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La mobilità sociale è di destra o di sinistra?

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La mobilità sociale è di destra o di sinistra?

In Italia l'ascensore sociale si è da tempo bloccato. I dati forniti dall'Istat sono inequivocabili e anche l'Ocse lo conferma. È diffuso il convincimento che il tasso di mobilità sociale sia un prezioso indice per misurare lo sviluppo di un sistema economico e sociale. Per quale ragione, dunque, la mobilità sociale è ignorata nel confronto politico? Forse destra e sinistra hanno un rapporto difficile con questo tema.

Tema di destra
La mobilità sociale potrebbe essere trattata quale tema di destra. La mobilità sociale presuppone le diseguaglianze, dal momento che essa descrive il passaggio tra diverse classi sociali. In secondo luogo, la mobilità sociale enfatizza il ruolo del merito nel compimento del destino individuale. Più in generale, la mobilità sociale esalta l'anelito di autorealizzazione in un contesto competitivo, in quella che Norberto Bobbio definì a suo tempo la “gara della vita”.

Tema di sinistra

Nondimeno, la mobilità sociale potrebbe essere percepita come un tema di sinistra. La mobilità sociale è lo strumento perché un soggetto debole possa emanciparsi da un destino per molti versi segnato in partenza. Non solo: la mobilità sociale innesca dinamiche di continuo ricambio tra l'élite dirigente e il resto della popolazione, favorendo così un reale inveramento dell'ideale democratico. Insomma, la mobilità sociale come forma di progresso e non di conservazione dello status quo.

Il paradosso
A questo punto si materializza il paradosso: la destra non evoca la mobilità sociale nel timore di assecondare spinte progressiste contrarie alla conservazione del potere nelle mani della classe dirigente. La sinistra non reclama la mobilità sociale per non tradire la propria vocazione egualitaria a favore del merito, magari a scapito della solidarietà e della giustizia sociale.
Come superare allora questo paradosso? Semplicemente sottraendo la mobilità sociale dal terreno di scontro tra destra e sinistra e, quindi, riconducendola alla “materia costituzionale”.

I principi costituzionali

Pur non espressamente enunciata, la mobilità sociale scaturisce dalla combinazione di alcuni tra i princìpi fondamentali sui quali si regge l'intero edificio costituzionale. A cominciare proprio da quel principio di eguaglianza sostanziale che, innovando rispetto alla pregressa esperienza statutaria, ha plasmato la Repubblica italiana come Stato sociale. È compito della Repubblica – recita il secondo comma dell'art. 3 – rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza, impediscono il pieno sviluppo della persona e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Lo Stato non può, dunque, assistere passivo di fronte alle diseguaglianze, essendo chiamato ad intervenire affinché l'astratta titolarità dei diritti fondamentali si completi con l'effettivo esercizio degli stessi. Attivando le strutture del Welfare State ai soggetti deboli sono garantite le medesime opportunità di affermazione individuale, nonostante lo svantaggio (sociale, economico, culturale) di partenza.
La mobilità sociale è poi un ingrediente fondamentale nella ricetta democratica che la Costituzione ha concepito per garantire il pluralismo e la partecipazione. La mobilità sociale riposa anche sul principio personalista, consacrato nell'art. 2: l'uomo al centro. Lo Stato al servizio della persona.

“Non basta liberare dal bisogno economico le persone appartenenti agli strati sociali più svantaggiati, ma occorre loro garantire concrete opportunità di autorealizzazione”

 

Gli interpreti sbagliano a declinare l'eguaglianza sostanziale come mera eguaglianza delle opportunità o nei punti di partenza. La Costituzione esige un pieno sviluppo della personalità e una effettiva partecipazione. Non basta liberare dal bisogno economico le persone appartenenti agli strati sociali più svantaggiati, ma occorre loro garantire concrete opportunità di autorealizzazione. Che senso ha aprire il sistema scolastico a tutti, se poi le professioni più qualificanti dal punto di vista sociale ed economico finiscono di fatto coll'essere appannaggio degli appartenenti alla élite?

Gli ostacoli
La mobilità sociale verso le posizioni “apicali” della società è frenata non solo da ostacoli eretti da istituzioni che non sempre riescono a perseguire efficacemente il loro fine inclusivo (ad esempio, l'istruzione), ma anche da barriere all'ingresso opposte dalle stesse classi dirigenti. È quello che i teorici delle élites chiamarono meccanismo di “autoreclutamento”: le professioni più rilevanti dal punto di vista sociale sono gelosamente custodite dalla classe dirigente, che si attiva – tramite la cooptazione – affinché esse siano tramandate ad appartenenti ai ceti sociali più forti.

