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Dossier Il decennio perduto delle economie avanzate

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Dossier | N. 51 articoliMappamondo

Il decennio perduto delle economie avanzate

A distanza di dieci anni dalla crisi finanziaria del 2007-2008, vale la pena fare il punto sulla situazione attuale delle economie sviluppate, e domandarsi dove si troverebbero adesso se non ci fosse stata la crisi e, forse ancora più importante, dove sarebbero se prima e dopo il crollo avessero prevalso scelte politiche diverse.

Alle prime due domande si può rispondere con un semplice grafico che mostra la crescita del Pil reale pro capite (al netto dell’inflazione) nei Paesi Ocse tra il 2000 e il 2018. Nel complesso, l’Ocse ha impiegato cinque anni per tornare ai livelli di prima del tracollo (l’eurozona ce ne ha messi due in più), e il suo tasso medio di crescita annua (1,5%) si è fermato a tre quarti del livello pre-crisi (2%).

La linea rossa tratteggiata mostra dove l’Ocse si troverebbe oggi se non fosse stato per la crisi, mentre la linea verde mostra dove sarà se il tasso di crescita resta al livello più basso registrato dopo il tracollo. Entro il 2019, ogni cittadino del blocco Ocse avrà subito una perdita cumulativa media pari a 32.000 dollari.  

Alla domanda su dove ci troveremmo adesso se si fossero perseguite politiche diverse è, ovviamente, molto più difficile rispondere. Innanzitutto, la crisi era evitabile? A posteriori, vi sono validi motivi per pensare di sì. Ora sappiamo che la liberalizzazione dei mercati finanziari, influenzata dalla “teoria dei mercati efficienti”, ha reso le banche intrinsecamente più vulnerabili al contagio. E per quanto riguarda gli effetti delle politiche attuate dopo il tracollo? I pareri e le analisi condotte negli ultimi anni dai commentatori di Project Syndicate, molti dei quali  animano il dibattito economico dai tempi della crisi, aiutano a rispondere a questa domanda.     

Opportunità mancate

Dal canto suo, il premio Nobel per l’economia Joseph E. Stiglitz inquadra l’intero dibattito a partire dal ruolo che la politica può svolgere nel determinare non solo la gravità di una crisi, ma anche la sua durata. «Il successo non andrebbe misurato dal fatto che, alla fine, c’è una ripresa», scrive, «ma dalla velocità con cui essa prende piede e dall’entità del danno causato dalla contrazione».

Guardando al passato, è evidente che gli interventi politici realizzati subito dopo il crollo del 2008 hanno fatto la differenza, almeno nel breve termine. Come mostra il grafico qui sotto, la crisi del 2008 è stata importante come quella del 1929, ma è durata molto meno. A differenza del segretario al Tesoro americano Andrew Mellon nel 1929, nessuno nel 2008 voleva veramente «liquidare il lavoro, liquidare le azioni, liquidare gli agricoltori, liquidare il settore immobiliare», al fine di «eliminare il marcio dal sistema». In altri termini, nessuno voleva creare le condizioni per l’avvento di un altro Hitler .

Un confronto della produzione industriale mondiale dopo le crisi del 1929 e del 2008.

Al contrario, la crisi del 2008 è stata affrontata non stringendo la cinghia, ma con politiche di bilancio espansive coordinate a livello globale, soprattutto da parte della Cina. Come osserva J. Bradford DeLong, docente presso l’università della California di Berkeley, «il periodo successivo alla crisi finanziaria del 2007-2008 è stato doloroso, questo è certo, ma in termini di calo della produzione e dell’occupazione non è stato una replica della Grande Depressione». Nel giro di quattro trimestri, sono ricomparsi i primi “germogli” della ripresa, cosa che non era accaduta per ben tredici trimestri dopo il crollo del 1929. 

