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La lezione di Keynes sul pacifismo «pragmatico»

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L'Editoriale|il ruolo ue

La lezione di Keynes sul pacifismo «pragmatico»

Racconta Robert Skidelsky che, dopo il settembre del 1938, John Maynard Keynes visse un’angosciosa divisione «tra il suo indubbio pacifismo e il suo desiderio di combattere il male e l’aggressione». Sono i mesi dell’annessione tedesca della regione cecoslovacca dei Sudeti, avallata a Monaco da Francia e Regno Unito. Keynes non si fa illusioni sulla pericolosità di Adolf Hitler, tanto da non avere voluto mettere piede in Germania dopo il 1933. Eppure, il dubbio continua ad agitarlo. Esso deriva da due convinzioni: da un lato quella che non sia lecito iniziare una guerra senza sapere che essa renderà la futura pace tanto migliore di quella attuale da compensare i costi umani del conflitto e, d’altro lato, quella che è quasi impossibile fare previsioni credibili circa l’esito di una guerra. Il suo non è dunque, un pacifismo dogmatico, dedotto da princìpi assoluti, privo di eccezioni. Si tratta invece di un pacifismo pragmatico, nutrito dallo studio della storia e dalla teoria che afferma l’impossibilità di assegnare probabilità attendibili agli esiti di eventi complessi e rari.

Il pacifismo pragmatico di Keynes è incredibilmente attuale. Le relazioni internazionali degli ultimi due decenni, con la preoccupante escalation militare di questi giorni, fanno tornare immagini del primo Novecento, come quella, evocata da Franco Venturini (Corriere della Sera del 13 aprile), dei «sonnambuli» che danzavano sull’orlo dell’abisso, secondo la fortunata immagine di Christopher Clark.

L’affievolirsi della guida americana dell’Occidente ricorda il lento tramonto del Regno Unito che, sino al 1870, aveva garantito un’imperfetta, ma efficace Pax Britannica. Oggi come allora, emergono nuovi protagonisti desiderosi di tradurre la forza economica in influenza politica globale, mentre la Russia assomiglia a quella di allora, stretta nella pericolosa contraddizione del gigante militare con fragili piedi economici. L’azione collettiva per lo sviluppo economico e la pace è più difficile in un mondo multipolare, privo di quella «egemonia consensuale» degli Stati Uniti che aveva permesso all’Occidente post-bellico di vivere una pacifica età dell’oro.

Rispetto agli anni dieci e trenta del Novecento, la pace può oggi trarre forza da tre condizioni che allora mancavano: una vasta rete di organizzazioni multilaterali (politiche e tecniche); una molto maggiore estensione della democrazia, formale e sostanziale (non ci sono esempi rilevanti, negli ultimi due secoli, di guerre tra Paesi democratici); lo stato sociale. Nessuna di queste tre “novità” del nostro tempo gode di ottima salute: rafforzarle è il compito di politiche ispirate a un pacifismo pragmatico privo di ingenue illusioni, ma anche di quel pessimismo che tende ad auto realizzarsi.

Non è utopia pensare a politiche di lungo andare per rafforzare la pace: gli artefici della stabilità della seconda metà del Novecento cominciarono a impostarle mentre ancora le bombe cadevano su Londra. Ma è anche indispensabile, come diceva Keynes, «prolungare la pace giorno per giorno, ora per ora», con tutti gli strumenti di cui dispongono la diplomazia e la politica. Perché questi strumenti abbiano probabilità di successo è importante che cresca la consapevolezza dei rischi.

Nel 1912-13 si susseguirono due guerre balcaniche, conflitti al margine dell’Europa che si riuscì a stento a governare e contenere. Anche nel 1914 si pensò di poter gestire il rischio, ma non ci si seppe arrestare un metro prima del baratro, anche perché i «sonnambuli» che precipitarono il mondo nella Grande guerra condividevano una cultura politica e militare, basata su esperienze passate, che riteneva impossibile un conflitto totale di durata indefinita.

Se avessero avuto anche una imperfetta capacità di previsione, nessuno di essi avrebbe sparato il primo colpo. D’altronde, tranne forse la prima guerra del Golfo, nessuno dei grandi conflitti della seconda metà del Novecento è finito secondo le previsioni. Keynes farebbe un salto sulla seggiola leggendo oggi comunicati ufficiali che parlano di rischi attentamente conosciuti e contenuti.

L’Europa, oggi parzialmente divisa sull’azione militare in Siria, ha nella propria storia e nella collocazione geopolitica ed economica le radici sulle quali basare una politica di rafforzamento della pace. Ha l’attendibilità derivante dal non avere ambizioni o possibilità egemoniche, mentre ha molto, forse tutto, da perdere se uno dei potenziali fulcri di conflitto – in Medio Oriente, in Ucraina, nella Penisola coreana, nel Mare cinese meridionale – scappasse di mano, anche contro la volontà dei singoli attori coinvolti.

La lezione di questi mesi, di questi giorni, è che l’Unione europea – o almeno una “cooperazione rafforzata” all’interno di essa – può pesare sulla scena mondiale tanto quanto pesano la sua civiltà, la sua economia, la sua demografia solo dotandosi di una politica estera e di una difesa comuni. Il tempo dei “sovranismi” è passato da decenni sul piano economico, lo è adesso anche su quello della politica estera e di difesa.

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