Antidoto alle tensioni sociali
La mobilità sociale è senza dubbio un antidoto alle tensioni sociali. Non tanto tempo fa il Censis, nel suo 51° rapporto sulla situazione sociale del Paese, ha evidenziato come il blocco della mobilità sociale finisca col fomentare sentimenti di rancore: questo risentimento «è di scena da tempo, con esibizioni di volta in volta indirizzate verso l'alto, attraverso i veementi toni dell'antipolitica, o verso il basso, a caccia di indifesi e marginali capri espiatori, dagli homeless ai rifugiati. È un sentimento che nasce da una condizione strutturale di blocco della mobilità sociale». Un ascensore sociale dinamico alimenta la speranza di riscatto, di non arrendersi cioè ad un destino che appare segnato in partenza. E quando un individuo vive senza speranza di riscatto sociale una delle reazioni possibili è proprio, come teorizzava Robert K. Merton, la ribellione. Le banlieue parigine sono un esempio eclatante, così come il disagio (per usare un comodo eufemismo) vissuto in tante periferie italiane.
La mobilità sociale è anche utile al progresso sociale. Dare accesso, nella classe dirigente, a chi proviene dai ceti meno abbienti significa ampliare le possibilità di gestione dei problemi sociali in modo più consapevole e mirato.

L’esempio di Obama
Quando nel 2009 il Presidente Barack Obama nominò Sonia Sotomayor alla Corte suprema (una donna eccezionale, cresciuta nel Bronx in una famiglia di umili condizioni e approdata al vertice dell'apparato giudiziario americano: the american dream!), egli giustificò tale scelta non solo alla luce delle innegabili capacità professionali del nuovo giudice, ma anche alla luce della sua concreta esperienza di vita, che avrebbe favorito una inedita sensibilità nella gestione dei profili sociali associati ai tanti casi che sarebbero in futuro arrivati alla Corte suprema.

Il riscatto sociale
Promuovere la mobilità sociale non significa esacerbare la conflittualità sociale stimolando una competizione feroce e aggressiva. La Costituzione richiama tutti all'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà. Tutti hanno “pari dignità sociale”. Chi fallisce nella “gara della vita” ha diritto ad ogni forma di assistenza e di sostegno per condurre comunque una esistenza libera e dignitosa: una sorta di “paracadute sociale” per chi non riesce. Nel contempo, promuovere la mobilità sociale non significa accentuare le diseguaglianze. Di fatto le diseguaglianze esistono ed esisteranno sempre, perché diseguale è la distribuzione della ricchezza, diversi sono i ruoli svolti in una comunità, differenti sono l'impegno e la perseveranza di ognuno.

“La mobilità sociale, sia pure corretta dal principio solidaristico, può rendere accettabili, anzi costituzionalmente sostenibili le diseguaglianze”

 

Del resto, lo stesso articolo 3 della Costituzione riconosce l'esistenza di tali diseguaglianze e non intende affatto rimuoverle del tutto, ma renderle ragionevoli, sostenibili. Sono infatti incompatibili con il dettato costituzionale le diseguaglianze dovute a privilegi, a rendite di posizione, così come le diseguaglianze sproporzionate, ingiustificabili. La mobilità sociale, sia pure corretta dal principio solidaristico, può rendere accettabili, anzi costituzionalmente sostenibili le diseguaglianze, perché rivela ad ognuno di noi una prospettiva di riscatto sociale che ci emancipa dalla paura di subire per sempre un destino altrimenti ineluttabile. Il fine perseguito dalla nostra Costituzione non è soltanto la liberazione dal bisogno economico di chi versa in condizioni di difficoltà, ma è la promessa di un cambiamento che può essere reale se è frutto di applicazione, di impegno, di spirito di sacrificio. Uno degli imperativi trasversali è la lotta alla povertà: ciò è condivisibile, purché si combatta non solo la povertà economica, ma ancor prima la povertà delle opportunità di riscatto sociale. Come? Stimolando davvero la mobilità sociale come tema né di destra, né di sinistra, ma comune a tutti in quanto fornito di un sicuro fondamento costituzionale.

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