imprenditore: probabilmente una riuscita mescola di tutto questo.

Arriva prima lui ed è impeccabile, come al solito; lo trovo già seduto al tavolo, inconfondibile con quel suo ghigno vagamente mefistofelico, incorniciato da una barba perfettamente curata, e stemperato, però, da uno sguardo mite e amichevole. Mentre mi complimento per la sua eleganza, un abito verde di fustagno, evidentemente su misura, mi dice che il pezzo forte di oggi non è tanto l’abito di taglio inglese, quanto «il gilet, un tartan di Umit Benan», stilista cool turco trapiantato a Milano (che, infatti, troveremo all’uscita del ristorante che fa la coda per il prossimo turno). Mi sfugge la cravatta, ed è una mia colpa. «È una di quelle che si chiamano “conversation ties”, cravatte da conversazione, sempre pronte a dare un appiglio per far partire un dialogo» spiega. Ne ha scelta una provocante e ironica: è una Fornasetti ancora in produzione: “Fallo volare”, con piccoli falli alati, tono su tono, visibili solo a un occhio attento. Oggi non sono stato bravo.

Mentre arrivano i piatti (tutti eccellenti: ma che lo scrivo a fare, poteva essere diversamente?), la conversazione si sposta subito sull’imminente Salone del Mobile, il più riconosciuto appuntamento dell’agenda in città. Fornasetti sarà, come al solito, protagonista. «Abbiamo in mente diverse cose: per esempio vestirò l’obelisco di via Marina, proprio a fianco ai giardini di Porta Venezia, con un nostro tessuto, Tanti Baci». Tra le altre novità, ci sono, appunto, obelischi da tavolo, una collaborazione con WonderGlass per una scultura in vetro (una lampada da soffitto) che sarà presentata all’Istituto dei Ciechi nel Fuorisalone,una nuova collezione di mobili e complementi ideata da Barnaba che si rifà a quell’immaginario legato all’architettura, presenza costante nell’opera dell’atelier milanese sin dalle origini. Il nuovo decoro, “Architettura Celeste”, riprende e varia lo storico motivo ideato negli anni 50 da Piero, padre di Barnaba, fondatore, visionario e unico, di un’azienda e di uno stile che ha fatto sognare una clientela davvero internazionale “vestendo” il quotidiano (dal vassoio al portaombrelli, dalla carta da parati ai mobili) di un fascino immaginifico come pochi altri.

È l’occasione per lasciare un momento l’attualità e riprendere da capo il filo della narrazione della sua esperienza di vita. «A cosa è dovuto questo nome così particolare? Ti piace?» gli chiedo. «Mi piace adesso», risponde sornione, «lo apprezzavo un po’ meno quand’ero bambino. Ricordo il primo giorno di scuola alle elementari, quando erano tutti convinti, visto il nome e complici i capelli i lunghi e il jabot di merletto, che fossi una bambina. Ecco, mi sono dovuto calare le braghe». Tanto per restare in tema con la cravatta: dopo tutto, è un argomento di conversazione o no? «Il nome è stata una scelta dei miei genitori» riprende. «Erano indecisi su come chiamarmi e hanno iniziato a sfogliare il calendario in cerca di ispirazione. Essendo nato l’11 di settembre, sono partiti dai nomi dei Santi che figuravano all’11 di ogni mese e, alla fine, hanno optato per quello di giugno». Penso che non deve essere stato facile crescere in una casa completamente circondato da oggetti così inusuali epperò meravigliosi: la casa Fornasetti (che da una decina d’anni ospita, tra l’altro, la festa più trendy del Salone, con inviti riservatissimi, e musica sia dal vivo che “suonata” da Barnaba, in versione dj) è un’opera d’arte in sé. «All’inizio non mi ero accorto della differenza: sono nato in quel contesto e lo vivevo come naturale. Quando ho iniziato a ospitare i miei coetanei, ho sentito la singolarità di Casa Fornasetti: la leggevo attraverso lo sguardo degli altri».

La decorazione era già pronta in casa, forse il design e l’arte – un sottile confine, questo, con il quale Barnaba gioca (per esempio sarà a Oslo, dal 5 maggio, in una mostra, intitolata «Contemporay Chaos», in veste di artista, con Valeria Manzi) – erano solo un destino da incontrare. E invece no. «Inizialmente non pensavo che avrei seguito la carriera di mio padre» riflette. «In più occasioni ho sperimentato nuovi percorsi al di fuori della strada da lui tracciata, ma tutti nel settore creativo. Mi sarebbe piaciuto diventare designer di carrozzerie di automobili e a lungo ho disegnato solo quelle. Successivamente ho creato layout grafici per riviste underground, per poi passare al design di tessuti per la moda e approdare alla ristrutturazione di casali e mobili in Toscana. Sono stato poi investito dal compito di portare avanti una tradizione importante. Non l’ho cercata, mi ci sono ritrovato e l’ho sentita sin da subito come una responsabilità». Un compito non facile, anche perché la decorazione (ancora più che il design, nell’accezione comune del termine) è il terreno nel quale Fornasetti primeggia.

