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Salone di Torino, se il libro sostituisce la tecnologia

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Salone di Torino, se il libro sostituisce la tecnologia

A maggio si rinnova il rito del Salone del Libro: rito, non consuetudine, semplicemente in ragione del fatto che i suoi trentuno anni di storia ce lo rendono una memoria che si rinnova di volta in volta e che proprio nel suo ripresentarsi a ogni primavera trova la forza per essere un appuntamento inamovibile a cui non poter rinunciare. Senza nulla togliere a Tempo di Libri, che è al secondo anno di edizione e che probabilmente, al di là di tutte le polemiche sorte al momento della nascita, deve ancora costruirsi una sua liturgia e un linguaggio consolidato, la manifestazione che si è aperta ieri al Lingotto opa un posto particolare nell’immaginario di chi fa cultura.

Di sicuro conta il fatto che è la prima kermesse in Italia con una vocazione paragonabile a quella di Francoforte o di Londra, anche se di gran lunga meno ambiziosa nelle dimensioni. Ma non va dimenticato anche la caratterizzazione del luogo. All’inizio di questa avventura si andava al Valentino, ma era uno sfondo sbiadito rispetto all’odore della carta stampata. Dopo il passaggio nei padiglioni Fiat, quegli stessi da dove un tempo uscivano le automobili, la manifestazione ha trovato finalmente il suo spazio ideale: vetri, bandiere, corridoi per passeggiate senza meta o per incontri affaccendati, piazze virtuali e caffè letterari; una cittadella di carta, sorta in un ventre di colonne e lampade operaie, a dimostrazione che esiste una qualche parentela tra produrre oggetti in serie e stampare libri.

Su questo tema la discussione è aperta: si insegue il mistero del nuovo cercandolo nei libri così come un tempo lo si rinveniva negli strumenti della civiltà tecnologica. Cambiano le formule e i linguaggi, non gli obiettivi, che sono e rimangono da sempre la costruzione del mondo. Occorre tuttavia fermarsi a riflettere.

Così come il concetto di fabbrica si è andato modificando radicalmente, tanto da ratificare ormai con una certa sicurezza l’idea di essere dentro una stagione di deindustrializzazione o post-industriale, anche l’editoria dovrebbe confrontarsi con le perplessità di certe strategie, con i dubbi se e fino a che punto siano ancora validi i criteri da catena di montaggio che ne hanno guidato le sorti negli ultimi decenni, determinando una drammatica fase di involuzione che ha mostrato le sue crepe nella crisi da cui non riusciamo a uscire. Mettere al mondo libri di qualsiasi natura dovrebbe essere un lavoro orientato da soluzioni artigianali anziché fordiste, giacché non sempre i numeri certificano la qualità e gonfiare il mercato di titoli figli di un’ossessione puramente commerciale spesso penalizza la scrittura non di genere.

Se per gli imprenditori di Confindustria si è reso necessario fare i conti con i fenomeni che caratterizzano i settore produttivi, è bene che ciò avvenga anche in seno all’industria editoriale, nel tentativo di ripensare se stessa e i propri attori in relazione a ciò che la società dei lettori (non il mercato) chiede alla filiera degli addetti ai lavori.

Penso, per esempio, ai pericoli insiti nell’idea di andare incontro al gusto anziché coltivarne uno più elevato o quantomeno diverso. Mi riferisco, in altre parole, a quale ricaduta possa avere, dal punto di vista pedagogico, un’editoria che abitui i propri utenti a masticare cibi preconfezionati e standardizzati invece di indirizzarli verso alimenti di più pregevole fattura, innalzando in tale modo la capacità ricettiva di un’opera.

Certo potrebbe generare non pochi sospetti la proposta di un’editoria che rifletta sul proprio ruolo pedagogico e che, accanto al bisogno di chiudere in attivo i conti, soddisfi anche l’esigenza di allargare la base di pubblico meglio attrezzata a condividere prodotti più “alti”. Ma ora è necessario riassumersi la responsabilità, ciascuno nel settore di competenza, ben consapevoli di un dato tanto evidente da risultare perfino banale: da strumento di consumo per il mordi e fuggi, i libri dovrebbero e potrebbero trasformarsi in strumenti di progetto (senza per questo dimenticare di essere comunque un utile e divertente passatempo).

Nessuno chiede all’editoria di sollevare le sorti di un Paese che continua a mostrare segni di smarrimento – dalla politica all’economia, dalla formazione scolastico-universitaria ai continui sconfinamenti nella linea del degrado che avviene durante la prassi quotidiana – ma di sicuro dovrebbe far meditare il bisogno di cultura “altra” che da diversi settori arriva inascoltata alle orecchie di intellettuali e di operatori editoriali: un bisogno di ricostruire una nazione, non un mercato di lettori, esattamente come accadeva negli anni in cui l’editoria usciva dalla guerra e, per rispondere alle richieste di una popolazione composta perlopiù da analfabeti, chiedeva non ai manager, ma agli intellettuali di scegliere romanzi o saggi da pubblicare. In quei decenni le collane erano guidate da Elio Vittorini, Cesare Pavese, Italo Calvino, Giorgio Bassani, Edoardo Sanguineti, Giorgio Manganelli, Raffaele Crovi, Vittorio Sereni, Oreste Del Buono... La lista potrebbe continuare.

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