Eppure nel 2010, ancor prima che i germogli potessero sbocciare, i governi dei Paesi Ocse hanno ritirato le politiche di stimolo per introdurre politiche di austerità, o di “consolidamento fiscale”, studiate per eliminare i deficit e riportare il rapporto debito-Pil su un “percorso di discesa”. Oggi è opinione corrente che queste misure abbiano rallentato la ripresa e, probabilmente, anche ridotto la capacità produttiva delle economie avanzate. In Europa, osservò Stiglitz nel 2014, il periodo di austerità era «stato una vera e propria catastrofe». E negli Stati Uniti, nota DeLong, «la performance relativa dopo la Grande Recessione [è stata] a dir poco pessima».        

 Sebbene gli effetti di depressione dell’austerità siano stati parzialmente compensati da politiche monetarie di tipo espansivo come il quantitative easing (QE), lo sfasamento ha lasciato in eredità una certa fragilità finanziaria. Mentre il Pil pro capite ha registrato una ripresa nella maggior parte dei paesi Ocse, il reddito mediano è rimasto indietro, il che significa che si è verificato un danno collaterale importante che non è ancora stato riparato. 

Della fiducia e dell’autocompiacimento
Dopo che il rischio immediato di una depressione era stato scongiurato, c’è stato un intenso dibattito tra gli economisti sui vantaggi associati al ritiro degli stimoli in una fase così precoce della ripresa. Le loro argomentazioni, che possono essere suddivise in quattro posizioni ben distinte, aprono una finestra sul ruolo svolto dalla teoria macroeconomica nella crisi.    

Gli appartenenti alla prima fazione sostenevano che l’austerità fiscale – vale a dire, una riduzione del deficit – avrebbe accelerato la ripresa nel breve periodo. I fautori della seconda posizione ribattevano che l’austerità avrebbe implicato dei costi nel breve termine, ma i benefici nel lungo periodo ne sarebbero valsi la pena. Un terzo gruppo, comprendente molti keynesiani, si dichiarava apertamente contrario all’austerità. La quarta fazione, invece, sosteneva che, a prescindere dall’essere giusta o meno, l’austerità era inevitabile, data la situazione in cui si erano cacciati molti paesi.       

La prima e più incauta argomentazione a favore dell’austerità fiscale arriva da Alberto Alesina, economista di Harvard, molto popolare nel primo periodo della crisi. Nell’aprile 2010, Alesina pubblicò un articolo in cui assicurava ai ministri delle Finanze europei che, «molte riduzioni anche drastiche dei deficit di bilancio sono state accompagnate e immediatamente seguite da una crescita sostenuta anziché da recessioni, anche nel brevissimo periodo» Alesina basava tale conclusione su studi storici delle contrazioni fiscali, e affermava che un programma credibile di riduzione del deficit avrebbe rinforzato la fiducia tanto da compensare gli effetti negativi della contrazione fiscale stessa.     

 Vari commentatori di Project Syndicate hanno criticato Alesina per queste sue affermazioni. L’economista premio Nobel Robert J. Shiller ha replicato che, contrariamente alle rassicurazioni di Alesina, «non esiste alcuna teoria astratta in grado di prevedere come reagiranno le persone a un programma di austerità». E nel 2012, Shiller predisse correttamente che «i programmi di austerità in Europa e in altre parti del mondo sono destinati a produrre risultati deludenti». 

 Similmente, Jeffrey Frankel, economista di Harvard, osservò nel maggio 2013 che Roberto Perotti, coautore con Alesina di due articoli importanti, aveva ritrattato le sue dichiarazioni, avendovi rinvenuto alcuni errori di natura metodologica. A seguito di altre critiche al suo metodo da parte del Fondo monetario internazionale e dell’Ocse, lo stesso Alesina è divenuto molto più cauto per quanto riguarda la promessa dell’austerità. Naturalmente, per allora, aveva già dato il suo piccolo contributo alla somma della sofferenza umana.     

