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La politica senza elite che genera lo stallo

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La politica senza elite che genera lo stallo

(Ansa)
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Politica in un cul de sac da cui non è semplice uscire: per due mesi paralizzata dai veti incrociati, per poi tuffarsi nella scommessa su un governo a trazione populista in “zona Cesarini”. In assenza di un risultato utile, la partita del governo è stata rinviata a “tempi supplementari” dal risultato imprevedibile. Se, alla fine, non ci sarà un contratto di governo, non ci saranno rigori e forse neppure una soluzione “arbitrale” del Presidente Mattarella: politica nel pallone. Sarà la sorte a decidere, con la “monetina” di nuove elezioni ad autunno. Le quali suonano sempre più come una rivincita infantile: rischiano di suscitare un’onda astensionista più forte e d’inabissarsi in un nuovo, più pericoloso, nulla di fatto. Noi però il “dramma” politico che sfida la “tragedia” sui mercati finanziari non ce lo possiamo permettere. Quando la politica tocca picchi di debolezza come in questa fase, si pensa a una legge elettorale “predestinata”, ma anche alla qualità della nostra classe dirigente per eccellenza, quella politica. Basta dare un’occhiata attorno. Con Berlusconi, Prodi, Renzi e Grillo - per motivi diversi - in panchina (leader che sanno andare direttamente al popolo, bypassando le élite politiche) siamo ripiombati nello stallo tra capibastone di partito e, poi, nell’inconcludente tira e molla sui nomi, associato a un tiro alla fune tra M5S e Lega su punti programmatici che, tra l’altro, allontanano l’obiettivo già difficile di equilibrio dei conti pubblici.

Senza leader, torna a galla l’élite politica implosa nella sua autoreferenzialità costruita sulle sue complicazioni e sui vizi “italiani” di selezione della classe politica dirigente. Questa volta però è il turno dell’élite espressa dal sovranismo e dal populismo sotto le cui bandiere dovrebbe nascere la terza Repubblica. L’attuale impasse svela la fragilità della protesta quando si presenta come classe dirigente di governo: tutto è più difficile, perché scarseggia la responsabilità a miscelare spirito costruttivo e pragmatismo e la protesta, come nella seconda repubblica appare deficitaria di classe dirigente di governo, cioè di un’élite attenta a risolvere i problemi del Paese. Il protrarsi dell’incertezza è segno di debolezza politica perché implica sottovalutazione dei nostri problemi reali a breve e povertà di contenuti. Si continua a parlare di flat tax, di reddito di cittadinanza, di cancellazione della legge Fornero, «di un passo avanti dei cittadini e di un passo indietro dei politici», ma né vincitori né vinti mostrano velleità d’affrontare sul serio le scuciture sociali e civiche del Paese. Come nel caso delle dinamiche della concentrazione della ricchezza, che nell’ultimo decennio è arrivata a essere la più elevata tra i sei maggiori Paesi europei. Conta ovviamente la distanza tra locomotore di testa e vagone di coda, ma, soprattutto l’irruzione di due nuove disuguaglianze: la brutta scucitura tra ceti medioalti e ceti mediobassi in termini di reddito, qualità del lavoro e tenore di vita; il divario generazionale tra giovani e i più anziani, in quanto a reddito e lavoro. Due nuovi strappi sociali che si sommano a quelli storici di “genere” e tra le due Italie, Centro-Nord e Mezzogiorno. Per non parlare di lavoro o di educazione. Su questi temi sociali, le proposte delle nuove élite politiche appaiono inconsistenti a fronte di una disoccupazione giovanile ben sopra il 30%, di 2 milioni di neet e di un tasso d’occupazione sotto quello tedesco di almeno il 12%. Il reddito di cittadinanza, al meglio, non cambierebbe questi numeri, né la flat tax riequilibrerebbe la spaccatura dei ceti medi.

Il governo politico che servirebbe alla società italiana deve offrire soluzioni a rebus impervi, come gli strappi sociali descritti, il debito pubblico, la crescita economica e tecnologica, le infrastrutture e una PA da riorganizzare. Il Paese ha bisogno perciò d’idee chiare, d’investimenti, di crescita e, per cambiare, occorrono politici di qualità. Al contrario, lo scenario presenta ancora analogie con quello calcistico: non produciamo più talenti nazionali all’altezza di un campionato mondiale e, anche in politica, c’è penuria di élite brillanti e di misurati registi. La causa? I rispettivi vivai hanno cessato di generarli. La formazione politica nei partiti è scomparsa e la selezione si è arresa alla cooptazione di fedeli, elevati a élite senza merito.Morale: un mercato delle personalità impoverito, una sottovalutazione di contenuti e problemi reali, un mercato elettorale rattrappito. La politica non dovrebbe farsi carico della funzione costituzionale di formare e selezionare se stessa? Per offrire uomini di Stato dotati di visione, competenza e trasparenza. D’altra parte, se la politica non cambia se stessa, difficilmente riuscirà a farlo con il Paese.

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