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La sfida delle imprese per capire il futuro

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LA FESTA DEL LAVORO

La sfida delle imprese per capire il futuro

Proprio perché celebra le lotte e le conquiste dei lavoratori, la festa del lavoro è necessariamente anche un’opportunità per riflettere.

Per riflettere, soprattutto, sul ruolo dell’impresa nella società e sulla maniera migliore in cui essa può garantire la dignità del lavoro. Con la fine dell’Unione Sovietica e il trionfo globale del capitalismo (ancorché con differenti declinazioni nazionali), è infatti all’interno delle imprese che si svolge la maggior parte dell’attività economica ed è quindi dalle loro strategie che dipendono gli investimenti che creano occupazione, ricchezza e benessere. Ma quale deve essere l’obiettivo ultimo dell’attività d’impresa? E come vanno indirizzate le scelte dell’impresa?

La tentazione di considerarle domande retoriche è forte, anche perché la discussione è spesso quasi caricaturale, tra chi sostiene che la risposta non possa che essere “fare profitti” e chi invece ama richiamare princìpi tanto idealistici e generali da suonare in pratica quasi velleitari. Ma sottovalutare l’importanza della questione è un lusso che non è possibile concedersi, alla luce dell’impatto che il comportamento delle imprese, e soprattutto delle più grandi, ha sulla società contemporanea.

Si fa un gran parlare di crisi del big business a seguito dell’emergere di nuove tecnologie che dovrebbero diminuire le economie di scala, ma è sotto gli occhi di tutti che l’influenza dei giganti della vecchia e della nuova economia continua a crescere in ogni ambito. In compenso la fiducia verso le imprese, sospettate di privilegiare finanza e breve periodo, scarseggia un po’ ovunque (ed è una ben magra consolazione constatare che quella verso altre istituzioni è anche minore). Le conseguenze si vedono anche sui mercati, dove i Millennials non si fidano più delle marche come facevano i Baby boomers.

A rischio di innervosire chi non ne può più di sentir parlare di Emmanuel Macron, va ricordato che uno dei tanti cantieri che ha aperto nel suo primo anno all’Eliseo riguarda proprio «l’impresa e l’interesse generale». Il governo ha chiesto a un’ex sindacalista (Nicole Notat) e un manager (Jean-Dominique Senard di Michelin) di redigere un rapporto e ora si appresta a presentare la legge Pacte (per Piano d’azione per la crescita e la trasformazione delle imprese). L’intenzione è come minimo duplice: rendere più democratica la corporate governance, incoraggiando in particolare la cogestione alla tedesca e l’azionariato dei dipendenti, e indurre il mondo produttivo transalpino a intraprendere azioni per recuperare competitività sui mercati mondiali e arginare l’erosione di quote di mercato. Se la raison d’être dell’impresa, il dna che dà un senso preciso allo sforzo di chi vi lavora, si estende oltre il remunerare il capitale, il necessario adattamento organizzativo rafforza la motivazione, la creatività, l’innovazione.

Tra le proposte concrete di Senard e Notat per integrare la dimensione socio-ambientale nel diritto commerciale figura l’istituto di “impresa a missione”, sul modello della public benefit corporation (o social purpose corporation) prevista in 34 stati americani. Per il momento solo due piccole imprese abbastanza particolari (Nutriset, che produce integratori contro la malnutrizione, e Camif, di origine cooperativa, che vende materassi) hanno fatto questo passo, ma la settimana scorsa un peso massimo del capitalismo francese ha annunciato un piano ambizioso. Danone, che ha già scelto la B Corp per la sua principale filiale americana (DanoneWave), ha adottato il piano Une personne, une voix, une action, destinato a coinvolgere i 100 mila dipendenti nelle strategie del gruppo agroalimentare per contribuire a realizzare gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile.

Grazie a una norma inserita nella Legge di Stabilità 2016, le Società Benefit già esistono, a tangibile dimostrazione che l’Italia sa essere all’avanguardia, quando vuole, e che la scorsa legislatura è stata anche quella delle riforme e non solo della presunta austerità a tutto spiano. Ovviamente una misura, per quanto importante, non offre tutte le risposte a tutte le domande. In un Paese come il nostro che ha bisogno urgente di un cambio di passo, norme e regole moderne possono indurre le imprese di fare propri i comportamenti virtuosi che servono per aumentare la produttività, combattere le diseguaglianze e rendere sostenibile la crescita. Ispirandosi magari dall’esempio francese, ma ancor più dalla proficua esperienza delle commissioni d’inchiesta che contribuirono a importanti riforme nella tanto biasimata Prima Repubblica, sarebbe utile avviare una riflessione collettiva su ruolo e finalità dell’impresa. Che eventualmente potrebbe coprire anche il tema delle fondazioni industriali (cfr. Il Sole 24 Ore del 24 luglio 2017), strumento giuridico diverso ma complementare.

Esiste certo il rischio di appesantire ulteriormente il quadro normativo per l’attività d’impresa (e del resto in Francia il Medef è contrario a ogni modifica del codice civile). Ma una riflessione di ampio respiro appare opportuna in Italia per non procedere a tentoni, con aggiustamenti alle regole del business, anche sul piano della fiscalità e del diritto del lavoro, dettati dalla ricerca del consenso, estemporanei e incoerenti. Va infatti ricordato che il diritto deve sempre essere organico e coerente rispetto ai valori espressi dalla società in ciascun momento storico. Come scriveva Tullio Ascarelli nel 1955, «il giurista prenderà così dalla storia il suo punto di partenza e tornerà a guardare alla storia nel suo punto di arrivo». Suggerimento che vale anche per gli economisti.

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