 

Debiti dubbi

Dalle macerie di Alesina è emersa un’altra argomentazione a favore dell’austerità, basata sulla dottrina dei «sacrifici a breve termine per avere dei benefici nel lungo periodo». Come spiegò nell’agosto 2013 Daniel Gros, direttore del Center for European Policy Studies, «l’austerità implica sempre ingenti costi sociali», tuttavia «quasi tutti i modelli economici indicano che un taglio della spesa oggi porta a un aumento del Pil nel lungo periodo, poiché consente di diminuire le tasse (e, quindi, riduce le distorsioni economiche)».   

La versione più autorevole della tesi dei «sacrifici a breve termine per avere dei benefici nel lungo periodo» arriva da Kenneth Rogoff e Carmen M. Reinhart, economisti dell’università di Harvard. Nel loro libro del 2009 intitolato This Time is Different: Eight Centuries of Financial Folly, Rogoff e Reinhart attribuiscono la “vasta gamma di crisi [finanziarie]” nell’arco della storia moderna a un “eccesso di debito” E in un articolo scritto nel giugno 2012 per Project Syndicate, Rogoff sostiene che livelli di debito pubblico superiori al 90% del Pil impongono costi “sbalorditivi” alla crescita. Il sottinteso era chiaro: solo riducendo la crescita del debito pubblico nell’immediato le economie avanzate sarebbero riuscite a evitare un lungo periodo di malessere.   

 Questa, si è visto in seguito, era un’altra ricetta per la ripresa di dubbia efficacia. Avendo individuato una correlazione storica tra debito elevato e crescita lenta, Rogoff e Reinhart hanno desunto che il primo causasse la seconda. Invece, è altrettanto probabile che una crescita lenta possa aver causato un aumento del debito. La sua teoria aveva portato lo stesso Rogoff a interpretare i dati in modo peculiare. Oppure, come Oscar Wilde scrisse di Wordsworth, «egli ha trovato nelle pietre i sermoni che già vi aveva nascosti».

 I sermoni pronunciati da Alesina, Rogoff e Reinhart sostenevano che lo Stato è per natura meno efficiente e più corrotto del settore privato. Pertanto, essi credevano che l’aumento della spesa pubblica fosse destinato a impedire la crescita dei redditi e della ricchezza. A tale proposito, non sorprende che l’ex cancelliere britannico George Osborne, fervido sostenitore della riduzione del peso dello Stato sull’economia, abbia riconosciuto a Reinhart e Rogoff il merito di aver influenzato il proprio pensiero.

 

Usa o perdi

 Mentre la scuola di Rogoff-Reinhart invocava una rapida riduzione del rapporto tra debito e Pil per stimolare la crescita, i keynesiani facevano notare che era l’austerità stessa a limitare la crescita, riducendo la domanda. La posizione keynesiana era chiara: poiché la crisi era stata causata da un aumento del risparmio del settore privato, la ripresa avrebbe dovuto essere guidata da un risparmio negativo dello Stato – disavanzo statale – per controbilanciare l’impatto negativo sulla domanda aggregata.    

Come osservò nel 2013 l’economista Mark Blyth, docente alla Brown University, il tentativo dei governi europei all’epoca di incrementare il proprio risparmio stava avendo un effetto disastroso. «Il Pil è crollato - faceva notare - e la disoccupazione nell’eurozona è salita alle stelle raggiungendo un tasso medio del 12% circa, con oltre il 50% di disoccupazione giovanile nei paesi periferici».

 Nel luglio 2012, DeLong riconosceva che l’alternativa all’austerità – una politica di bilancio espansiva – avrebbe effettivamente aumentato l’attuale rapporto debito-Pil nel breve periodo. Tuttavia, stimolando gli investimenti, essa avrebbe prodotto un’accelerazione della crescita economica e, pertanto, ridotto il rapporto del debito nel medio termine – l’esatto contrario della formulazione di Rogoff. In discussione vi era l’effetto dei cambiamenti del numeratore (debito) sul denominatore (reddito nazionale). La domanda era, dunque, se l’austerità, nelle circostanze attuali, avrebbe inibito o stimolato la crescita del reddito nazionale.        

