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Di Maio si affidi a ministri «tecnici»

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L'Editoriale|VERSO IL GOVERNO / 2

Di Maio si affidi a ministri «tecnici»

Forse sarà per le repentine illusioni, alle quali puntualmente seguono cocenti delusioni, se in questo Paese circola poca fiducia: nei leader, rapidamente bruciati, e tra i cittadini. L’alternarsi emotivo tra speranza e ciniche disillusioni, non solo ci fa prendere le distanze dal prossimo e indebolisce il senso di collettivo nazionale, ma ci impedisce di essere realisti nel valutare lo stato del Paese.

Il Paese è oggi un microcosmo colmo di bellezza e risorse in cui però si danno appuntamento micidiali mismatch. Basta ricordare le corrispondenze mancate più evidenti, come tra domanda e offerta di lavoro, tra sistema educativo e mondo produttivo; tra Nord e Sud; tra giovani generazioni e quelle anziane; tra ondate immigratorie e rumorose risacche dei cittadini italiani; tra debito pubblico e la ricchezza privata di famiglie e imprese; tra temi dell’arena politica e reali preoccupazioni degli elettori. Queste mancate corrispondenze si sono ampliate negli anni di crisi, creando praterie in cui scorrazzano populismi e sovranismi, che hanno sfiorato il “cappotto” alle ultime elezioni. M5S e Lega hanno sfruttato un’ulteriore mancata sincronizzazione tra recente ripresa economica e consenso, il secondo gravemente minato, da qualche decennio, dall’idea diffusa di non corrispondenza tra il prestigio degli scranni parlamentari e la povertà di meriti e competenze di chi li occupa. Da questi mismatch nascono i mali più acuti del Paese: debito pubblico, disoccupazione, disuguaglianze, perniciose fratture territoriali, reciproca sfiducia tra governanti e governati. Molti di questi squilibri risalgono a una debolezza organizzativa che affligge il Paese e connota il suo ritardo. Si pensi a un mercato del lavoro privo di un sistema formativo e di una rete di collocamento all’altezza della trasformazione tecnologica epocale in corso o di un sistema educativo incapace di riorganizzare contenuti, metodi e strumenti alla luce delle sfide del nuovo secolo. Tuttavia, le inadeguatezze organizzative a ridurre non corrispondenze e squilibri hanno profonde radici culturali e derivano anche da un calo di autorevolezza delle élite nel paese.

L’Italia ha bisogno di una cultura sociale, politica ed economica in grado di rafforzare senso di appartenenza e fiducia nella società nazionale ed europea. Purtroppo gli italiani, secondo Bes/Istat, sono tra gli ultimi nella Ue in quanto a fiducia negli altri, soprattutto nel Mezzogiorno, dove il M5S ha letteralmente trionfato: infatti, cos’è la protesta se non un mood che mescola in modo esplosivo sfiducia e istanze utopiche?

La stessa cultura e propensione all’innovazione è penalizzata dal deficit di fiducia che alimenta il timore che l’innovazione possa disgregare vecchi equilibri: induce resistenza e conformismo nella società e nelle élite. È uno dei motivi principali per cui le idee tradizionali, in Italia, hanno spesso la meglio sulle nuove. Il Paese e le sue istituzioni soffrono la mancanza di una cultura politica capace di ri-immaginare la società nazionale, creando fiducia e cooperazione tra le parti del sistema. Al contrario, la politica negli ultimi decenni ha considerato la società come un insieme di free riders, cinici e opportunisti, in linea con un individualismo metodologico che misconosce la dimensione sociale dell’economico e del politico (la società non esiste se non come mera somma di individui), mentre avremmo bisogno di una cultura sociale fatta anche di norme interiori e di emozioni che sollecitino cooperazione e organizzazione.

Una cultura civica nazionale e un’élite politica con una visione a tutto campo sono temi di fondo da cui derivano i profondi squilibri italiani che i partiti dell’ex-protesta si trovano davanti. Ieri erano avvezzi alla sfiducia anti-sistema e a mirabolanti soluzioni utopiche. Oggi sono chiamati a ricreare un clima di fiducia e a esporre - e forse a realizzare - un proprio disegno realista per la riduzione degli squilibri che affliggono l’Italia. Un disegno capace di fare i conti con un ulteriore mismatch tra risorse scarse a disposizione e forti aspettative del proprio elettorato.

L’Italia dei divari non ha certo bisogno dei bizantinismi e degli inciampi della politica né, come ha avvertito il presidente Mattarella, di tornare alle urne per soddisfare ambizioni partitiche di piccolo cabotaggio. Ha urgenza di ridurre i suoi cleavages, ora che sta tornando un po’ d’ossigeno dall’economia reale. Forse la soluzione, visti i veti incrociati, è un governo tecnico-politico del cambiamento, con alcuni ministri pentastellati affiancati da ministri tecnici, condivisi dalla forza politica che sostiene dall’esterno il governo stesso. Non sarebbe a guida Di Maio: è il prezzo che il giovane leader potrebbe pagare per evitare al M5S altri 5 anni d’opposizione. A capo un personaggio di alto prestigio. Se si vuole cambiare l’Italia con volti nuovi, garantendo chiarezza programmatica e competenza.

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