Ed è terreno impervio, perché in qualche modo “demolito” da quello che definisce «un senso di colpa, un purismo espiatorio inconscio», una demonizzazione verso la decorazione, che, invece, «io penso sia altrettanto nobile del design e delle altre arti». Come è stato lavorare in questo clima e come è riuscito a portare avanti questa missione che, allo stesso tempo, pratica (l’azienda di famiglia) e filosofica (un modo diverso di abitare)? «A partire dalle nefaste dichiarazioni di Adolf Loos, la decorazione è stata considerata qualcosa di non necessario. La decorazione è invece come la musica – è un parallelismo che utilizzo spesso: entrambe sembrano non essere di primaria importanza, eppure lo sono, e te ne accorgi quando mancano. Chiedo sempre, provocatoriamente, di immaginare un mondo senza la musica». Lui,con la musica, ha trovato un altro connubio (ha ideato, prodotto e allestito un Don Giovanni che è andato in scena a Firenze e Milano) piuttosto raro. «Nel corso degli anni - dice - ho trovato semplice mantenere viva la visione creativa di mio padre. La mia immaginazione è stata forgiata dal suo magistero, a tal punto che portare avanti la sua lezione, rispettandone stile, rigore e ironia sottile, è stato naturale. Perpetuo la tradizione, ma allo stesso tempo rinnovo il lavoro attuale con il mio apporto e la mia sensibilità, che, sì, sono diverse da quelle di mio padre. Prim’ancora che caratteriale, la differenza con lui riguarda il piano pratico. Sono maggiormente in grado di porre dei confini alla creatività, che, nel caso di mio padre, è stata invece strabordante a tal punto da rischiare di portarlo alla rovina».

E che ruolo può avere Fornasetti nel panorama del design italiano? «È un contesto in costante e incessante cambiamento, sempre più vicino al mondo del fashion. Ma non ne sento la pressione, ritengo che il nostro brand non debba crescere troppo velocemente, perché credo nello “slow design” e preferisco che Fornasetti cresca in qualità piuttosto che in quantità».

La conversazione prende così un tono inaspettatamente filosofico ed etico, e ti accorgi che dentro un glam riconosciuto (il “mondo” Fornasetti è stato ospite in grandi mostre a Parigi, poi a Seul e ora fino al 9 settembre è protagonista in un dialogo riuscitissimo con l’antico di Palazzo Altemps a Roma), si cela una riflessione sulla società contemporanea. «Non bisogna lasciarsi sedurre dal consumismo: è arrivato il momento di mettere in discussione una cultura del consumo fondata sul condizionamento mediatico. E, infatti, non mi piacerebbe contribuire a un ritorno alla crescita solo in termini di quantità, ma spingere affinché le aziende investano in cultura. Ritengo che sia un dovere, per ogni “brand”, puntare a un modello di maggiore sostenibilità sociale e ambientale». La domanda finale forse è ingenua: ti piacerebbe crescere ancora, come azienda, o si può anche stare bene così? «La diffusione del mondo Fornasetti mi esalta sul piano culturale, ma non tendo a una crescita infinita. È quello che intendo quando parlo di crescita qualitativa, e non quantitativa. Il mio obiettivo utopico è di poter avviare una vendita esclusiva solo nel nostro showroom, con un contatto diretto con i nostri clienti, senza intermediazioni. Inoltre, mi piacerebbe potenziare la ricerca degli ambiti e delle modalità di applicazione della decorazione, al di là del mercato. Mi piacerebbe tornare a decorare le facciate degli edifici, tradizione che si è persa perché ritenuta economicamente non sostenibile. Mi permetto una parentesi: finché l’economia verrà regolamentata da parametri legati esclusivamente al profitto, e non a qualità della vita e sostenibilità sociale, non ci sarà un’evoluzione e il mio desiderio rimarrà un sogno. Questo compito spetterebbe proprio agli economisti. È strano che non riescano a trovare delle nuove soluzioni e che siano proprio i creativi e gli artisti gli unici a sentire questa impellente necessità. Ecco, l’ho detto». E c’è da augurarsi che non rimanga solo un bel sogno, come quello che gli oggetti e le atmosfere fornasettiani regalano ogni qual volta ci si soffermi a guardarle. Un inno alla fantasia del quotidiano, che spesso manca. Anche ai creativi, figuriamoci agli economisti.

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