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Italia, il rischio di restare vaso di coccio in Europa

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stallo politico

Italia, il rischio di restare vaso di coccio in Europa

(AgfCreative)
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Perché la crisi italiana è preoccupante? Perché aggiunge l’incertezza interna ad un’incertezza esterna. Se le due incertezze si combinano, le conseguenze saranno difficili da gestire. Per capirlo, occorre guardare la crisi italiana dal di fuori. Nell’Europa dell’interdipendenza, le divisioni interne (tra classi, ceti, regioni e partiti) sono una variabile dipendente delle fratture esterne (tra i Paesi e i loro modelli di organizzazione economica ed istituzionale). Interdipendenza significa esattamente questo. La soluzione per i problemi interni dipende dagli esiti dei rapporti di forza esterni. Che è come dire che il mondo non coincide con il nostro ombelico. Prima prendiamo atto di ciò, meglio sarà per noi.

Cominciamo dal contesto esterno. L’Unione europea (Ue), con il suo mercato interno e la sua cultura dell’integrazione, costituisce la sorgente della nostra esistenza come Paese moderno. Ciò non significa che essa debba essere accettata così come è. Le scelte europee sono il risultato di un’interazione costante tra interessi nazionali ed istituzioni sovranazionali. Un Paese maturo non si lamenta per la forza degli altri, ma lavora per superare le proprie debolezze. Perché più in Europa cresce l’incertezza, più le interazioni tra i Paesi diventano competitive se non conflittuali. Che l’incertezza avanzerà non vi sono dubbi.

Per il 2019 è prevista una riduzione del tasso di crescita dell’Eurozona, si faranno sentire le conseguenze negative del protezionismo selettivo del presidente Trump, la politica monetaria di quantitative easing perseguita dalla Banca centrale europea è destinata ad una sostanziale revisione con la nuova presidenza di quella istituzione. Tale incertezza non potrà favorire processi deliberativi consensuali all’interno dell’Ue. Tant’è che (già oggi) si sono formate coalizioni di stati per difendere gli interessi specifici dei loro membri, a prescindere dalle conseguenze sistemiche di tale azione. I Paesi del nord difendono l’attuale modello di governance economica, anche se ciò penalizza le economie dei Paesi del sud.

I Paesi dell'est rifiutano l’approccio multilaterale alla politica migratoria, anche se ciò penalizza i Paesi del sud e dell'ovest. È vero che l’asse franco-tedesco mantiene una prospettiva europea, ma è anche vero che i due Paesi, quando sono in gioco cruciali interessi nazionali, non hanno timori a difenderli. La Germania continua ad opporsi alla nascita di un’assicurazione comune dei depositi bancari e la Francia non ha dubbi a perseguire una politica estera che massimizza i propri vantaggi economici. Certamente, il Parlamento europeo e la Commissione sono impegnati a promuovere la prospettiva comunitaria (ad esempio, nella negoziazione che si è appena aperta sul bilancio pluriannuale oppure in quella in corso sull’uscita del Regno Unito), ma è indubbio che le crisi multiple dell’ultimo decennio abbiano condotto all’affermazione di una logica intergovernativa che ha ridimensionato quelle istituzioni.

Se così è, le implicazioni per l’Italia sono evidenti. Senza un governo efficiente e legittimo, l’Italia ritorna ad essere il vaso di coccio tra i vasi di ferro dell’interdipendenza europea. Eppure, nel nostro Paese, non mancano settori della classe dirigente (oltre che corporazioni di vario tipo) che ritengono che non sia così grave stare senza un governo. Anzi, pensano che i governi deboli siano utili a preservare i loro interessi forti. Tuttavia, nessuna democrazia liberale può prosperare senza un governo forte (cioè efficiente e legittimo). Certamente, come argomentò Herman Finer già nel 1932, un governo è tanto più forte (sul piano delle capacità strategiche, decisionali e implementative) quanto più delimitate sono le sue competenze e i suoi poteri. E comunque solamente i governi forti sono legittimi, perché possono rendere conto di ciò che hanno o non hanno fatto. Se nessuna democrazia può funzionare senza un governo efficiente e legittimo, tanto meno può farlo una democrazia inserita in un sistema di interdipendenze come quello europeo. Dove, appunto, l’incertezza economica e i suoi costi sono destinati ad accrescere la competizione tra gli stati (e i rispettivi governi) che fanno parte di quel sistema.

Non ci voleva un dottorato in Scienza politica per prevedere che le elezioni del 4 marzo avrebbero prodotto una non-maggioranza di governo. Né ci vuole una specializzazione nell’analisi del comportamento elettorale per ipotizzare che nuove elezioni non produrranno un esito molto diverso da quello delle vecchie elezioni (per non parlare dei costi sociali, economici e politici che implicherebbero). La sovranità popolare non si esercita in astratto, ma attraverso precise regole elettorali ed istituzionali. Solamente qualche nostalgico delle democrazie oligarchiche ottocentesche (e ce ne sono tanti in Italia) poteva sostenere (come ha sostenuto nella sua battaglia contro la riforma costituzionale) che i governi nascono dalla libera discussione in parlamento tra i membri di quest’ultimo. Ma quando mai? Infatti, di libera discussione, nel nuovo Parlamento, non c’è neppure l’ombra. Mentre c’è uno stallo che occorre sbloccare, per poter (almeno) sopravvivere nell’interdipendenza. Naturalmente, si può sempre sperare sulla disponibilità di qualche partito a dare vita ad un governo sostenuto in Parlamento da chi non vuole ritornare a casa. Dopo tutto, pur di andare o stare al governo, molto può essere fatto. Persino cambiare i propri programmi elettorali dopo le elezioni. Tuttavia, in questo caso avremo sì un governo, ma è assai dubbio che esso potrà poi governare. Un non-governo che (per di più) soffierebbe vento sulle vele di chi ne starà fuori. Se così è, per uscire dallo stallo è necessario seguire un’altra strada. Riconoscendo che siamo in un’emergenza istituzionale che penalizza il sistema senza avvantaggiare nessuna delle sue componenti.

Per di più, nessuna di queste ultime conosce la soluzione che potrebbe eventualmente favorirla. John Rawls, in uno studio del 1971, argomentò che proprio questa è la condizione necessaria per fare le riforme, poiché i principali attori sono coperti da un velo di ignoranza sulle conseguenze (per sé stessi) di quelle riforme. In questo caso, si dovrebbe allora dare vita ad un governo di cui tutti siano responsabili (cosicché nessuno possa giocare allo scarica-barile sugli altri), sostenuto da un Parlamento impegnato a riformare le basilari regole elettorali e istituzionali per portarci al voto (e ad un governo efficiente e legittimo). Insomma, per evitare che l’incertezza esterna si combini con quella interna, con i relativi effetti difficili da gestire, occorre guardarci dal di fuori, introducendo le riforme necessarie per attrezzare il Paese all’interdipendenza europea.

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