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L’industria torna al «pre-crisi»

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Italia

L’industria torna al «pre-crisi»

Dodici anni. Una lunga traversata nel deserto che tuttavia per l’industria italiana sta per finire, chiudendo il gap nei ricavi rispetto al picco pre-crisi. “Aggancio” che si concretizzerà nel 2019, grazie alla crescita ancora robusta prevista per la nostra manifattura, rilanciata da una domanda estera che, pur rallentando, resta solida e dalla ripresa del ciclo di investimenti in Italia.

Un mix che nel rapporto-analisi dei settori industriali di Intesa Sanpaolo e Prometeia produrrà per 2018 e 2019 una crescita media annua dei ricavi superiore al 3% in termini correnti, esattamente quei 60 miliardi in più che riportano indietro le lancette al 2007, quando la manifattura tricolore superava i 930 miliardi di vendite. «Un recupero più lento del previsto - sottolinea il capo economista di Intesa Sanpaolo, Gregorio De Felice - che però si basa su elementi strutturali solidi, con l’industria a confermarsi il maggior elemento di traino della nostra economia. La fortissima selezione generata dalla crisi ha operato una profonda trasformazione del tessuto produttivo e i “sopravvissuti” sono più forti e competitivi rispetto al 2007».

Condizione quanto mai gradita nel momento in cui il picco della crescita pare ormai alle spalle, mentre le condizioni di contesto esterno (commercio estero in frenata, politiche Bce e di altre banche centrali in prospettiva meno accomodanti, euro più forte sul dollaro rispetto al passato) si modificano in senso negativo per le imprese e il rischio di una guerra di dazi incombe sul nostro export.

In Italia, tuttavia, la crescita degli investimenti, il leggero aumento della dimensione media d’impresa, il miglioramento della redditività e il rafforzamento patrimoniale rappresentano le “spie” di un percorso virtuoso che la manifattura ha avviato: se dopo la crisi la base produttiva è più piccola è però anche meglio attrezzata.

Elementi di forza visibili anzitutto sui mercati internazionali, con l’export industriale (al 2022 sarà il 51% dell’output dal 36% del 2008) visto in progresso anche nei prossimi anni, in grado di spingere l’avanzo commerciale a vette impensabili: dai 30 miliardi del 2007 ai 91 dello scorso anno, fino ai 115 previsti nel 2022, grazie al contributo decisivo della meccanica.

Settore brillante anche sul piano interno, grazie alla domanda aggiuntiva di investimenti innescata dal piano Industria 4.0, capace di attivare non solo i costruttori di impianti ma anche una vasta e articolata filiera di fornitori e componentisti a monte.

Se il 2017 è stato l’anno degli “ordini”, l’anno in corso è quello della messa a terra dei programmi, con investimenti in macchinari e attrezzature visti lievitare del 6,5%, di oltre dieci punti per le macchine utensili.

Non a caso, guardando alle previsioni per i singoli settori, proprio l’area meccanica sarà la protagonista assoluta, distanziando nel 2018 ogni altro comparto con una crescita del fatturato del 4,2% a prezzi costanti, quasi il doppio rispetto alla media. E nonostante un progressivo e fisiologico rallentamento degli investimenti, grazie all’export, anche nel medio termine resterà tra le aree più toniche. Risultati oltre la media anche per auto e moto, largo consumo, elettrotecnica e farmaceutica mentre elettronica ed elettrodomestici presentano le previsioni meno rosee.

Nella media, però, l’intera industria fino al 2022 viaggerà a tassi di crescita superiori al 2%, consentendo un graduale recupero anche in termini di marginalità, con il margine operativo lordo sistematicamente a ridosso del 10% e una redditività che al termine del periodo in esame sarà tornata infine sui livelli del 2007.

«Abbiamo le spalle più robuste - spiega il partner di Prometeia Alessandra Lanza - ed ecco perché credo sia il momento per le imprese di continuare a dedicare risorse alla crescita». Che resta la strada maestra anche per proseguire il trend di recupero in termini occupazionali, dove invece il gap rispetto al 2007 resta ancora ampio. Un deficit del 9% inferiore a quanto sperimentato da Spagna e Francia ma tuttavia ben più alto del 2,3% della Germania.

Trend numerici che nel frattempo si sono però accompagnati a evoluzioni qualitative, con il settore manifatturiero a sperimentare un riposizionamento della forza lavoro verso mansioni più qualificate, soprattutto tra i “colletti bianchi”. Trasformazione delle competenze cruciale nella gestione delle nuove tecnologie 4.0, dove però i gap dell’Italia sono ancora evidenti: se in Germania il 25% delle aziende impiega tra i propri addetti specialisti nell’Ict, in Italia la quota scende al 18%.

Situazione insostenibile e da modificare al più presto, per una manifattura che diventa ogni giorno sempre più digitale.

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