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Uno sguardo al crocevia tra le imprese e i mercati

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«il libro del business»

Uno sguardo al crocevia tra le imprese e i mercati

Per molti di noi le giornate incominciano ascoltando le informazioni del mattino che da parecchio tempo comprendono, insieme con le principali notizie di politica e di cronaca, le informazioni generali relative ai mercati internazionali, che hanno continuato a operare alle varie latitudini nel corso della notte. Per coloro che svolgono un’attività inerente alle funzioni dell’economia, la lettura e il tentativo di analisi dei dati che riguardano i mercati costituiscono il momento d’avvio della propria quotidianità lavorativa. In altri termini, gli orientamenti e le decisioni che dovranno prendere nel corso della giornata dovranno tener conto (almeno nel senso che non potranno ignorarli) degli andamenti dei cambi tra le monete, dei listini azionari, del valore delle materie prime (a cominciare dal prezzo del petrolio). Insomma, sarà da lì che inizierà il loro lavoro, dallo sforzo di compiere le proprie scelte in modo che esse siano coerenti con un quadro generale determinato dall’azione delle grandi forze delle economie. In fondo, quello che per brevità si definisce il “business” è proprio questo mix continuo tra la cornice dell’economia e le miriadi di comportamenti e di scelte singolari che si operano e che risulteranno tanto più efficaci quanto più avranno saputo anticipare le linee di tendenza.

Dal punto di vista della storia, questa è una situazione relativamente recente, anche se non così recente come talvolta si pensa. Questa maniera di concepire il business prese forma negli ultimi decenni dell’Ottocento, grosso modo tra il 1870 e il 1914, quando lo scoppio della prima guerra mondiale ribaltò gli scenari. Fu quella l’epoca in cui la globalizzazione fece la sua comparsa, complicando la cornice di riferimento dell’economia. Fu in quel periodo che si creò un’interazione fra ciò che le nazioni producevano e sempre più scambiavano, la configurazione di un sistema finanziario internazionale, i grandi movimenti migratori della popolazione. L’economia divenne il luogo, dai confini mobili, in cui entravano in gioco i comportamenti di tanti soggetti, fossero gli stati con le politiche che adottavano, o gli operatori e, sempre più spesso, in un ruolo di frontiera, le imprese. Non a caso, la discussione sulle imprese e sulle loro forme organizzative nacque allora, perché prima nessuno s’era davvero interrogato sul loro funzionamento, sulle ragioni per cui alcune di esse avevano successo e si espandevano mentre altre decadevano. Le domande sull’imprenditore, sulla sua natura e sul suo rapporto con lo sviluppo economico presero consistenza in quel contesto. Per reggere ai problemi sempre nuovi posti dall’ampliamento dei mercati parve necessario potenziare l’organizzazione delle imprese, articolando meglio le loro funzioni e facendo crescere la loro scala. Per confrontarsi con condizioni di mercato così vaste e notevoli parve si volle scommettere, da un lato, sul ruolo di leader dell’imprenditore e, dall’altro, sulla creazione di strutture capaci di dare seguito alle sue direttive, rendendo efficace la loro implementazione.

L’America di fine Ottocento e del primo Novecento fu il laboratorio dove si sperimentarono molte delle idee nuove sul business, destinate a tradursi in princìpi di lunga e solida applicazione. Così un ingegnere, Frederick W. Taylor, inventò la cosiddetta “organizzazione scientifica del lavoro”, cioè il taylorismo che separava la progettazione del lavoro dalla sua esecuzione. Henry Ford sviluppò la “produzione di massa”, quella che permise a milioni di persone di avere un’automobile. Un grande manager, Alfred P. Sloan, raccolse la sfida di Ford e impostò, all’interno della General Motors, una complessa organizzazione aziendale che permise di dare ai consumatori l’auto che volevano a seconda della loro capacità di spesa. Da allora, il confronto sull’impresa non si è più fermato, in un divenire incessante, per far sì che i comportamenti economici fossero sempre meglio correlati alle linee di tendenza e all’evoluzione degli scenari internazionali. Ogni fase ha prodotto sia i propri modelli di business che le proprie ricette per l’impresa e per le componenti. Sappiamo in anticipo che non ci saranno mai approdi definitivi perché l’impresa è il teatro di un mutamento ininterrotto. Oggi, per esempio, domina la discussione sulle piattaforme digitali, ma domani chissà? L’unica cosa che conosciamo è la necessità di mantenere fermo il punto di osservazione sul business, sapendo che non vi sarà mai un livello d’equilibrio definitivo.

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