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Perché il Premio Nobel per la Letteratura non ha senso

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tra sexgate e cultura

Perché il Premio Nobel per la Letteratura non ha senso

A tutti piace avere un premio, uno scandalo e un’occasione per indignarsi quando i buoni cadono in disgrazia. Nelle ultime settimane l’Accademia di Svezia, che attribuisce il Premio Nobel per la Letteratura, ci ha regalato momenti di puro intrattenimento.
Invece di chiederci se finalmente quest’anno toccherà a Philip Roth, abbiamo provato il brivido di domandarci se il premio verrà poi assegnato oppure no. Venerdì abbiamo ottenuto una risposta: l’accademia rinvia l’assegnazione del premio per il 2018 all’anno prossimo.

Ma il comico è che ci sono volute accuse di molestie sessuali – dirette non a un membro dell’accademia, ma al marito di uno dei membri – per mettere in discussione il premio. Non occorre una lunga riflessione per capire che questo riconoscimento internazionale per la letteratura non ha mai avuto, né mai potrebbe avere, la seppur minima credibilità. È assurdo.

Scendere nei dettagli dello scandalo servirebbe solo a confondere le acque, ma ecco un riassunto a grandi linee: Katarina Frostenson viene nominata membro dell’Accademia di Svezia nel 1992. Insieme a suo marito, il fotografo francese Jean-Claude Arnault, la poetessa dirige il centro culturale Forum, sovvenzionato dall’Accademia di Svezia. Nell’ambito del movimento “Me Too” diciotto donne hanno dichiarato pubblicamente di aver subito aggressioni sessuali da parte di Arnault, in alcuni casi nella stessa sede di Forum.
Diciotto è un numero ricorrente in questa storia. Sono diciotto anche i membri dell’Accademia di Svezia, fondata nel 1786 per promuovere «la purezza, il vigore e la maestà della lingua svedese»; solo nel 1900, secondo le volontà di Alfred Nobel, l’accademia fu chiamata a scegliere la più importante produzione di «orientamento idealista» del mondo, costringendo così i puristi svedesi a dedicare gran parte del proprio tempo alla lettura di testi in lingue straniere.
In virtù di un’antica concezione dell’impegno e dell’identità umana, lo statuto dell’accademia non contempla la possibilità che i suoi membri rassegnino le dimissioni; come l’investitura cavalleresca o l’ordine sacerdotale, la loro è una consacrazione a vita, che conferisce, per così dire, il potere di promuovere la purezza dello svedese e di elargire ogni anno circa un milione di dollari a un grande scrittore la cui opera si possa considerare “idealista”.

Tale è la smania del mondo di fissare un pilastro nelle sabbie mobili del gusto estetico, tale il nostro desiderio di incoronare e “canonizzare” i nostri miti letterari, tale l’ambizione degli stessi scrittori di credere di essere entrati nell’olimpo dei “grandi”, che il Nobel è diventato la cerimonia culminante della nostra liturgia letteraria annuale, fonte di infinite congetture e accese controversie. Se il vincitore viene annunciato a ottobre, nei mesi precedenti è tutto un fioccare di scommesse. Molestie a parte, Arnault è accusato di aver spifferato i nomi di sette dei vincitori, permettendo così a persone di sua conoscenza di trarre profitto da queste informazioni. La signora Frostenson, che certo non può essere tacciata di connivenza nei palpeggiamenti del marito, è però sospettata di complicità nella fuga di notizie.

Negli ultimi tempi l’Accademia di Svezia ha cercato di svecchiare la sua immagine. I maschi defunti stati sostituiti da femmine (che ora sono sette su diciotto) e nel 2015 alla presidenza dell’accademia è salita per la prima volta una donna, Sara Danius. Proprio la Danius il mese scorso si è attivata per chiarire i rapporti dell’istituto con Forum e far espellere la Frostenson. Ma i membri erano in disaccordo e la mozione non è passata.
Sembra che la polemica abbia acceso le tensioni tra vecchia guardia e nuove leve. Danius si è dimessa dalla carica di presidente, ritirandosi dalle attività dell’accademia come la Frostenson e vari altri. Ma dal momento che i membri non possono ufficialmente dimettersi né quindi essere sostituiti, l’accademia rischia di non raggiungere un quorum per portare a termine il suo compito. Così la Fondazione Nobel, che sovrintende ai premi, era lì a torcersi le mani assieme al re Carlo XVI Gustavo, patrono dell’accademia, e ai letterati di tutto il mondo, testimoni del crollo di uno dei loro trastulli preferiti.

Ma può un comportamento scorretto o un battibecco rendere una persona meno idonea a giudicare la qualità di un’opera letteraria? Non occorre essere un santo per riconoscere un buon libro. E perché il fatto che i membri dell’accademia siano giovani o vecchi, donne o uomini, dovrebbe renderla più (o meno) credibile quando si tratta di decidere della grandezza di uno scrittore? Ho conosciuto Per Wästberg, responsabile del gruppo di quattro accademici che opera una prima scrematura degli autori. È un uomo affascinante, solerte e serissimo, insomma ha tutte le carte in regola per svolgere questo compito. È il compito stesso a non avere senso.

La letteratura non è il tennis o il calcio, in cui si può competere su scala internazionale. È intimamente legata alla lingua e alla cultura da cui emerge. A rendere riconoscibile lo stile di un autore è la distanza dagli stili che lo circondano, il che implica una comunità di lettori con una conoscenza condivisa di altre opere letterarie, degli usi standard della lingua e di un preciso contesto culturale. Che senso ha che un gruppo radicato in una cultura – che sia svedese, americana, nigeriana o giapponese – cerchi di paragonare un poeta boliviano a un romanziere coreano, un cantautore americano a un drammaturgo russo, e così via? E perché un’impresa tanto folle dovrebbe interessarci?

Mentre gli svedesi arrossiscono per l’imbarazzo, i veri zimbelli di questa farsa sono i critici che insistono a prendere sul serio il Nobel. Tanto vale discutere della scelta dei cardinali a ogni annuncio di un nuovo santo. È il momento di farsi seri, concentrarsi sui libri stessi e darci un taglio con il clamore mediatico di vincitori e vinti.

Tradotto da Eleonora Gallitelli

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