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i divorzi degli altri

Se in Europa l’assegno all’ex viene «filtrato» dal bisogno

La partita sulla quantificazione dell’assegno di divorzio dovuto da un coniuge all’ex partner, che si concluderà (forse), in Italia, con la sentenza delle Sezioni unite civili attesa tra poche settimane, è stata già giocata in altri Stati. Con importanti cambiamenti di rotta e con il passaggio, diffuso in molti Paesi membri dell’Unione europea, dalla valutazione del tenore di vita antecedente allo scioglimento del matrimonio (non più un dogma) alla semplice considerazione dello stato di bisogno.

Certo, in Europa mancano sistemi uniformi con criteri unici per stabilire come fissare l’importo, anche perché in molti ordinamenti è diffusa la prassi degli accordi prematrimoniali.

Il vuoto normativo dipende in larga parte dalla circostanza che le convenzioni internazionali, da quelle dell’Aja a quella di New York così come i regolamenti dell’Unione europea in materia di cooperazione giudiziaria civile si occupano, per lo più, di questioni legate all’individuazione del giudice competente, del riconoscimento di sentenze e atti stranieri e di questioni internazionalprivatistiche. Con la conseguenza, così, che ogni ordinamento predispone il proprio arsenale giuridico in base alle scelte di politica legislativa nazionale.

Un’armonizzazione del diritto interno e, quindi, dei criteri, non si è avuta neanche con i regolamenti Ue in materia di cooperazione giudiziaria civile relativi alla famiglia. Non aiuta il regolamento 1259/2010 del 20 dicembre 2010 relativo all’attuazione di una cooperazione rafforzata nel settore della legge applicabile al divorzio e alla separazione personale che, sulle obbligazioni alimentari (nozione di ampia portata grazie alla giurisprudenza della Corte Ue), prevede che la disciplina sia dettata dalle norme di conflitto applicabili nello Stato membro partecipante interessato. L’articolo 1, d’altra parte, esclude dal proprio ambito di applicazione sia gli effetti patrimoniali del matrimonio sia le obbligazioni alimentari. Né soccorre il regolamento 4/2009 relativo alla competenza, alla legge applicabile, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni e alla cooperazione in materia di obbligazioni alimentari.

Così gli Stati hanno discipline variegate e sono anche sottoposti a variazioni di orientamenti giurisprudenziali come è successo per l’Italia. Con principi che una volta consolidati possono essere rimessi in gioco (per un esame dei vari Paesi si veda il sito predisposto dall’Unione europea https://e-justice.europa.eu/).

In Francia, l’articolo 270 del Codice civile prevede che il giudice possa decidere una misura di compensazione forfettaria tenendo conto della disparità che lo scioglimento del matrimonio produce. E lo stesso giudice può decidere, per ragioni di equità, di non far corrispondere nulla e, questo, anche nei casi di colpa del coniuge che avrebbe diritto al mantenimento. Se poi l’ex coniuge versa in stato di bisogno, anche per motivi di salute, il giudice può fissare una sorta di vitalizio per far fronte alle necessità. Un orientamento, quindi, seppure mitigato da alcuni accorgimenti, che spinge verso l’abbandono della valutazione del tenore di vita precedente allo scioglimento del matrimonio.

La modifica introdotta in Germania nel 2008 segue questa strada ed è ancora più netta: da un sistema in cui il differente tenore di vita influenzava la corresponsione del mantenimento, si è passati, con la riforma del 2008, a un meccanismo che valuta lo stato di bisogno e che prevede l’assegno di mantenimento solo per un periodo limitato di tempo e in presenza di uno stato di necessità rappresentato da motivi di salute o altri insuperabili ostacoli. Accantonato, così, il principio della valutazione del tenore di vita.

In alcuni Stati, contano anche altri fattori come la durata del matrimonio e la presenza dei figli (Paesi Bassi). In Spagna, il mantenimento prende in considerazione le diverse capacità economiche delle parti. Nei Paesi scandinavi la regola generale è che ogni coniuge provveda al proprio mantenimento con la possibilità, però, per il giudice di applicare un pagamento forfettario se sussiste uno stato di bisogno. In Svezia, in particolare, l’assegno divorzile, che è limitato nel tempo, ha un massimo fissato nella legge.

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