 La principale argomentazione di DeLong era che il consolidamento fiscale trasforma la disoccupazione ciclica in disoccupazione strutturale, e quindi riduce la futura capacità produttiva dell’economia. Quando vivono una prolungata disoccupazione, spiega DeLong, i lavoratori possono finire in un circolo vizioso in cui, col passare del tempo, diventano sempre meno impiegabili. Il problema, fa notare Nouriel Roubini, economista e docente alla New York University, è che «se i lavoratori restano disoccupati troppo a lungo, si perdono competenze e capitale umano». E tale erosione della base di competenze può generare una “isteresi”, con il risultato che «una flessione ciclica o una ripresa debole protratte nel tempo (come quelle a cui si assiste dal 2008) possono ridurre il potenziale di crescita».     

 L’isteresi, che aiuta a spiegare il calo del tasso di crescita illustrato nella Figura 1, può anche dipendere da un passaggio su vasta scala a un’occupazione di livello inferiore. La flessibilità dei mercati del lavoro statunitense e britannico ha consentito a entrambe le economie di tornare ai livelli di disoccupazione pre-crisi (compresi nel range 4- 5%). Ma il tasso di disoccupazione ufficiale esclude milioni di lavoratori che sono impiegati part-time contro la loro volontà, nonché altri che svolgono quelli che l’antropologo David Graeber ha descritto come «lavori del cavolo».

 In breve, il consolidamento fiscale dopo una crisi non produce per forza un livello di disoccupazione elevato, come ipotizza la teoria keynesiana classica, ma rallenta la produttività e la crescita, sia attraverso un’elevata disoccupazione di lungo periodo, come in Grecia, Spagna e Italia, sia attraverso un’elevata sottoccupazione, come negli Stati Uniti e nel Regno Unito. 

 Personalmente trovo la prospettiva keynesiana più accattivante di quella rogoffiana. È evidente che lunghi periodi di disoccupazione o sottoccupazione sono destinati a minare il potenziale produttivo di un paese. Tuttavia, per affermare che un livello “anomalo”di debito nazionale sortisca lo stesso effetto, bisogna anche dimostrare che la spesa pubblica – a prescindere se sia finanziata dalle tasse o dai proventi dei titoli di Stato – danneggi la crescita di lungo termine rendendo l’economia meno efficiente. E una simile affermazione è fortemente ancorata all’ideologia.    

 

Quando intervenire?

 Ovviamente, le follie politiche del passato o le restrizioni attuali possono non lasciare ai paesi altre alternative che l’austerità. Nel 2010, lo storico di Princeton Harold James fece notare che i creditori talvolta possono costringere un Paese a intraprendere un «consolidamento fiscale». Ciò vale in modo particolare per i Paesi con un tasso di cambio fisso, come quelli che durante la Grande Depressione adottarono il sistema aureo. L’enfasi posta da James sui vincoli politici esterni aiuta a spiegare la stagnazione dell’eurozona, dove le richieste di un mini-sistema aureo – la moneta unica – hanno limitato le opzioni degli stati membri in materia di politica monetaria e fiscale durante la fase discendente.     

Nei primi anni della crisi, la Grecia rappresentò un terribile monito per gli altri. Ricardo Hausmann, docente all’università di Harvard, fa notare che «nel 2007, la Grecia spendeva oltre il 14% di Pil in più rispetto a quello che produceva», e tale disavanzo era «perlopiù fiscale e utilizzato per i consumi, non per gli investimenti». Tuttavia, Laura Tyson, economista dell’università della California di Berkeley, sostiene che gli obbligazionisti europei, guidati dalla Germania, hanno amalgamato lo sperpero pubblico greco con l’avidità e la miopia private. Riprendendo questo punto, Simon Johnson, docente al Mit, osserva che, mentre i Paesi debitori hanno pagato caro un indebitamento eccessivo, le banche non hanno dovuto pagare quasi niente per aver concesso troppi prestiti.        

