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Volete lo Stato «sovrano»? Fatelo funzionare

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L'Editoriale|LA PA DIMENTICATA

Volete lo Stato «sovrano»? Fatelo funzionare

Un termine emergente nelle analisi politiche degli ultimi anni è quello di “sovranismo”. Indica una reazione alla perdita di potere degli Stati nazionali soprattutto nei confronti dei processi mondiali di globalizzazione e, quindi, all’incapacità di correggere gli effetti collaterali dell’economia globale così come accentuati oggi dalla rivoluzione digitale.

Il dissolversi del legame tra azioni e responsabilità dello Stato, ma soprattutto la perdita delle leve tradizionali del potere portano a reagire contro alcuni fenomeni di decentramento verso gli altri livelli o luoghi di governo. Si chiede la semplificazione, l’efficacia e l’efficienza del governo, ma attraverso azioni che portano a comprimere la democrazia e a sottovalutare o a banalizzare il grande tema della buona amministrazione. Siamo quindi di fronte a una domanda di sovranità di destra, volta a rafforzare la sicurezza rispetto alle sfide dell’immigrazione e demografiche; e ad un sovranismo di sinistra, volto a rafforzare il ruolo dello Stato nell’economia e rispetto alla sicurezza economica dei singoli.

Nel caso italiano, però, questa “scorciatoia” populista rischia di far saltare a piè pari uno dei compiti per casa che il nostro Paese dovrebbe fare da tempo: avere uno Stato e una amministrazione autorevoli ed efficienti.

È vero che molte leve non sono più nelle mani del Governo statale (e da noi ci si è messo pure il regionalismo all’italiana a frammentare e a rendere inefficiente ed inefficace il potere pubblico), ma è anche vero che i poteri e le leve rimaste a livello nazionale si sono indeboliti e non sono stati recuperati per una trascuratezza storica italiana su questo tema. Al contempo, nessuna riflessione è stata sviluppata sugli strumenti ancora a disposizione degli Stati e dello Stato Italia e di come renderli adeguati alle nuove sfide e ai nuovi compiti.

La semplificazione delle analisi, degli obiettivi e dei mezzi sembra essere il leitmotiv dell’agire della politica debole. Di fronte a maggiore complessità, non si registra maggiore competenza e attenzione, ma più superficialità di analisi e di individuazione dei mezzi.

Qual è l’efficacia della nostra spesa pubblica? Quanto della spesa pubblica si perde nell’intermediazione amministrativa? Non avendo mai curato, il nostro Paese, l’applicazione delle leggi e la fase attuativa e gestionale delle stesse, che tende a fermarsi alla pubblicazione sulla «Gazzetta Ufficiale», non abbiamo una tradizione volta a capire le dinamiche di copertura gestionale e amministrativa di leggi e politiche.

Ciò ha portato ad avere tante leggi rimaste sulla carta, compromettendo, già prima degli effetti della globalizzazione, la fiducia nelle istituzioni italiane. Se il nostro Stato non riesce ad affrontare molte delle sfide di oggi, non è tanto colpa della globalizzazione e della crisi “globale” degli Stati nazionali, ma dei limiti e delle debolezze tipiche italiane. Il nostro Stato debole, inutilmente complesso e costoso rispetto ai servizi che eroga, difficilmente potrà essere “sovrano” se non affronterà alcune criticità storiche e il suo ridisegno.

Inoltre, alcune sfide come i mutamenti demografici e gli effetti della rivoluzione digitale richiedono economie di scala e investimenti, anche a livello istituzionale, che certamente non potrebbero essere portati avanti da regioni o enti locali e che neanche gli Stati nazionali possono oggi affrontare. L’antieuropeismo sovranista si scontra così con l’esigenza di avere dimensioni, risorse e strumenti adeguati che solo il livello sovranazionale può assicurare. Il tema diventa quello di come rendere le istituzioni performanti, anche rispetto a una delle priorità emerse durante le ultime elezioni, quella delle diseguaglianze di reddito e territoriali.

Se nel settore privato, le fusioni e acquisizioni stanno garantendo economie di scala, livelli di innovazioni e di investimenti efficienti e adeguati, nel settore pubblico abbiamo invece lavorato verso la frammentazione. Si pensi a quando negli anni 90 si finanziavano i sistemi informativi e informatici sul lavoro a livello provinciale o nella sanità e assistenza a livello di Asl e Comuni.

Nel caso italiano, se consideriamo la precarietà e la breve durata dei governi, i ridotti margini della spesa pubblica per il debito accumulato, la mancanza di luoghi di formazione delle classi dirigenti, politiche e amministrative, l’eccesso di norme, l’attenzione alle procedure più che ai risultati, i margini di successo di una politica pubblica si riducono a ben poco. E ciò è ancora più drammatico per alcune regioni del Sud, nelle quali i difetti prima elencati sono ancora più gravi, diffusi e strutturali.

Ecco perché, prima di farsi prendere da analisi affrettate, occorre riflettere non solo e non tanto sui poteri persi dallo Stato nei confronti dei livelli di governo sovranazionali, ma di quelli persi per una cattiva “governance” spesso a causa dell’acuirsi di problemi e debolezze storiche del nostro “debole e giovane” Stato italiano. Non a caso la nostra è stata definita da Sabino Cassese «una società senza Stato».

Pertanto, ci troviamo di fronte a un ennesimo paradosso italiano. Mentre si manifestano grandi aspirazioni sovraniste, i nostri apparati amministrativi sono alle prese ancora con problematiche di base. Rispetto al lavoro pubblico, ad esempio, la “sfida” nel 2018 rimane ancora quella di combattere i furbetti del cartellino e dei permessi, mentre nel privato si affermano sempre di più forme di organizzazione del lavoro che superano i vincoli sul tempo e luogo della prestazione. Così come suona paradossale parlare di sovranismo in un Paese che non riesce ad assicurare tempi certi su giustizia, procedure, autorizzazioni e pagamenti e che si trova a dover affrontare lunghi contenziosi e importanti risarcimenti (come documentato nell’inchiesta in questa pagina).

Inneggiare al sovranismo in un Paese che non dà certezza di regole a chi svolge o vuole svolgere attività economica e che sempre meno riesce a «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini», appare certamente stravagante. Mentre nel circuito mediatico è relativamente facile ottenere il consenso, lo stato di salute delle nostre istituzioni rende sempre più difficile amministrare. Ovvero l’aspetto sempre di più trascurato e da cui, invece, dipendono il benessere e la sovranità di un Paese.

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