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Premiato il coraggio di sfidare i potenti

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L'Analisi|pulitzer 2018

Premiato il coraggio di sfidare i potenti

I premi Pulitzer assegnati lunedì sera a New York hanno ribadito una volta di più l’insostituibile ruolo civile della stampa statunitense in un’epoca in cui i media tradizionali sono costretti a combattere quotidianamente per affermare la rilevanza sociale – e la sostenibilità economica – del giornalismo di qualità.

In una stagione in cui il rumore di fondo delle nostre vite è sempre più spesso il prodotto della superficialità prediletta dagli algoritmi dei social network (se non delle fake news create per lucrare, anche politicamente, sulle paure dei cittadini), il board che ogni anno assegna i più ambiti riconoscimenti della stampa Usa ha premiato articoli e fotografie che hanno richiesto tempo, risorse e una buona dose di indifferenza al potere di ricatto dei propri bersagli.

Nella categoria considerata più prestigiosa, quella del Public service, il Pulitzer 2018 è andato al New York Times e al New Yorker per le inchieste parallele con cui hanno sollevato il velo di ipocrisia che per anni ha tenuto al riparo dall’opinione pubblica il fenomeno delle molestie sessuali a Hollywood e a cascata – mano a mano che sempre più donne prendevano coraggio e denunciavano le violenze subite – anche nel mondo della politica, dei media e delle grandi imprese, sia quelle hip e disruptive della Silicon Valley che quelle irreggimentate e conservatrici di Detroit.

Lo scandalo seguito alle rivelazioni fatte dai due giornali non ha solo travolto, tra gli altri, uno degli uomini più potenti e temuti dello show business statunitense, Harvey Weinstein, portando al fallimento la casa di produzione cinematografica da lui fondata assieme al fratello Bob. Ha anche fatto nascere due movimenti – #MeToo e #TimesUp – che, incoraggiando le vittime di molestie sessuali a farsi avanti, hanno spostato – sicuramente solo in parte, ma probabilmente in maniera permanente – gli equilibri di potere tra uomini e donne sul posto di lavoro.

Se i rivoli di indagini, rivelazioni, dimissioni e campagne innescati dall’affaire Weinstein sembrano ormai aver perso buona parte della loro spinta propulsiva, le vicende portate alla luce dalle inchieste giornalistiche premiate con il riconoscimento per il National reporting potrebbero essere ancora lungi dall’aver dispiegato tutta la loro forza dirompente. Il premio è andato al New York Times e al Washington Post per le inchieste con cui i due storici quotidiani hanno «enormemente accresciuto la comprensione delle interferenze russe nella campagna elettorale di Donald Trump, nel suo transition team e infine nella sua amministrazione».

In una edizione che ha premiato innanzitutto giornalisti impegnati sul fronte domestico, il board del Pulitzer ha anche riconosciuto nella categoria Feature photography lo straordinario lavoro con cui l’agenzia Reuters – ruotando un team internazionale di una dozzina di fotografi e utilizzandone spesso tre contemporaneamente – ha documentato per mesi le spaventose violenze perpetrate in Myanmar ai danni della minoranza musulmana dei Rohingya nell’indifferenza del primo ministro de facto e premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi. L’agenzia britannica ha vinto anche nella categoria International reporting grazie al lavoro svolto nelle Filippine da uno staff di reporter che ha documentato la campagna di esecuzioni extragiudiziali al centro della Guerra alla droga del presidente Rodrigo Duterte.

Ma sono stati i temi delle molestie e della politica a segnare l’edizione 2018 del Pulitzer, come nel caso dell’assegnazione del premio per l’Investigative reporting al Washington Post. I giornalisti del quotidiano di proprietà del fondatore di Amazon Jeff Bezos hanno di fatto deciso l’esito dell’elezione del seggio senatoriale dell’Alabama quando hanno documentato il passato di molestie sessuali sui minori del superfavorito repubblicano Roy S. Moore, poi sconfitto dal suo avversario democratico.

«I giornalisti – ha dichiarato l’executive editor del Washington Post Martin Baron – devono avere sia anima che spina dorsale», aggiungendo che il lavoro svolto dai suoi reporter, oltre ad aver dimostrato l’importanza di entrambe nella ricerca della verità a dispetto delle intimidazioni, «è un caso di scuola sul perché c’è bisogno di una stampa libera e indipendente».

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