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Un raid all’anno in Siria ma a Trump manca una strategia

POLITICA ESTERA usa

Un raid all’anno in Siria ma a Trump manca una strategia

(Afp)
(Afp)

C’è un’evidenza logica quando il presidente degli Stati Uniti non dice quando lancerà i suoi missili contro il nemico per poi attaccare nella notte prima del weekend. Ma se il presidente è lo stesso che poche ore prima aveva mandato ai russi un tweet da bullo ginnasiale; se è lo stesso che il venerdì annuncia di lasciare la Siria al suo destino e una settimana dopo la bombarda, agire o negoziare non è più il frutto di una strategia ma del caso.

Il problema è serio: non c’è una direzione. Quello che sta guidando le azioni americane nel più pericoloso fra gli scenari internazionali, è l’istinto dell’immobiliarista. Non c’è una squadra. Ciò che resta del dipartimento di Stato e della Difesa tenta di mettere insieme una coalizione di alleati – inglesi e francesi – per sostenere l’eventuale attacco.

Donald Trump intanto agisce per temperamento, come dovesse decidere se comprare un altro grattacielo. Ed è possibile che la sua scelta possa essere condizionata dall’inchiesta di Robert Mueller: licenziare il consigliere speciale dell’Fbi e subito dopo bombardare la Siria o viceversa, come arma di distrazione di massa. Pressato dal Watergate anche Richard Nixon mise senza ragione in allarme l’arsenale nucleare strategico americano.

Invece la Siria e il resto del Levante sono a un passo da un conflitto devastante, una specie di guerra mondiale mediorientale. Lo scontro cosiddetto civile che si sta combattendo ora è diverso dagli altri capitoli di questa tragedia iniziata nel 2011. C’erano state le proteste, poi lo scontro armato, infine l’Isis che aveva approfittato del caos. Ora la contesa per il vuoto lasciato dal Califfato, non è più fra milizie, sette ed etnie relativamente armate. È fra gli Stati della regione con eserciti, divisioni corazzate e aviazione: fra Turchia, Iran, sauditi, emirati del Golfo e sempre meno ipoteticamente Israele. Con russi e americani dispiegati in forze sul campo, col rischio di essere usati da alleati che pensano di poter manovrare e dai quali invece sono sempre più manovrati.

Questa è la realtà dalla quale non si sa ancora bene se Donald Trump voglia uscire o restare, lanciando missili. Vladimir Putin, che fra molti difetti ha la qualità di avere una visione, sta applicando ciò che George Kennan disse una volta dell’imperialismo: «Se non prendiamo noi quei territori, lo farà qualcun altro. E questo sarà ancora peggio». È probabile che Trump non sappia nemmeno chi fosse Kennan, il diplomatico americano che 70 fa a Mosca scoprì che i russi avevano incominciato la Guerra fredda.

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È possibile che le armi chimiche siano state usate dalle stesse milizie dell’opposizione islamica per impedire a Trump di ritirarsi dalla Siria e fermare il regime di Damasco, ormai a un passo dalla vittoria a Douma. È un’ipotesi logica. Ma è ugualmente logico che, non nuovo all’uso di quelle armi sul suo popolo, Bashar Assad (e i russi e gli iraniani), volesse saggiare sul campo la straordinaria irrilevanza del presidente Usa. Lo stesso presidente che a maggio minaccia di uscire dall’accordo internazionale sul nucleare iraniano, con lo scopo di farlo fallire. Né forse è casuale che il giorno prima del drammatico episodio le milizie di Douma avessero rotto le trattative col regime; e che dopo il massacro chimico abbiano accettato di essere evacuate.

Si è detto di una Grand Strategy americana per dividere il Medio Oriente arabo e favorire Israele. Alla turbo-dietrologia si può contrapporre un fatto storico noto a chiunque si sia un po’ occupato della regione: che per Turchia e Iran dividere gli arabi sia un interesse nazionale condiviso da ogni governo succedutosi nei due Paesi. Il cui prodest tuttavia è di relativa importanza. Le guerre hanno sempre cause profonde ma iniziano per un episodio banale che ora Trump potrebbe fornire.

All’inizio di aprile Turchia, Iran e Russia avevano organizzato ad Ankara un vertice subito chiamato la “Yalta mediorientale”. Nella foto della Yalta originale c’erano tutti i protagonisti capaci di garantire la pace o la guerra. In quella di Ankara i presidenti erano solo tre. Fino a che non ci saranno tutti i protagonisti, la grande guerra in Siria rimane più probabile della pace.

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