Commenti

L’Eliseo tra ideali e cruda realtà

  • Abbonati
  • Accedi
L'Editoriale|contraddizioni europee

L’Eliseo tra ideali e cruda realtà

Quasi un anno fa era entrato trionfalmente sulla scena europea al suono dell’Inno alla Gioia, brandendo un incontenibile volontarismo riformista e anche rivoluzionario. Una sorta di redivivo Robespierre che, dimentico della Marsigliese, si voleva lanciare nella guerra giusta contro l’Europa accomodata sulle proprie cattive abitudini, divisa, agnostica e abulica anche se tutt’altro che soddisfatta di sé.

Almeno nel piglio oratorio, Emmanuel Macron non ha perso smalto e nemmeno ambizioni, che ieri ha solennemente ribadito davanti all’Europarlamento con convinzione testarda e quasi disperata. Però la traversata di poco meno di 12 mesi nelle complessità e contraddizioni della partita europea, lo scontro con la Germania di Angela Merkel, che da demiurgo incontrastato della politica tedesca ed europea è divenuta l’ostaggio debole e prigioniero di crescenti condizionamenti interni, costringono il presidente francese al realismo. Alla cruda consapevolezza che la sua crociata potrebbe concludersi con i vessilli a mezz’asta.

Non è un caso del resto se, nelle stesse ore in cui vibrava di europeismo nell’emiciclo di Strasburgo, la Cdu-Csu, il partito del cancelliere, si riunisse a Berlino per confermare il gran rifiuto alle riforme Macron per l’eurozona, affermando che «l’obiettivo della politica europea della Germania è sempre stata quella di preservare gli interessi tedeschi».

Irrituale la tempistica del messaggio, come la brutalità volutamente acclarata del suo contenuto: uno sgarbo a Parigi impensabile solo pochi anni fa. Tanto più alla vigilia dell’incontro Merkel-Macron di domani a Berlino.

Nonostante le nubi che si stagliano sul suo orizzonte interno ed europeo e malgrado la solitudine del suo impegno riformista in un’Europa diffidente e riluttante, Macron non smette di martellare sul suo vangelo europeista, di farne lo strumento di lotta contro il pericolo dei nazionalismi ovunque in ascesa e la leva per riconciliare la nuova Europa con i suoi popoli in collera.

È vero che le sintonie franco-tedesche, che non ci sono, oggi sarebbero solo l’ingrediente necessario ma non sufficiente per ricostruire l’Europa dei 27 nel dopo Brexit. Ma è altrettanto vero che non più tardi di dieci giorni fa a Varsavia anche la Merkel ha enunciato il suo credo europeo: «L’Europa che mi sta a cuore è quella dei 27, non quella dell’euro o di gruppi e sottogruppi di Paesi». Altro messaggio esiziale per il macronismo d’assalto che teorizza l’Unione multi-speed.

Il suo autore comunque non demorde. Anzi insiste a remare controcorrente e ripete che «non esiste al mondo uno spazio monetario che funzioni con le costrizioni della moneta unica ma senza un bilancio comune che garantisca investimenti, convergenza e stabilità contro gli shock. L’euro invece ha strumenti di responsabilità ma manca di quelli di solidarietà».

Di qui l’insistenza per dargli nuove strutture politiche ed economiche, un bilancio, un parlamento e, se non un ministro, una figura che gli assomigli: adottando entro il vertice di giugno, se non decisioni precise, almeno una tabella di marcia. Di qui l’invito a completare parallelamente l’unione bancaria. A varare un Fondo monetario europeo, uscendo dalla logica puramente intergovernativa in nome del controllo democratico e parlamentare. Un bilancio Ue pluriannuale più ricco e coerente.

Tutti argomenti più che ragionevoli che però per ora sbattono contro l’apparentemente irriducibile opposizione della Germania e della coalizione degli 8 Paesi del Nord, capeggiata dall’Olanda, contraria a qualsiasi riforma dell’euro per i costi nazionali che rischia di trascinarsi dietro.

Anche sulle altre sovranità europee che in un mondo instabile e incerto promuove come complemento di quelle nazionali, dalle politiche di sicurezza e difesa a quelle sociali, ambientali, commerciali e digitali, Macron incontro più riserve che entusiasmi tra i partner. Già, perché se in vista delle europee del 2019 il presidente francese punta alla fuga in avanti, i suoi interlocutori invece, Germania in testa, tirano il freno per non eccitare i malumori degli euroscettici.

Così, dopo la grande illusione di un rapido rilancio della costruzione europea grazie alla resurrezione politica di una Francia ringiovanita e ansiosa di agire, l’Europa rischia di reimpantanarsi nella solita e sterile strategia di galleggiamento sulle proprie insolute contraddizioni. Però il mondo non l’aspetta, la Siria è troppo vicina, l’America di Trump pretende, la Cina preme: anche la ridotta del preteso realismo ormai è un lusso proibito.

© Riproduzione riservata