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I big data, la privacy e la prova concorrenza

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capitalismo digitale

I big data, la privacy e la prova concorrenza

La rilevanza dei big data per l’economia e la società digitali non riguarda soltanto il tema della privacy. Si tratta di input fondamentali per la creazione di valore nel capitalismo digitale.

Per questa ragione, si pone il problema di una “governance dei dati” che analizzi le interdipendenze tra protezione e mercato del dato e gli effetti di un’eventuale regolazione a più livelli.

Occorre allora chiedersi – come ha fatto l’Istituto Bruno Leoni al convegno organizzato per domani presso l’Autorità antitrust presentando un recente e approfondito rapporto sull’economia dei dati di IT-Media Consulting e Università Bocconi – se le dinamiche competitive legate ai dati debbano essere oggetto di una particolare attenzione da parte del diritto antitrust o della regolazione, o se invece debbano essere lasciate alla disciplina di mercato, anche di fronte allo strutturarsi di piattaforme globali e conglomerali, superando le classiche analisi di sostituibilità che definiscono i mercati rilevanti tradizionali e, in ultima analisi, il potere di mercato.

Uno dei punti centrali è chiedersi se i big data costituiscano una nuova forma di input essenziale, non duplicabile e dunque non replicabile da parte di concorrenti. Se così fosse, i big data prenderebbero, nell’economia digitale, il posto occupato in passato dalle reti fisiche sottoposte ai processi di liberalizzazione o dai database protetti da proprietà intellettuale, il cui accesso è stato ritenuto indispensabile, come nei casi Magill e IMS, per lo sviluppo concorrenziale di mercati a valle di servizi innovativi.

Il dibattito è aperto. Se pensiamo alla mole di dati che da anni i giganti della rete macinano per il mondo, si tratterebbe di una formidabile barriera all’entrata. Eppure, da più parti si sostiene che i dati strutturati siano in realtà riproducibili a costi relativamente contenuti, purché, ovviamente, si disponga di una “tecnologia della profilazione” – o se si vuole dell’attenzione – e di sufficienti occasioni di “scambio” dati-attenzione con utenti. Esistono anche rivenditori di dati, aggregati nel mercato dei data broker, che rendono disponibile questo input, la cui natura, dunque, sarebbe tutt’altro che essenziale.

Le cose tuttavia non sono cosi semplici, sia perché ciò che chiamiamo «dati» è un insieme complesso – di dati strutturati e non, frammentati e non, interoperabili e non – sia perché il valore dei dati cambia in funzione delle specifiche applicazioni e dei particolari servizi per i quali essi sono raccolti o richiesti. Insomma “il mercato del dato” non identifica in modo univoco e lineare uno stesso prodotto.

D’altra parte, le piattaforme digitali sono tanto più efficienti quanto più crescono nella loro dimensione e nella varietà dei “mercati” tradizionali che servono, in quanto ciò permette di accedere ad un numero crescente di dati, circostanza che, a sua volta, incide sull’efficacia e l’efficienza dell’algoritmo che “eroga” il servizio. Le piattaforme riescono così a intermediare tra più mercati e tra più versanti degli stessi tra utenti, data broker, inserzionisti e rivenditori. Occorre allora chiedersi se non sia la dimensione stessa della piattaforma una barriera all’entrata oppure, come suggerì la sentenza Bronner, se la crescita dimensionale delle piattaforme non identifichi un’espansione delle condizioni minime di entrata efficiente in mercati strutturalmente modificati.

Nondimeno, proprio l’efficienza della piattaforma induce inerzia negli utenti. Infatti, quanto più una piattaforma saprà di noi, tramite raccolta e profilazione del dato, tanto più essa sarà efficiente nell’offrire (suggerire) ciò che desideriamo (sebbene sia legittimo sollevare il dubbio se ci viene suggerito ciò che desideriamo o se finiamo per desiderare ciò che ci viene suggerito). Ciò può influenzare negativamente la disciplina concorrenziale, intrappolando gli utenti in invisibili mercati secondari o informational aftermarket, dai quali può essere costoso uscire (anche solo in termini di tempo da dedicare alla ricerca di transazioni alternative).

Insomma, il capitalismo digitale ha cambiato profondamente il rapporto tra imprese e mercati, ma anche la relazione tra dimensione (monopolizzazione), efficienza e concorrenza. Resta da capire se eventuali barriere all’entrata stiano nell’accesso al dato, nella dimensione delle piattaforme digitali o nella varietà dei mercati che la piattaforma copre (incrementando il costo-opportunità di uscita da parte degli utenti). L’approccio antitrust e regolatorio al mercato dei dati dipenderà dalla risposta che sapremo dare, in tempi rapidi, a questi interrogativi.
Antonio Nicita è uno dei commissari dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni

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