 Molti dibattiti circa la fattibilità delle diverse politiche fiscali ruotano attorno al misterioso concetto di “spazio fiscale”. Nella teoria keynesiana, lo spazio fiscale è una misura della capacità non utilizzata o disponibile dell’economia. Se il moltiplicatore è positivo, allora c’è margine per una politica espansiva.   

Al contrario, la versione più intransigente della teoria anti-keynesiana – l’equivalente ricardiano – sostiene che l’economia è sempre in piena occupazione. Le risorse requisite dal governo privano il settore privato del loro utilizzo, il che implica che lo spazio fiscale è pari a zero. Tra queste due posizioni, c’è chi ipotizza che lo spazio fiscale sia elastico, ovvero soggetto alla psicologia, alla politica e alle istituzioni, e racchiuso nell’espressione “stato di fiducia”.

Ad esempio, nel settembre 2016 Roubini scriveva che, «grazie a dolorose misure di austerità, deficit e indebitamento sono calati, e ora la maggior parte delle economie avanzate ha uno spazio fiscale per far crescere la domanda». Va notato che quest’argomentazione implica una definizione psicologica o istituzionale di spazio fiscale. In questo caso, lo spazio fiscale non si basa sull’esistenza di capacità disponibile, bensì significa che gli obbligazionisti sono disposti a comprare debito pubblico a tassi di interesse bassi, o che il deficit è sceso al di sotto di una soglia stabilita a livello istituzionale.     

 I keynesiani tendono a diffidare di un’argomentazione di questo tipo perché essa affida la definizione di spazio fiscale ai mercati obbligazionari, e non si basa su una misurazione oggettiva dell’inattività economica. Inoltre, suggerire che lo spazio fiscale possa essere creato per mezzo di un’“austerità” preventiva è come dire che un meccanico dovrebbe danneggiare l’automobile di un cliente per ottenere il suo consenso a effettuare riparazioni. 

La falsa promessa dei miracoli monetari

Negli Stati Uniti, nel Regno Unito e nell’eurozona (dopo il marzo 2015), i responsabili economici hanno cercato di controbilanciare la contrazione fiscale con un’espansione monetaria, principalmente acquistando ingenti quantità di titoli di Stato. È opinione ampiamente condivisa che il QE abbia riportato un modesto successo, ma che non sia stato assolutamente all’altezza degli obiettivi fissati dai responsabili monetari. I banchieri centrali avevano ipotizzato, erroneamente, che se avessero stampato denaro, questo si sarebbe automaticamente immesso nel flusso di spesa.  

Questa erronea teoria del denaro era frutto dell’ideologia, come suggerì involontariamente l’economista premio Nobel Robert E. Lucas Jr in un articolo apparso sul Wall Street Journal nel dicembre 2008. A differenza della politica fiscale espansiva, notava Lucas, l’espansione monetaria «non richiede nuove imprese statali, né capitale governativo in aziende private, né una fissazione dei prezzi o altri controlli sull’operato delle singole imprese, e neanche che il governo abbia un ruolo nella ripartizione dei capitali tra le diverse attività». A suo parere, queste sono tutte “virtù importanti” – il che equivale a dire che una teoria imperfetta è meglio di un’altra che implichi un rafforzamento del ruolo dello Stato.    

 Tutto ciò detto, personalmente ritengo che le politiche attuate a partire dalla crisi finanziaria abbiano aumentato il danno causato dalla contrazione stessa. Guardando al futuro, dovremo affrontare non soltanto il problema degli sprechi o delle opportunità mancate, ma anche quello della regressione. Stiamo ricominciando una vita economica con prospettive di lungo termine più incerte di quanto non sarebbero state altrimenti. 

Traduzione di Federica Frasca

 

L’ultimo libro di Robert Skidelsky, intitolato Money and Government: Unsettled Issues in Macroeconomics, sarà pubblicato da Allen Lane e Yale University Press l’estate prossima. I suoi contributi al dibattito sull’austerità, compresi molti articoli scritti per Project Syndicate, sono contenuti nel suo libro Five Years of Economic Crisis.

 

Copyright: Project Syndicate, 2018.
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