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Nelle istituzioni i contrappesi agli estremismi programmatici

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l’analisi

Nelle istituzioni i contrappesi agli estremismi programmatici

Ansa
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Fra il dire (elettorale) e il fare (di governo) c’è di mezzo un mare: quello delle compatibilità economiche, delle regole istituzionali, delle competenze amministrative, delle intese europee e internazionali. È banale ricordarlo, ma sembra sia sfuggito a molti, anche a vari e qualificati osservatori internazionali, i quali pensano che davvero possa accadere che i “vincitori” del 4 marzo partiranno per realizzare tutto quello che hanno annunciato nei lunghi mesi di polemiche elettorali.

Un sistema costituzionale è fatto di pesi e contrappesi e, per quanto un po’ ammaccato, quello italiano tale è e ne dispone. Richiamiamone qualcuno. Innanzitutto c’è il ruolo della Presidenza della Repubblica che non è affatto notarile. Anche chi come Mattarella si fa un dovere di mantenersi nel ruolo dell’arbitro ricorda pubblicamente che quel ruolo non serve solo ad evitare zuffe fra i giocatori e a registrare i successi in campo, ma anche, e forse soprattutto, a garantire per tutti il rispetto delle regole del gioco. In secondo luogo c’è la Corte Costituzionale a vigilare che non si prendano provvedimenti che violano quanto stabilito nella Carta Fondamentale. Non vorremmo si dimenticasse il Parlamento, che non dovrebbe essere semplicemente una Camera di registrazione del volere di una maggioranza, ma un luogo di confronto dialettico (ed è già annunciato che ci saranno partiti d’opposizione che si organizzano per essere agguerriti).

Si può procedere elencando altre forme di poteri che impediscono il loro concentramento solo nelle mani del governo: ci sono le magistrature (ordinarie, amministrative, contabili), i poteri locali, le istituzioni di garanzia come la Banca d’Italia. Ed infine, come è naturale che sia in un sistema democratico, ci sono le molte agenzie che animano la dialettica dell’opinione pubblica: stampa e media, sindacati, chiese, in una parola l’opinione pubblica.

Tutto questo non è detto per sostenere che non esistano rischi e criticità nella fase politica che si sta attraversando, per la semplice ragione che quelli esistono sempre. Si vuol solo ragionare sul fatto che non siamo in presenza di alcuna conquista del Palazzo d’Inverno o di alcuna presa di possesso della mitica stanza dei bottoni. C’è semplicemente una nuova e parzialmente nuova classe politica che è riuscita nell’impresa di sorpassare a livello elettorale i partiti precedentemente chiave del sistema e che adesso si misura con la sfida di trasformarsi in classe di governo.

I suoi avversari dovrebbero evitare l’illusione che per batterla sia sufficiente costringerla a tenere fede ai programmi elettorali, altrimenti la si denuncerà ai loro sostenitori per tradimento e i nuovi arrivati perderanno le prossime elezioni. La storia, sia recente che di lungo periodo, dimostra che non è così. La ragione banale è che si possono mantenere le “etichette” delle proposte e nella pratica aggiustare le azioni di governo entro i confini che impongono le circostanze e le risorse disponibili. Sarà anche il classico un colpo al cerchio e uno alla botte, ma molto spesso funziona, cioè non si perde consenso che in misura sopportabile.

Dunque meglio cercar di capire cosa davvero metterà in campo la nuova alleanza di governo e vedere come reagirà il sistema costituzionale dei pesi e contrappesi per dimensionare i sacri furori elettorali nei termini di compatibilità con le strutture, con le connessioni internazionali, con le possibilità d’azione nei vari campi economico, sociale, culturale.

Il populismo si contiene costringendolo a scendere coi piedi per terra, incanalandone le capacità di mobilitazione verso obiettivi realmente utili ai cittadini, sottoponendolo a dialettiche costruttive anziché a demonizzazioni previe, che, lo si è già visto nel ventennio appena concluso, hanno prodotto solo squilibri. In questi casi le benedizioni anticipate sono sospette come gli esorcismi a prescindere.

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