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Concorrenti low cost e super tecnologie sfidano l’avvocato

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INTERVISTA ALL’ESperto susskind

Concorrenti low cost e super tecnologie sfidano l’avvocato

Richard Susskind in uno dei numerosi interventi sul futuro delle professioni giuridiche (©XDAYS)
Richard Susskind in uno dei numerosi interventi sul futuro delle professioni giuridiche (©XDAYS)

«Indovini un po’ qual è il mestiere più resistente ai cambiamenti? Quello di sacerdote, ma gli avvocati vengono subito dopo». Parola di Richard Susskind, uno dei più noti teorici del futuro dei servizi legali, che manda in pensione Perry Mason e tutti i suoi illustri discendenti, da Joe Miller-Denzel Washington di Philadelphia ad Harvey Specter di Suits. Il nuovo che avanza in un futuro non tanto lontano passa per una figura di avvocato a metà strada tra un principe del foro (sempre più virtuale) e un ingegnere informatico e gestionale, con competenze tutte da costruire.

Susskind, che sarà uno dei keynote speaker al convegno «Diritto al futuro» organizzato il 18 maggio a Milano da Asla, l’Associazione degli studi legali associati, spiega al Sole 24 Ore come si sono trasformate le professioni giuridiche negli ultimi anni e quale rivoluzione le attende.

Se volgiamo lo sguardo indietro quali sono state le fasi più significative per le professioni legali?
Ho iniziato a occuparmi di professioni giuridiche alla fine degli anni ’80. Nei successivi vent’anni il mondo delle professioni legali è stato caratterizzato da una crescita costante. In quel periodo internet stava prendendo piede, ma il lavoro degli avvocati non era ancora stato attraversato da cambiamenti significativi. A fare da spartiacque è stato il credit crunch: i suoi effetti non hanno risparmiato nemmeno questa categoria che è stata costretta a rivedere priorità e prospettive. Dalla produttività alle stelle, accompagnata da una crescita costante dei ricavi, si è passati all’esigenza di contenere i costi. I team legali sono stati costretti a ridimensionare il numero dei componenti e la mole di lavoro è aumentata. Negli ultimi cinque anni, poi, l’avvocato tradizionale si è trovato ad affrontare una doppia sfida: da un lato, l’emergere di reti di servizi professionali e start up di servizi legali in grado di offrire una consulenza low cost e, dall’altro, l’affermazione della tecnologia e dell’intelligenza artificiale. La tempistica è stata importante. Fino a un anno fa molti dicevano che il mondo legale non sarebbe cambiato, ma hanno dovuto presto ricredersi.

Uno dei suoi ultimi libri affronta proprio queste tematiche e si intitola «La fine degli avvocati?». Qual è la risposta che dà a questa domanda? La professione forense è una specie in via di estinzione?
Non sto dicendo che il mestiere di avvocato scomparirà. Certo è che non sarà più come prima e inevitabilmente sarà costretto a cambiare pelle. La tecnologia è destinata a diventare sempre più centrale nella vita degli studi legali e l’avvocato del futuro subirà una contaminazione con altre figure professionali: dal principe del foro o al consulente per le imprese si passerà a una nuova figura di ingegnere legale o di scienziato-avvocato in grado di utilizzare l’intelligenza artificiale. Se essere un avvocato significa aiutare un cliente a risolvere problemi di vario tipo, l’essenza della professione non cambierà. Cambierà però il modo in cui verrà svolta perché il nuovo legale sarà in grado di far lavorare e sviluppare dei sistemi, delle macchine. Non bisogna temere queste trasformazioni: l’avvocato tradizionale non esisterà più ma nasceranno nuove figure professionali con nuove competenze.

Quando prevede che ciò possa avvenire?
Difficile dirlo con precisione. Di sicuro non tra due o tre anni, ma sicuramente tra 10-20 anni.

Il mondo dell’istruzione è attrezzato per affrontare questa sfida?
In effetti non lo è e questo è uno dei nodi fondamentali da sciogliere. Le scuole di specializzazione per le professioni legali non sono cambiate negli ultimi 30 anni e non stanno facendo molto su questo fronte. Nel Regno Unito c’è un dibatto in corso proprio su questo tema, anche perché il divario con gli Usa è significativo. Dall’altra parte dell’Oceano ci sono invece una ventina di law school dove la tecnologia è entrata a fare parte dei programmi e dove si sviluppano competenze come quelle del project management. In Europa, invece, abbiamo ancora molta strada da fare.

Molti dei suoi interventi recenti riguardano i vantaggi dei tribunali online. In Italia dal 2014 esiste il processo civile telematico, con la graduale trasmigrazione online di una serie di attività processuali tipicamente cartacee. In un Paese come il nostro, dove la lentezza della giustizia civile è ormai cronica, l’introduzione di tribunali online potrebbe essere una soluzione in futuro?
Ultimamente la mia attenzione è soprattutto rivolta a questo tema. Sto cercando di far comprendere le enormi potenzialità di questa svolta a portata di mano, anche in termini di costi. Senz’altro i tribunali online potrebbero smaltire più velocemente le cause civili. Tutto ruota intorno al concetto di foro, che non è un luogo ma un servizio e in quanto tale può essere svolto con l’ausilio della rete. Certo, ci vorrà tempo perché occorrerà semplificare le regole e mettere in campo tutti gli adeguamenti tecnologici necessari.

Per quale tipo di processi potrebbe essere indicato il tribunale online?
Penso alle cause civili e, in particolare, ai contenziosi a basso valore economico. Non sarebbe invece indicato per le cause complesse dove la presenza di testimoni in aula è fondamentale. Il processo online sarebbe invece più difficile da celebrare per le cause penali. Qui però già da alcuni anni esiste la possibilità di testimoniare a distanza grazie alla tecnologia.

I tribunali online sono già una realtà in alcuni Paesi?
Il Canada ha iniziato a sperimentarli circa un anno fa e i riscontri sono stati finora positivi.

Le professioni giuridiche hanno anche ispirato il mondo del cinema, con veri e propri personaggi cult che ormai, secondo le sue teorie, saranno destinati alla pensione. C’è un film che potrebbe ispirare la figura del legale del futuro che potremmo chiamare «avvocato 5.0»?
Con le dovute differenze direi «Minority Report», tratto dal racconto di Philip K. Dick, perché già quindici anni fa immaginava un futuro tecnologico per la professione.

Oltre al mestiere di avvocato, lei segue da vicino anche l’evoluzione delle professioni in generale. Al tema ha anche dedicato uno dei suoi libri in cui delinea alcuni scenari in un tempo non troppo lontano.
Insieme a mio figlio Daniel, che è economista, ne ho esaminate otto: avvocati, ma anche medici, architetti, consulenti fiscali, esperti contabili, educatori, giornalisti e mondo del clero. Sono proprio gli appartenenti a quest’ultimo settore i più restii ai cambiamenti, ma subito dopo vengono gli avvocati. I più reattivi sono invece gli esperti contabili e gli architetti, ma per loro la transizione verso il nuovo è per certi versi più facile perché da tempo devono avere dimestichezza con le tecnologie.

A quale libro sta lavorando adesso?
Uscirà l’anno prossimo, si intitola «The case for online courts» e affronta il tema dei tribunali online, che, come le dicevo, è in questo momento la mia principale preoccupazione.

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