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Mattarella, la strategia dell’arbitro sblocca la partita

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l’editoriale

Mattarella, la strategia dell’arbitro sblocca la partita

Prima gli italiani. Lo slogan sbandierato, con diverse sfumature, dai due partiti autoproclamatisi vincitori della contesa elettorale è stato assunto in pieno dal presidente Mattarella che con un discorso forte e deciso, pur se articolato con le consuete modalità antiretoriche, ha richiamato le classi politiche alla responsabilità che si stavano assumendo. Le reazioni immediate non sono sembrate consapevoli di quanto era in gioco, ma sembra non ci sia voluto molto per riportare alla ragione i due attori principali. Un ruolo lo avrà senz'altro avuto il segnale che è arrivato dal mondo della finanza con la borsa di Milano in perdita significativa, per quanto non drammatica, e con lo spread che segnava un rialzo.

Probabilmente un peso anche maggiore lo avranno avuto i conti che i due partiti hanno dovuto fare dopo la constatazione che Mattarella poteva anche fare l'arbitro, ma ciò non significava che assistesse inerme a uno sfascio del campo per mano dei giocatori: quel campo da gioco è il Paese che ha bisogno di un governo, perché altrimenti sarà assente dagli appuntamenti internazionali che contano e per di più non avrà un Parlamento che funzioni.

Il presidente della Repubblica ha messo sul tavolo delle carte pesanti. La prima è il governo «neutrale di tregua», spiegando che sarebbe stata una soluzione obbligata che poteva essere ritirata in qualsiasi momento solo che si presentasse una credibile soluzione per un governo politico.

Ove questo non fosse all’orizzonte, si sarebbe dovuto procedere con una presentazione di quel governo alle Camere con la conseguenza che anche se incapace di ottenere la fiducia sarebbe rimasto in carica per l’ordinaria amministrazione e per la gestione delle elezioni. La seconda carta decisiva era quella dell’inevitabile ricorso in quel caso alle urne in tempi relativamente brevi, col rischio di un astensionismo che avrebbe senz’altro complicato la vita a tutti i partiti.

A fronte di questa situazione sembra che Lega e Cinque Stelle abbiano riattivato il dialogo per giungere a un governo politico. Certo rimane in campo l’imbarazzante problema di che fare del veto pentastellato verso Berlusconi, ma quel che si lascia intendere è che anche il leader di Forza Italia, valutati i rischi di andare a elezioni anticipate con un governo “neutrale” che avrebbe potuto essere di buon profilo (e dunque gradito all’opinione pubblica), abbia accettato una posizione defilata per consentire lo svolgersi dell’operazione.

Tutto risolto dunque? In questa situazione politica c’è sempre da essere cauti. Se effettivamente si varasse l’accordo (perché ci vuole qualcosa di più della dichiarazione di essere disposti a farlo) ci sarebbero tre vincitori, almeno in prima battuta. Innanzitutto Salvini e Di Maio che potrebbero affrancarsi dalle critiche di una condotta fallimentare delle trattative e risultare comunque capaci di arrivare all’agognato governo. Con quali compromessi lo vedremo nei prossimi giorni, a cominciare dalla scelta della persona che dovrà guidare il governo.

Il terzo vincitore è il presidente Mattarella che dei tre è quello, se ci si passa l’espressione, messo meglio, perché avrà comunque sbloccato la situazione: se l’accordo M5S Lega si perfeziona, in quanto avrà evitato il fallimento della legislatura tramutando un risultato elettorale ambiguo in un governo politico; se l’accordo saltasse durante i negoziati, perché a quel punto la sua soluzione di un governo «neutrale di garanzia» non potrà più trovare opposizioni e avrà un orizzonte temporale sufficientemente ampio senza essere un esecutivo senza fiducia che deve chiudere la sua esperienza in pochi mesi.

Difficile prevedere in questa situazione quanto poi un governo nato dalla convergenza fra M5S e Lega potrebbe durare e produrre frutti. Certo nella pratica sarà costretto a ridimensionare molti progetti che non hanno gambe su cui reggersi, ma si potrà giocare col solito sistema di mantenere i “nomi” delle riforme sbandierate riempiendole di contenuti sopportabili con le attuali compatibilità di sistema. Se poi basterà questo per conservare un consenso che è nato per metà dalla rabbia verso i precedenti gestori del nostro sistema politico e per metà dalle aspettative per soluzioni radicali di alcuni nostri problemi lo si vedrà col tempo.

Per ora si torna, sia pure in maniera erratica e non proprio comprensibile, a fare politica. Ed è già un passo avanti.

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